È scomparso a 86 anni Paolo Cirino Pomicino, protagonista di una stagione politica che ha segnato nel profondo la storia della Prima Repubblica. Ricoverato da alcuni giorni in una clinica romana, si è spento nel pomeriggio, chiudendo una parabola pubblica lunga oltre mezzo secolo, intrecciata con le luci e le ombre del potere democristiano.
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, quinto di sette figli in una famiglia della media borghesia residente a piazza Cavour, Pomicino cresce in un ambiente segnato da tradizioni culturali e impegno civile. Il nonno materno, medico, fu deputato giolittiano, mentre il fratello Bruno Cirino, scomparso prematuramente nel 1981, fu attore di rilievo e volto noto della televisione italiana, ricordato per lo sceneggiato Diario di un maestro.
La sua formazione è rigorosa: maturità classica presso l’istituto cattolico dei Fratelli delle Scuole Cristiane, quindi la laurea in medicina e chirurgia all’Università degli Studi di Napoli Federico II con il massimo dei voti e lode, seguita dalla specializzazione in neurologia. Prima della politica, è medico all’ospedale Cardarelli, dove lavora come neurochirurgo e poi come dirigente neurologo. È il clima del Sessantotto a spingerlo verso l’impegno pubblico.
Nel 1970 entra nella Democrazia Cristiana come consigliere comunale a Napoli. Da quel momento costruisce una carriera rapida e solida, segnata da un forte radicamento territoriale e da una rete di relazioni personali che diventerà uno dei tratti distintivi del suo stile politico. Negli anni si afferma come figura centrale nell’area campana del partito, anche nella lunga contrapposizione con Antonio Gava, e approda presto ai vertici nazionali.
Eletto alla Camera per la prima volta nel 1976, sarà parlamentare fino al 1994, attraversando alcune delle fasi più delicate della vita repubblicana. Presidente della commissione Bilancio tra il 1983 e il 1988, diventa poi ministro della Funzione Pubblica nel governo guidato da Ciriaco De Mita e, successivamente, ministro del Bilancio nei governi di Giulio Andreotti.
In quegli anni si consolida il cosiddetto “CAF”, il triangolo politico con Bettino Craxi e Arnaldo Forlani, che per una fase viene considerato il vero centro decisionale del Paese. Pomicino, uomo di fiducia di Andreotti, si distingue per una capacità di mediazione continua tra alleati e opposizione, incarnando una politica fondata sulla concertazione e sulla gestione degli equilibri.
Figura potente ma controversa, fu anche al centro di critiche per i suoi rapporti con ambienti imprenditoriali e per il ruolo nella gestione delle risorse pubbliche, in particolare nel periodo successivo al terremoto dell’Irpinia del 1980. Insieme ad altri esponenti come Francesco De Lorenzo e Giovanni Prandini, venne inserito nella cosiddetta “banda dei quattro”, espressione polemica coniata all’interno della stessa Dc.
Il suo nome è indissolubilmente legato alla crisi della Prima Repubblica. Coinvolto nelle inchieste di Mani Pulite dal 1993, affrontò una lunga stagione giudiziaria: rinvii a giudizio, patteggiamenti, decine di processi. Pur con numerosi proscioglimenti e una successiva riabilitazione nel 2011, la sua immagine pubblica rimase segnata da quella fase.
Dopo anni di marginalità, tenta un ritorno politico negli anni Duemila: eletto al Parlamento europeo nel 2004 con l’Udeur di Clemente Mastella, rientra poi alla Camera nel 2006. Negli anni successivi si muove nell’area centrista, aderendo a diverse formazioni fino ad avvicinarsi, nel 2019, anche al Partito Democratico.
La sua traiettoria racconta molto più di una semplice carriera personale. Alcuni storici lo hanno descritto come il simbolo di una nuova forma di potere politico, costruita non tanto sulle strutture di partito quanto su una fitta rete di relazioni, capace di tenere insieme interessi, consenso e gestione delle risorse.
Nella vita privata, Pomicino ha avuto due figlie e si è sposato nel 2014 a Roma. Negli anni ha affrontato anche gravi problemi di salute, tra cui un trapianto di cuore nel 2007.
La morte di Pomicino segna la fine di un’epoca che continua a interrogare la memoria collettiva del Paese. La sua figura resta divisiva: per alcuni abile tessitore di equilibri, per altri emblema di un sistema opaco e clientelare. In ogni caso, uno dei protagonisti di una stagione che ha definito, nel bene e nel male, l’identità politica dell’Italia contemporanea.