A Bolzano il disagio psichico non è più una questione da relegare alle statistiche sanitarie di fine anno. Ha un numero preciso, ripetuto con inquietante simmetria: 82 trattamenti sanitari obbligatori nel 2024 e altri 82 nel 2025. Totale, 164 interventi in due anni. Quasi uno ogni quattro giorni e mezzo in una città di poco più di centomila abitanti.
I dati li ha richiesti e ottenuti il capogruppo della Civica per Bolzano, Gabriele Repetto, dalla polizia municipale del capoluogo altoatesino. Numeri che per la prima volta permettono una lettura organica del fenomeno su base biennale e che, al di là della freddezza delle cifre, raccontano una fragilità diffusa e trasversale.
Repetto ringrazia il comandante Fabrizio Piras per la collaborazione e sottolinea di aver già avviato un confronto con il sindaco Claudio Corrarati. Ma dietro le formule istituzionali emerge una questione politica che non può essere liquidata come routine amministrativa.
L’età media dei pazienti si colloca attorno ai 42-43 anni. Non adolescenti inquieti, non anziani dimenticati: adulti nel pieno della vita lavorativa. Uomini e donne che dovrebbero essere nel cuore della produttività cittadina e che invece precipitano in una crisi tale da richiedere un ricovero coatto. È il dato che più colpisce e che costringe a guardare oltre l’ospedale: precarietà, isolamento, solitudini urbane, dipendenze, fratture familiari. La salute mentale non esplode nel vuoto.
Il 2025 mostra poi una forbice anagrafica che va da un ottantasettenne a un ragazzo di appena 21 anni. Un ventunenne sottoposto a TSO non è solo un caso clinico: è il segnale che qualcosa si è rotto molto prima, forse tra i banchi di scuola o nel passaggio fragile verso il lavoro e l’autonomia. Se si arriva all’obbligatorietà del trattamento, significa che la rete di prevenzione – familiare, sociale, sanitaria – non ha retto.
Ma è il dato di genere a suonare come un campanello d’allarme politico. In entrambi gli anni, su 82 TSO, 55 riguardano uomini e 27 donne. Due su tre sono maschi. Una sproporzione stabile, non episodica. Il disagio maschile, spesso meno raccontato e meno intercettato, esplode quando è già tardi, quando la crisi non è più contenibile con strumenti volontari. È un fenomeno che interroga modelli culturali, retaggi educativi e una certa idea di virilità che fatica a chiedere aiuto.
Va ricordato che il trattamento sanitario obbligatorio, previsto dalla legge 833 del 1978, non è una misura di ordine pubblico ma uno strumento sanitario estremo, attivabile solo in presenza di condizioni stringenti: alterazione psichica grave, rifiuto delle cure e impossibilità di alternative extraospedaliere. La procedura è garantista e coinvolge medici, sindaco e giudice tutelare. Proprio per questo, i numeri non possono essere banalizzati né usati per allarmismi facili.
Eppure, liquidare 82 TSO l’anno come un fenomeno “contenuto” rischia di diventare un comodo esercizio retorico. Perché la stabilità del dato tra 2024 e 2025 non racconta un miglioramento, ma una continuità del bisogno. Significa che il sistema regge l’emergenza, ma non riesce ancora a ridurre l’incidenza delle crisi più acute.
Repetto annuncia confronti con l’ospedale e con la maggioranza per capire quanti interventi siano prime manifestazioni e quanti ricadute. È un passaggio decisivo: il problema non è solo quanti TSO si fanno, ma se dopo il ricovero esiste una presa in carico capace di prevenire il ritorno al punto di rottura.
La questione, in fondo, è politica nel senso più alto del termine. Se un ventunenne finisce in TSO, se un uomo di quarant’anni crolla nel silenzio, se un anziano resta solo fino alla crisi, significa che la città deve interrogarsi su scuola, lavoro, quartieri, servizi sociali, consultori, sportelli psicologici. La salute mentale non può restare un capitolo tecnico di bilancio.
Perché ogni TSO è l’ultimo anello di una catena. E quando l’ultimo anello scatta, vuol dire che prima qualcosa non ha funzionato.