Scenari apocalittici a Gaza. Nonostante il mainstream sonnecchi ormai da due anni e una parte della politica abbia magicamente aperto gli occhi solo di recente, il numero di morti, feriti e sfollati ha raggiunto livelli impressionanti. L’hanno confermato la Special Rapporteur dell’ONU, Francesca Albanese, che nel suo Rapporto parla espressamente di ‘Anatomia di un genocidio’ e, nelle scorse settimane, i ricercatori Eduardo Missoni e Kasturi Sen, autori di un’importante pubblicazione scientifica sulla rivista internazionale ‘Healthcare’. Abbiamo quindi desiderato approfondire la questione con il professor Missoni, medico specialista in medicina tropicale e subtropicale, professore presso la SDA Bocconi di Milano e grande esperto di salute globale e di cooperazione internazionale. Il docente ha inoltre promosso una petizione, indirizzata alla Presidente del Consiglio e alle più alte cariche istituzionali, per chiedere la cessazione immediata delle atrocità commesse a Gaza e la fine delle violazioni dei diritti civili e umani dei Palestinesi in Cisgiordania.
Professor Missoni, nella Vostra pubblicazione avete affrontato la crisi sanitaria a Gaza, basandoVi sulla letteratura compresa tra l’ottobre 2023 e l’aprile 2025. Quale metodo di lavoro avete seguito e quali sono i punti di forza e i limiti incontrati nel corso della ricerca?
“Abbiamo individuato fonti adeguate che ci consentissero di sviluppare la tematica. La nostra è una revisione narrativa, non una review sistematica. L’analisi perciò non segue una metodologia rigorosa e predefinita, ma vuole fornire una panoramica il più possibile ampia, completa e critica della situazione, attingendo a un’ampia varietà di fonti, elaborando una sintesi e incorporando la nostra interpretazione. Nella drammatica situazione di Gaza, non avremmo potuto fare altrimenti, a causa della difficoltà nel reperire informazioni consolidate nella letteratura scientifica. Abbiamo sfruttato i motori di ricerca, in particolare PubMed e Google Scholar, delimitando il periodo temporale al conflitto in atto. Ci siamo basati su 52 fonti tra riviste scientifiche e rapporti istituzionali. La letteratura specifica è in gran parte prodotta da autori del mondo arabo. Rapporti e documenti sulle politiche originano invece principalmente dal sistema delle Nazioni Unite. La nostra analisi ha seguito sia il filone della sanità pubblica, principalmente di mia competenza in quanto medico, e quello dell’economia politica, cui ha dedicato maggiore attenzione la mia coautrice, una politologa dell’Università di Oxford, specializzata sul Medio-Oriente. La ricerca era già pronta in aprile, ma i tempi del processo di revisione tra pari (peer review) hanno permesso di pubblicarla solo il 30 luglio: questo ci ha consentito in parte di aggiornare i dati fino al 22 giugno scorso”.
Pur ammettendo la gravità della situazione, numerosi esponenti politici e il mainstream negano la veridicità della definizione di ‘genocidio’. Perché, secondo Lei? Che cosa rivelano, invece, i numeri?
“Domanda impegnativa. Il termine ‘genocidio’ implica un aspetto giuridico e fa riferimento a un crimine definito, introdotto dalle Nazioni Unite, nel dopoguerra per la prevenzione e la repressione di crimini come quelli associati al periodo nazista. Ritengo che la difficoltà nel riconoscere l’intenzione criminale dell’attuale azione di sterminio da parte di Israele, sia proprio il timore, e forse la vergogna di vedere associata la situazione attuale alla memoria di quell’esperienza storica. Tuttavia, pure le Nazioni Unite hanno catalogato la situazione a Gaza come genocidio. Con questa espressione infatti si intendono le azioni commesse per distruggere totalmente o in parte un gruppo nazionale ed è ciò che sta accadendo. L’eliminazione del popolo palestinese è un obiettivo più volte dichiarato da parte del governo israeliano. Inutile girarci attorno. Certo, a fini pratici di un’analisi della situazione sanitaria avremmo potuto parlare di sterminio, oppure di strage”.
Recentemente Lei ha ricordato che, alla fine di marzo 2025, si stimavano oltre 49 mila morti (donne e bambini nel 70% dei casi), 110 mila feriti e 30 mila dispersi. Tuttavia, secondo i sostenitori di Netanyahu, i numeri del genocidio sono frutto della propaganda di Hamas. Come si selezionano le fonti?
