ESCLUSIVO. OMS, business e salute globale: parla il prof. Eduardo Missoni

Dopo il Covid il mondo non è più lo stesso. C’è chi si interroga da tempo sul rapporto tra i vari Paesi e le organizzazioni sanitarie, come pure sul business che riguarda quelle e che sta progressivamente emergendo. Abbiamo interpellato il professor Eduardo Missoni, medico specialista in medicina tropicale e subtropicale, docente presso la SDA Bocconi di Milano, nonché uno dei massimi esperti di salute globale e di cooperazione internazionale. Insieme al professore abbiamo voluto approfondire le tematiche già introdotte nell’ampio servizio dello scorso mese di agosto, servizio incentrato principalmente sulla crisi sanitaria di Gaza.

Professore, ad un’analisi superficiale sembrerebbe che l’OMS si occupi soltanto di pandemie e sicurezza sanitaria. Quando è nata l’OMS e con quali finalità?

“L’OMS è nata nell’immediato dopoguerra. La sua Costituzione fu approvata nel luglio del 1946 ed entrò in vigore il 7 aprile 1948, quando si raggiunse il necessario numero minimo di ratifiche (26) da parte degli Stati Membri firmatari, tra cui l’Italia. Da allora il 7 di aprile si celebra la Giornata mondiale della salute. All’epoca esistevano già altre organizzazioni sanitarie internazionali a carattere regionale e la loro fusione in un’unica organizzazione era uno degli obiettivi della nascente OMS. Quel traguardo si raggiunse per tutte le organizzazioni preesistenti, ad eccezione dell’odierna OPS (Organización Panamericana de la Salud), che rifiutò l’integrazione, mantenendo la propria autonomia, salvo assumere successivamente,  mediante un accordo di associazione, anche le funzioni di ufficio regionale dell’OMS. Durante la fase costituente vi fu un ampio dibattito intorno agli obiettivi e al carattere  dell’OMS: alcuni difendevano una linea improntata sulla biomedicina e il controllo delle malattie, altri una più incentrata sulla medicina sociale e finalizzata alla promozione della salute. Il compromesso tra queste due correnti generò anche la definizione di ‘salute’ dell’OMS, cui ancora oggi facciamo riferimento: “Una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale e non esclusivamente l’assenza di malattia o infermità”. La Costituzione dell’OMS individua 22 funzioni”.

Sentiamo.

“Le possiamo raggruppare in sei aree principali. La prima affida all’OMS la direzione e il coordinamento delle attività di salute internazionale. La seconda si riferisce al supporto ai Paesi in ambito sanitario, sia nelle condizioni ordinarie, sia nelle emergenze. In entrambi i casi l’OMS può intervenire solo su richiesta o con il consenso dei governi nazionali. La terza concerne la promozione della salute e del miglioramento delle condizioni di vita (alloggio, nutrizione, igiene ambientale, condizioni lavorative) a livello mondiale, sottolineando la promozione della salute e il benessere dei bambini e delle madri, nonché della salute mentale in generale. La quarta riguarda la fornitura di servizi di informazione ai Paesi membri, inclusa quella di carattere statistico ed epidemiologico, nonché l’assistenza alla formazione di un’opinione pubblica informata. La quinta funzione concerne la promozione della formazione e della ricerca in materia di sanità; benché l’OMS  non disponga di propri centri di ricerca, con l’eccezione dell’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) di Lione, essa opera attraverso una vasta rete di centri collaborativi nazionali. La sesta funzione è relativa alla definizione di standard nei molteplici ambiti della sanità (ad esempio in relazione agli alimenti, prodotti biologici e farmaceutici, alle procedure diagnostiche e altri). Pensiamo, ad esempio, in materia di salute ambientale, agli standard di qualità dell’aria che prevedono tra gli altri la concentrazione massima accettabile di particolato. In alcuni di questi contesti l’OMS collabora anche con altre agenzie, ad esempio con la FAO, con cui gestisce il Codex Alimentarius, che fissa gli standard relativi alla produzione agricola e alimentare”.  

Durante il periodo pandemico l’OMS ha interferito non poco nella gestione dell’emergenza condotta dagli Stati membri. Non Le pare che tale ingerenza abbia minato la fiducia dei cittadini nei confronti delle politiche relative alla salute globale imposte dalle istituzioni?

