L’Alto Adige assume, ma deve cercare personale fuori casa

I numeri raccontano un mercato del lavoro altoatesino solido, con occupazione in crescita e disoccupazione ai minimi storici. La politica provinciale esulta e rivendica i risultati. Ma dietro le statistiche positive emerge una realtà meno rassicurante: l’Alto Adige continua a creare posti di lavoro che sempre meno residenti riescono o vogliono occupare.

Il rapporto sul mercato del lavoro presentato dall’assessora Magdalena Amhof certifica una crescita dell’occupazione dell’1,9 per cento nel semestre invernale 2025-2026. Un dato positivo, certo. Ma il dettaglio più significativo è un altro: i lavoratori residenti aumentano appena dello 0,9 per cento, mentre quelli provenienti dall’esterno crescono del 6,7 per cento.

Tradotto in termini politici significa che il sistema economico altoatesino continua a reggersi sempre più sulla forza lavoro importata. Una necessità che oggi viene descritta come una risorsa, ma che in realtà evidenzia una fragilità strutturale che la politica non è riuscita a risolvere.

Da anni imprenditori, albergatori e artigiani denunciano la carenza di personale. Da anni la Provincia promette strategie, piani e tavoli di confronto. Eppure il risultato è sempre lo stesso: servono lavoratori da fuori perché quelli che vivono qui non bastano più.

Il problema non è soltanto demografico. È anche economico e sociale. Perché mentre si cercano lavoratori, cresce contemporaneamente l’emergenza abitativa. Chi arriva da fuori deve trovare una casa, ma in molti casi i prezzi degli affitti e degli immobili sono ormai incompatibili con gli stipendi medi. Si crea così un cortocircuito che la politica continua ad affrontare settore per settore senza una visione complessiva.

Non è un caso che la stessa Giunta provinciale, nel giro di pochi giorni, abbia dovuto discutere contemporaneamente di mancanza di manodopera e di alloggi a prezzo calmierato. Le due questioni sono strettamente collegate. Se un infermiere, un cameriere, un operaio o un commesso non riescono a permettersi una casa, difficilmente sceglieranno di lavorare stabilmente in Alto Adige.

Anche l’obiettivo di portare il tasso di occupazione all’83 per cento entro il 2030 appare ambizioso. La Provincia punta giustamente a coinvolgere maggiormente donne e giovani nel mercato del lavoro, ma questo richiede servizi concreti, asili, formazione continua e condizioni salariali competitive. Non bastano gli slogan sulla valorizzazione del capitale umano.

Interessante è poi il capitolo dedicato ai centri commerciali. Per anni la politica locale ha alimentato il dibattito tra favorevoli e contrari alle grandi strutture di vendita. Oggi l’Osservatorio del mercato del lavoro certifica che gli effetti sull’occupazione sono più complessi delle semplificazioni ideologiche. In alcuni territori i centri commerciali hanno creato nuova occupazione, in altri hanno semplicemente redistribuito quella esistente. Una lezione che dovrebbe suggerire maggiore prudenza a chi continua a presentare ogni nuova apertura come una soluzione miracolosa per l’economia locale.

La verità è che il mercato del lavoro altoatesino sta entrando in una nuova fase. I numeri restano buoni, ma i margini di crescita si stanno restringendo. L’invecchiamento della popolazione, i pensionamenti di massa e la crescente dipendenza dalla manodopera esterna rappresentano sfide che non possono essere affrontate soltanto con nuove strategie sulla carta.

L’Alto Adige continua a essere uno dei territori più forti d’Europa sotto il profilo occupazionale. Ma il vero interrogativo non è quanti posti di lavoro si riescano ancora a creare. È chi li occuperà nei prossimi dieci anni. E soprattutto a quale prezzo sociale, economico e abitativo.

Foto/c-USP/Fabio Brucculeri