“Dati certi sono difficilmente reperibili. Abbiamo consultato i dati delle fonti più attendibili come quelle, in continuo aggiornamento, dell’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari): secondo il report del 6 agosto scorso, ad esempio, i morti si attestano a 61.158, mentre i feriti a 151.442. Su quel sito delle Nazioni Unite è possibile trovare anche altri dati, riguardanti i problemi nutrizionali e la salute pubblica”.
Quante generazioni sono state decimate, a Gaza?
“Non mi concentrerei solo su Gaza, ma sui territori palestinesi in generale, a partire dal 1948. Le persecuzioni nei confronti dei Palestinesi sono iniziate con la fondazione dello Stato di Israele e l’affermazione dell’ideologia sionista. Quante generazioni sono state decimate nel corso dei decenni: almeno tre generazioni? Preciso, comunque, che l’obiettivo del nostro lavoro era relativo alle condizioni di salute e alla sfida della ricostruzione del sistema sanitario, senza volerci addentrare nella complessità di analisi e considerazioni storiche e politiche”.
Tra le malattie infettive più pericolose, ricomparse a Gaza, c’è la poliomielite. Si ritiene che 7/10 mila bambini saranno a rischio paralisi e disabilità nel lungo termine. Altre patologie diagnosticate, anche a causa delle scadenti condizioni igienico-sanitarie: epatiti, infezioni respiratorie, varicella, ittero, etc… . Il ‘cessate il fuoco’ sembra ancora lontano: quali provvedimenti si potrebbero adottare per arginare le malattie più contagiose (oltre, eventualmente, ai piani di vaccinazione, laddove possibili)?
“Il quadro epidemiologico e le statistiche sanitarie sono il risultato dell’elaborazione di dati a carico dell’OMS. Personalmente sono scettico sulla possibilità di affrontare efficacemente i problemi sanitari con un approccio puramente biomedico, come sono le vaccinazioni di massa: a parte la difficoltà logistica nelle condizioni della Striscia di Gaza, è etico e ha senso somministrare vaccini a una popolazione sotto costanti bombardamenti, senza poter garantire il completamento del ciclo di immunizzazione, né la sopravvivenza dei bambini vaccinati alla ripresa dei bombardamenti? La poliomielite, ad esempio, si trasmette principalmente per via oro-fecale, come l’epatite e le altre patologie gastrointestinali, cioè attraverso la contaminazione con feci di cibo e acqua, e la scarsa igiene personale. Anche le altre infezioni proliferano a causa delle condizioni igienico-sanitarie disastrose. Se impiegassimo tutte le nostre energie e risorse per giungere a un ‘cessate il fuoco’, e cercare di rispondere ai bisogni essenziali piuttosto che adottare politiche vaccinali in un contesto così difficile, sarebbe molto più coerente ed efficace”.
Traumi fisici, mutilazioni, malattie, orfani e sfollati: è a rischio anche la salute mentale dei sopravvissuti?
“I traumi psicologici causati dai conflitti sono spesso ignorati. Gli adulti e i bambini subiscono ripercussioni per decenni. Nel nostro lavoro ci siamo soffermati anche sull’importanza dell’elaborazione del lutto e sul fatto che i sopravvissuti non possano nemmeno seppellire i loro cari. Abbiamo sperimentato qualcosa di simile durante la pandemia, quando ci è stata preclusa la possibilità di vedere i propri familiari deceduti e di celebrare i funerali”.
Il conflitto permanente rende difficile coordinare gli sforzi umanitari. Nel Vostro lavoro avete sottolineato che, all’inizio dei bombardamenti, 350 mila persone soffrivano di patologie croniche, mentre 50 mila donne incinte risultavano prive di cure essenziali. Inoltre, quasi il 95% della popolazione di Gaza non ha accesso all’acqua potabile e oltre l’85% vive in povertà. Se e come vengono gestite le emergenze ordinarie?