“In realtà non c’è stata una vera e propria ingerenza da parte dell’OMS. Quest’ultima ha elaborato  linee guida e fornito raccomandazioni, a volte anche in ritardo o in maniera contraddittoria, ma sono sempre stati i Paesi membri a decidere se e come applicarle. L’OMS ha applicato quanto previsto fin dal 2005 dai Regolamenti di Sanità Internazionale (RSI), dichiarando ad esempio l’esistenza di una Emergenza di Sanità Pubblica di Rilevanza Internazionale (PHEIC, nell’acronimo inglese) attivando così anche le conseguenti procedure e gli obblighi – ad esempio di informazione reciproca – che gli Stati Membri avrebbero dovuto rispettare. Qui vorrei sottolineare che la constatazione di una situazione di “pandemia” (nel caso specifico manifestata in Conferenza stampa dal Direttore generale l’11 di marzo del 2020) non aveva nessun valore formale o conseguenze attuative, al di là dell’impatto sull’opinione pubblica amplificata dai media e delle conseguenze politiche derivanti da quell’accentuazione narrativa.  Può essere interessante ricordare le facoltà regolatorie dell’OMS previste dalla sua Costituzione. Sono due: l’adozione di accordi internazionali (ex art. 19) e l’adozione di regolamenti (ex art. 21), entrambe riproposte in seguito alla pandemia COVID-19”.

Cominciamo dalla prima facoltà.

“Fino a quest’anno, l’unico Accordo internazionale adottato dall’OMS era la Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco (FCTC, nell’acronimo inglese) approvato nel 2003 ed entrato in vigore nel 2005. In quell’occasione l’industria del tabacco cercò invano di contrastare l’iniziativa con ogni mezzo, sostenuta in particolare dagli Stati Uniti. Da allora, dato il suo successo, la FCTC è stata più volte richiamata come esempio per promuovere accordi internazionali in altri ambiti della salute. Fino alla più recente iniziativa che ha portato alla negoziazione dell’Accordo Pandemico finalmente adottato dall’Assemblea Mondiale della Sanità nel maggio di quest’anno, ma ancora non entrato in vigore. È importante sottolineare che in base all’art. 19 della Costituzione dell’OMS per l’approvazione di una Convenzione o Accordo internazionale è necessario raggiungere la maggioranza qualificata dei 2/3 degli Stati membri”.

E per l’approvazione dei regolamenti?

“In questo caso – sia per l’approvazione di un regolamento come degli emendamenti – è sufficiente la maggioranza semplice del 50% degli Stati membri. Dopo la prima SARS del 2003 si ritenne necessaria una profonda revisione dei regolamenti in vigore fino dagli anni ’50 del secolo scorso (allora relativi al controllo internazionale di sei malattie infettive). La nuova edizione dei Regolamenti di Sanità Internazionale (RSI) fu approvata nel 2005. La struttura di quei regolamenti è rimasta invariata fino ad oggi, salvo alcuni emendamenti introdotti successivamente. Tra gli aspetti più rilevanti dei RSI 2005, l’affidamento al Direttore Generale dell’OMS della responsabilità di dichiarare l’esistenza di un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, attivando meccanismi vincolanti per tutti gli Stati membri, tra cui la condivisione di informazioni e la messa in atto di misure tese al controllo dell’emergenza. Va fatto notare che i RSI non limitano l’idea di emergenza alle sole epidemie, in quanto la estendono a qualsiasi situazione che possa mettere in pericolo la salute oltre i confini nazionali, come ad esempio un’emergenza nucleare. Come ricordavo, in seguito alla pandemia COVID-19 è stata avviata anche una nuova revisione degli RSI 2005, in parallelo al negoziato del già ricordato Accordo Pandemico. Si è giunti così agli emendamenti approvati dall’Assemblea Mondiale della Sanità nel maggio del 2024”.

Emendamenti al Regolamento Sanitario Internazionale che l’estate scorsa l’Italia ha ufficialmente rifiutato. Secondo alcuni, l’adesione agli emendamenti avrebbe compromesso la sovranità nazionale e causato conseguenze a catena imprevedibili. Condivide questa teoria? Ci si può considerare al ‘sicuro’, adesso?

“Ho ripetutamente affrontato la questione anche nel mio blog (eduardomissoni.info). Le prime stesure degli emendamenti presentavano, in effetti, molteplici criticità. A mio modo di vedere, la versione finale invece non comporta grandi rischi o sostanziali ingerenze. Ciononostante credo ci siano state alcune buone motivazioni per rigettare gli emendamenti. Infatti sia gli emendamenti ai RSI, come del resto l’Accordo pandemico, erano stati negoziati in gran parte a porte chiuse, senza permettere un confronto pubblico, e senza nemmeno rispettare l’obbligo di presentazione del testo emendato quattro mesi prima della discussione in Assemblea. Gli emendamenti apportati peraltro hanno introdotto altre criticità, come l’obbligo dell’istituzione a livello nazionale di un’Autorità come referente per l’applicazione dei regolamenti. C’è chi ha ravvisato in quest’obbligo una limitazione della sovranità nazionale. A quella nuova Autorità spetterebbe anche il controllo della “disinformazione” aprendo possibilmente a una vera e propria censura dell’informazione non allineata, come abbiamo tristemente già sperimentato durante la pandemia. Vorrei però tornare sulla questione della possibile ‘ingerenza’ dell’OMS: credo si tratti di un aspetto fondamentale…”.

Quale?

“A seguito della pandemia di COVID-19, a livello internazionale si è avvertita l’esigenza di rafforzare i meccanismi internazionali per far fronte collettivamente a future pandemie. Spesso ho sentito attribuire all’OMS la responsabilità di quella iniziativa. In realtà la spinta è venuta dai Paesi membri, in particolare con molta enfasi da quelli dell’UE, che hanno sollecitato l’OMS ad avviare i due processi paralleli. Non è nemmeno corretto sostenere, –come è stato fatto in modo strumentale– che il Direttore Generale dell’OMS, cui indubbiamente i RSI attribuiscono la facoltà di attivare l’emergenza internazionale, non sia stato eletto da nessuno. Infatti è eletto con mandato quinquennale dall’Assemblea mondiale della sanità ovvero dai 194 Stati membri. Certo non una elezione diretta da parte dei cittadini. Ma sarebbe come dire, per analogia, che il Presidente della Repubblica Italiana non rappresenti il popolo italiano perché non eletto dai cittadini, ma dal Parlamento”.

Lei ha più volte sottolineato il rischio di ‘cattura dell’OMS’ da parte dei cosiddetti filantropocapitalisti. Quali soluzioni proporrebbe per limitarne il potere?

“La ‘cattura dell’OMS’ non coinvolge solo i cosiddetti filantrocapitalisti, ma più in generale il complesso del settore privato transnazionale, che lega i primi alle grandi società transnazionali e alla grande finanza. Certamente, con la comparsa sulla scena di Bill Gates e della sua Fondazione nel 2000 la pressione dei filantrocapitalisti sull’OMS è cresciuta sostanzialmente. La ‘cattura’ avviene attraverso vari meccanismi. Si pensi al potenziale condizionamento della ricerca scientifica. Il fatto che gli stessi fondi di investimento, i grandi gestori patrimoniali transnazionali, finanzino nel contempo la ricerca, le case farmaceutiche e le case editoriali delle riviste scientifiche, implica che la ricerca e la pubblicazione dei risultati soffrano dell’azione di quei determinanti commerciali e dei conflitti d’interesse che spesso ne conseguono. Di conseguenza le linee guida che produce l’OMS basandosi sulla ricerca possono soffrire degli stessi rischi. Poi c’è un altro aspetto, che potrebbe essere paragonato in qualche modo all’insider trading”.

Ce lo spieghi, per favore.

“È il meccanismo delle ‘porte girevoli’, cioè del personale che si trasferisce da un settore all’altro, dal pubblico, al privato. Professionisti che, dopo aver lavorato ad esempio nel settore bancario o nell’industria farmaceutica, diventano funzionari dell’OMS, per poi passare magari a partenariati pubblico-privato (come ad esempio l’Alleanza GAVI per le vaccinazioni) ed eventualmente ritornare in OMS. È inevitabile il rischio di conflitti di interesse, nonché l’iniezione nell’organismo pubblico, nel caso specifico l’OMS, di una visione mercantile. Un ulteriore meccanismo è legato al controllo dell’informazione. Se, per veicolare informazioni all’opinione pubblica, l’OMS si affida a piattaforme e reti sociali controllate dai vari Zuckerberg, Musk, etc., è chiaro che rischia di delegare a quelli la divulgazione e il controllo dell’informazione, con evidenti conseguenze data la notevole influenza che essi hanno sull’opinione pubblica. Naturalmente il meccanismo di cattura più noto è quello finanziario”.

Può ricordarci chi finanzia l’OMS?

“L’OMS viene finanziata in due modi: attraverso i contributi obbligatori e i contributi volontari. I primi provengono solo dagli Stati membri, mediante una quota bilanciata, calcolata in proporzione alle risorse economiche e altri indicatori di ciascun Paese. Per l’OMS si tratta di fondi flessibili, la cui destinazione è definita esclusivamente dalla strategia e dal programma di lavoro deciso dall’Assemblea Mondiale della Sanità. I contributi volontari, invece, provengono sia dagli Stati membri che desiderino destinare all’OMS fondi aggiuntivi, sia dal settore privato. Insomma da chiunque abbia intenzione di fare una donazione. Cittadini comuni compresi. Un’altra caratteristica dei contributi volontari è che il donatore, pubblico o privato, può decidere a quali attività dell’OMS destinare i fondi. Considerando che a partire dagli anni ’80, sotto la spinta dei governi conservatori di Reagan negli Stati Uniti e Thatcher nel Regno Unito, i contributi obbligatori sono stati congelati e i contributi volontari sono cresciuti progressivamente fino a costituire dal 2007 più dell’80% del bilancio totale, è evidente che questi determinano in gran parte le priorità dell’OMS. Contrariamente però a quel che spesso si sente dire, le imprese contribuiscono in minima parte al bilancio complessivo dell’OMS (intorno all’1%). È stato piuttosto l’avvento della fondazione Gates a cambiare le carte in tavola. Gates è molto influente e i suoi versamenti sono arrivati a costituire anche più del 15% del bilancio complessivo. In pratica oggi, dopo la ritirata degli Stati Uniti, è il primo finanziatore dell’Organizzazione e il più influente ‘azionista’ dell’OMS”.