“Durante i conflitti ci si dimentica dello stato di salute generale dei singoli individui. Gaza è ridotta a un immenso campo di concentramento: in passato i servizi erano già quasi al collasso dopo 17 anni di blocco e la situazione è precipitata all’inizio di questa guerra, l’ottava dall’elezione di Hamas nel 2006. Cosa accadde da noi durante il Covid? Le malattie croniche passarono spesso in secondo piano e numerosi cittadini furono costretti a rinunciare agli accertamenti e a procrastinare i ricoveri. A Gaza le emergenze ordinarie, come le ha definite Lei, non si gestiscono più. E ormai non si riesce a far fronte nemmeno a quelle straordinarie”.
Avete dedicato ampio spazio alle difficoltà riscontrate dal personale sanitario che opera a Gaza: oltre 300 operatori sono stati uccisi, dall’inizio del conflitto. Ha contatti diretti con i colleghi di Gaza? Esistono ancora strutture sanitarie funzionanti?
“I contatti sono precari. Vengono fatti fuori pure i giornalisti. La pagina dell’OCHA rivela che, al 3 agosto, il 50% delle strutture è parzialmente funzionante, cioè 18 ospedali su 36. Che cosa significa ‘parzialmente’? Che il paziente ha qualche probabilità di arrivare in ospedale, ma poi rimane privo di medicinali e di assistenza medica”.
Se e con quali modalità potrà essere ricostruita la Sanità pubblica di Gaza? C’è chi propone una sorta di Piano Marshall…
“È il tema fondamentale della nostra ricerca. Si può immaginare un futuro, a Gaza? Il governo israeliano vorrebbe mandare i Gazawi da un’altra parte; Trump ipotizzava la creazione di un resort. Ovvio che, se si decidesse di ricostruire la Sanità di Gaza, non si potrebbe prescindere dalla popolazione e le autorità sanitarie locali, che vanno necessariamente coinvolte. I Palestinesi rappresentano una realtà culturalmente avanzata. Tra di essi vi sono anche medici validi. L’aiuto internazionale è indispensabile, d’accordo, ma auspichiamo un intervento multilaterale, non frammentato, coordinato con i palestinesi. Il Piano Marshall è un modo di dire, poiché quell’esperienza storica fu unilaterale con l’obiettivo politico di affermare l’economia di mercato in Europa e assicurarne il legame con gli Stati Uniti. La ricostruzione a Gaza deve necessariamente avere come protagonisti i Palestinesi assicurando loro la fine dell’occupazione israeliana in tutti i territori e il riconoscimento dello Stato di Palestina”.
Lei è un grande studioso di sanità globale e si è sempre occupato di geopolitica della salute. L’OMS, ad esempio, che detta regolarmente le regole del ‘gioco’ (lo abbiamo visto chiaramente durante la pandemia Covid), è spesso accusata di essere mera portatrice degli interessi dei suoi finanziatori privati. Quali riforme servirebbero per renderla immune dalle influenze ‘esterne’?
“Premessa: il sottoscritto è un sostenitore dell’OMS, intesa come istituzione multilaterale essenziale per la collaborazione internazionale su temi di sanità globale e di supporto alle strategie nazionali nei Paesi che lo richiedano. Se l’Italia uscisse dall’OMS, sulla scia degli Stati Uniti, commetterebbe un gravissimo errore, poiché indebolirebbe ulteriormente quello spazio di cooperazione internazionale, e non potrebbe contribuire a una necessaria riforma dell’Organizzazione. Purtroppo, troppo spesso si fa riferimento all’OMS ritenendo che l’agenzia si occupi solo di pandemie e di sicurezza sanitaria, mentre il suo mandato è molto più ampio. È vero però che il prevalere della cultura biomedica nell’Organizzazione, e l’apertura al settore privato ha gettato le premesse di una ‘cattura del policy-maker’…”.
Di cosa si tratta?
“Si tratta di un fenomeno per cui un regolatore o promotore delle politiche pubbliche – in questo caso l’OMS come sede di elaborazione di linee guida per le politiche globali per la salute – non è più in grado di svolgere il proprio mandato perché influenzato in maniera determinante da agenti esterni con interessi diversi. Per molto tempo gli USA in quanto massimi contribuenti dell’OMS hanno imposto la loro visione verticale, e le loro priorità. In particolare un approccio biomedico (farmaci e vaccini), “verticale”, selettivo nel controllo di singole malattie infettive. In contrasto con un approccio per la salute che richiede una visione integrata, olistica, di controllo dei principali determinanti della salute, economici, sociali, ambientali, nonché il rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali. L’OMS è finanziata attraverso due principali voci di bilancio: contributi obbligatori dovuti dagli Stati Membri in ragione della loro capacità economica; e contributi volontari , addizionali ai primi che però consentono al Paese “donatore”, ma anche – e questo è un punto fondamentale – a donatori privati di determinare l’uso che si fa dei fondi destinati all’Organizzazione.