Cioè?

“Come ho menzionato, il donatore decide autonomamente cosa desidera finanziare con i suoi soldi. Gates, ad esempio, investe prevalentemente in vaccini. Anche per questo, il controllo delle malattie infettive costituisce senza dubbio l’attività principale dell’OMS, mentre si trascurano le malattie non trasmissibili che oggi costituiscono il maggiore carico di malattia e la principale causa di morte globalmente”.

Quali soluzioni prevede per limitare il potere dei filantrocapitalisti del settore privato e in generale per ridurre l’influenza dei donatori?

“L’unica soluzione possibile è di assicurare all’OMS maggiore flessibilità nell’uso dei fondi disponibili in modo da attenersi alle decisioni dell’Assemblea Mondiale della Sanità. Gli Stati membri hanno già approvato un cambio di rotta, un aumento progressivo dei contributi obbligatori, per l’appunto fondi flessibili, che dovrebbe raggiungere il 50% del bilancio entro il 2030. Allo stesso tempo è indispensabile limitare se non impedire che il donatore possa decidere la destinazione dei suoi finanziamenti”.

Dal Covid in poi i media rilanciano, con toni trionfalistici, gli studi sulle potenzialità di vaccini, sempre a mRNA, ora contro i tumori. Analizzando nei dettagli queste pubblicazioni emerge spesso, purtroppo, che i risultati non corrispondono alle attese dichiarate. Qual è il business dell’industria farmaceutica nel prossimo futuro? Sarà davvero una ‘puntura’ a salvarci?

“Innanzitutto è bene chiarire che, i cosiddetti vaccini a mRNA, non sono vaccini. Io li definirei ‘terapie immunitarie’, in quanto non contengono l’antigene (ci eravamo occupati della tematica nel servizio del 20 settembre 2022, ndr). La tecnologia a mRNA era già stata sperimentata da tempo in ambito oncologico ma, sull’onda del successo della campagna vaccinale anti-Covid, è stata rilanciata di recente. Purtroppo, fatti salvi i vaccini per la prevenzione di malattie infettive che possono evolvere in cancro, l’idea di “vaccini” contro i tumori conclamati è del tutto mediatica: i prodotti a mRNA verrebbero infatti somministrati a chi è già malato (perciò manca completamente il fattore della prevenzione, tipico di un vero vaccino). Se terapie sperimentali di cui peraltro ancora non si conoscono gli effetti a lungo termine possono essere giustificate nei casi di patologie neoplastiche dalla prognosi infausta, è ben diverso il caso della somministrazione a popolazione sana”.

Qual è il Suo parere su MEHA (‘Make Europe Healthy Again’)? Può davvero contrapporsi all’OMS?

“Il MEHA nasce evidentemente sulla scia del MAHA statunitense, non come un’iniziativa europea indipendente. Di fatto nel suo organo di direzione ci sono almeno sette ricercatori statunitensi.  Anche validi, ma non europei. Indubbiamente, l’iniziativa appare strumentale con forti connotati politici e non si presenta come un’iniziativa di sanità pubblica trasversale a tutte le forze politiche e sociali, come sarebbe auspicabile per un’iniziativa per la salute. La sensazione è che i propositi del MEHA siano limitati ad ambiti piuttosto ristretti. Se la sua intenzione è quella di contrastare, come preannunciato anche dal MAHA, lobbies e corporations e i determinanti commerciali della salute, ben venga. Staremo a vedere”.

The Lancet ha recentemente criticato, in un editoriale, la nascita di MEHA. Secondo l’articolo, in un momento in cui si moltiplicano tensioni politiche, populismo, sfiducia e ideologie, l’Europa rischia di perdere di vista i bisogni sanitari fondamentali…

“Anche la rivista manifesta forti perplessità nei confronti dell’iniziativa MEHA. Ne evidenzia la natura politica strumentale e considera che simili iniziative distraggano l’attenzione dai reali problemi sanitari che indubbiamente affliggono gli europei e i loro sistemi sanitari”.