Negli Anni ’80 gli Stati Uniti, con l’affermarsi del pensiero e delle politiche neoliberali, promossero ed ottennero il congelamento dei contributi obbligatori rendendo quindi l’OMS dipendente in maniera crescente da contributi volontari (fino a costituire più dell’80% del totale del bilancio) e quindi alla mercé dei desiderata dei donatori. Io mi sono occupato dell’OMS dal 1987 e fino al 2002 rappresentando l’Italia sul piano tecnico e successivamente come accademico, ruolo questo che mi ha permesso di osservare da vicino la trasformazione dell’Organizzazione.
A partire dal 2000, in particolare con l’avvento della Fondazione Gates, e dei cosiddetti filantrocapitalisti – pur rimanendo prevalente il contributo pubblico (Stati membri e organismi intergovernativi) – sono cresciuti in maniera determinante i contributi dei privati, e con essi la progressiva “cattura” dell’OMS. La fondazione Gates è arrivata a coprire in alcuni anni oltre il 15% del bilancio totale dell’OMS, determinando in buona parte le scelte dell’Organizzazione. Mentre il settore privato commerciale – ed in quel contesto l’industria farmaceutica – partecipa con i suoi contributi a non più del 3% del bilanci, le organizzazioni di partenariato pubblico-privato (alcune, come l’alleanza GAVI per le vaccinazioni a loro volta fortemente influenzate da Gates) rappresentano un altro capitolo significativo del bilancio OMS.
Va però segnalato che la ‘cattura’ non avviene solo attraverso lo strumento finanziario, ma anche mediante altri meccanismi. Per esempio, l’attività di lobby sull’Organizzazione e sugli Stati membri; le cosiddette ‘porte girevoli’, cioè il transito di personale dal settore privato al settore pubblico, il che ne influenza l’operato; il finanziamento e il controllo della produzione scientifica, che condiziona la scelta delle politiche; o il controllo dei media e dell’informazione pubblica. Si generano così anche numerose situazioni di conflitto di interesse”.
Perché, allora, per l’Italia sarebbe pericoloso uscire dall’OMS?
“L’uscita di singoli Paesi dall’OMS, come potrebbe essere il caso dell’Italia, indebolirebbe ulteriormente l’Agenzia esponendola ancor più all’influenza di interessi privati, favorirebbe lo spostamento del baricentro delle politiche sanitarie mondiali verso organismi finanziari, come la Banca Mondiale, e i Partenariati Pubblico-Privato, favorendo ulteriormente la privatizzazione e la mercantilizzazione della salute a livello globale. Purtroppo, una tendenza quest’ultima che l’Italia ha favorito fin dall’inizio degli anni 2000. Nel contempo l’Italia perderebbe l’accesso a fondamentali spazi di cooperazione internazionale, senza trarne realmente vantaggio sul piano economico, dato comunque il modesto contributo italiano all’OMS (circa 30 milioni di euro all’anno, molte volte inferiore alla spesa annua di una ASL di media grandezza). Piuttosto la strada da seguire sarebbe un’altra…”.
Quale?
“Sarebbe auspicabile una riforma che restituisca all’OMS una capacità di indirizzo interamente basata su strategie definite dall’Assemblea Mondiale della Sanità, il maggiore organo di rappresentanza e di governo dell’OMS, limitando al massimo l’influenza diretta di singoli Paesi e a maggior ragione di privati. In tal senso, la riforma dovrebbe prevedere l’aumento dei contributi obbligatori degli Stati Membri e limitare la possibilità di assegnare i contributi volontari in base alle priorità dei singoli donatori, in particolare permettendo contributi privati solo se non condizionati.
Infine, l’OMS dovrebbe aprirsi maggiormente al confronto con le organizzazioni della società civile che, più vicine ai bisogni della popolazione, operano nell’interesse pubblico e controllare severamente ogni forma di conflitto d’interesse nelle relazioni con il settore privato”.