In un contesto complesso come quello di Gaza, permangono interrogativi e dubbi legittimi riguardo la veridicità di alcune narrazioni.
È plausibile che i dati provenienti dal Ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, abbiano sollevato perplessità. Questo scetticismo potrebbe derivare dalla consapevolezza che Hamas è riconosciuta come organizzazione terroristica da molti Paesi nel mondo. È la stessa organizzazione che il 7 ottobre ha lanciato un attacco brutale contro civili inermi, intere famiglie, bambini e donne indifese in Israele. Un massacro motivato dall’odio e da un’ideologia che mira all’annientamento degli ebrei e dello Stato di Israele, in nome di un unico popolo e di un unico Stato: quello palestinese.
Osservando le immagini di Gaza registrate il 6 ottobre, poche ore prima del massacro perpetrato da Hamas, si poteva constatare una città fiorente. Grattacieli, hotel stellati, ristoranti di lusso, viali alberati con aiuole curate e strade asfaltate di prim’ordine testimoniavano una realtà dove la vita sembrava poter solo migliorare, grazie a strutture come ospedali, università e biblioteche, che avrebbero potuto essere ulteriormente potenziate.
Ci si chiede allora: perché non restituire almeno i civili in ostaggio e chiedere perdono ai vicini di casa ebrei? Perché non si riesce a far funzionare l’idea dei “due popoli e due Stati”? E perché un riconoscimento “a freddo” e unilaterale dello Stato di Palestina oggi dovrebbe risolvere il problema? Quale Stato? Quali confini? Quale popolo? I palestinesi che vivono (e prosperano) in Israele dovrebbero forse lasciare lo Stato ebraico a favore di uno palestinese?
Personalmente, dopo numerosi viaggi in Israele, trovo difficile distinguere un ebreo sefardita da un palestinese. Non sono un antropologo esperto, né riesco a cogliere differenze nell’inflessione dell’ebraico quando a parlare sono un arabo o un ebreo. Non parlo né ebraico né arabo, pur essendo entrambe lingue semite che si intersecano. È difficile comprendere la radice di un odio così profondo, che spinge ad attaccare selvaggiamente l’altro per annientarlo.
Posso comprendere la volontà di difendere i propri figli, la disperazione di madri e padri quando un figlio o una figlia parte per il servizio militare, come succede tra la popolazione israeliana ebraica e drusa. Non posso però comprendere, o accettare, che un genitore trovi felicità nel suicidio del proprio figlio per una causa religiosa o ideologica, come accaduto durante gli attacchi terroristici di chi si fa esplodere in nome di una tale causa. Sebbene la prevaricazione del più forte possa esistere, in Israele tutti i cittadini – cristiani, ebrei e musulmani – hanno il diritto di manifestare liberamente le proprie idee, iscriversi all’università ed essere curati in un ospedale pubblico. Gli unici a non avere diritto a cure ospedaliere senza assicurazione sono i turisti, ai quali vengono fatturati conti salatissimi; un sistema, questo, che ricorda quello previdenziale americano. In fondo, Israele è in qualche modo un’ “America in Medio Oriente”, sebbene fondata principalmente da ebrei europei.
Vorremmo tutti che questa tragedia di Gaza non si fosse mai verificata. Eppure, molti esperti di conflitti si aspettavano che, prima o poi, sarebbe accaduto. Il conflitto non si era mai realmente placato, e il 7 ottobre è stata la prova inequivocabile che in quella regione la pace non è ancora una realtà consolidata.
L’Agenda Nascosta e la Questione della Disinformazione
C’è di più: un odio profondo ha spinto Hamas a far avanzare le rampe di missili anche dopo la decisione di Sharon di ritirarsi dalla Striscia di Gaza. L’intenzione palestinese radicale è chiara: avanzare fino al Giordano. Hamas le prova tutte, e l’arma più utilizzata è sempre stata la disinformazione, una propaganda che abbiamo già visto impiegata contro gli ebrei in passato, condita da un ampio vittimismo che genera consenso.
Oggi affermare che tutto ciò che vediamo di Gaza sia completamente falso sarebbe un azzardo. Tuttavia, emerge una storia che viene da lontano, una narrazione che vede Hamas raccontare da sempre solo ciò che fa comodo ai propri scopi. Persino alcuni giornalisti sono “scomparsi”. Ricordo di persona, molti anni fa, di trovarmi a due passi dalla Striscia con un corrispondente RAI, il quale mi spiegò la necessità di procedere all’interno di Gaza con un mezzo blindato e di non pronunciare assolutamente nulla che potesse infastidire Hamas, pena minima una sassaiola appena superata la zona di controllo israeliano. Il prezzo da pagare per chi non dice “la verità” imposta su Gaza è altissimo. La popolazione è costantemente sotto lo scacco di Hamas.
Vi siete mai chiesti se un palestinese arabo, che prima del 7 ottobre viveva tranquillamente a Tel Aviv, Nazareth, nel Negev o ad Haifa, sarebbe stato disposto a scambiare la sua vita con un appartamento a Gaza? La risposta è evidente. Da una parte, “l’America del Medio Oriente” – Israele – può essere messa in discussione, l’opposizione può chiedere le dimissioni del primo ministro e ci sono libere e democratiche elezioni (con un sistema proporzionale puro, simile a quello dell’Alto Adige, che rende spesso difficile la formazione di una maggioranza stabile e coesa). Questo contrasta nettamente con la realtà dominata da Hamas.
Il riconoscimento dello Stato Palestinese: Un Atto di Demagogia?
Parlare ora di riconoscere lo Stato palestinese senza definirne confini e identità è pura demagogia. La politica internazionale è spinta dalla lodevole volontà di ritrovare la pace. Abbiamo assistito a Israele quasi soccombere sotto il fuoco nemico dell’Iran, e solo l’aiuto americano ha ristabilito un equilibrio, per quanto precario, tra il colosso iraniano e la piccola Israele.
Israele ha dimostrato di avere una strategia chiara: difendersi, armarsi e migliorare le tecnologie militari e civili. Tuttavia, in alcuni casi ha peccato di tattica. Le dimissioni di Golda Meir, Primo Ministro colta di sorpresa dall’attacco dei paesi arabi (Yom Kippur), seguite dalle dimissioni della premier stessa, sono un esempio di come il 7 ottobre si sarebbe potuto evitare. Si sarebbe potuto potenziare la linea di difesa sulla Striscia, mantenendo alta l’attenzione su chi, dall’altra parte, si stava preparando a un attacco letale. In quel deserto si cercava la normalità e la prosperità, anche grazie a mega-eventi che portavano l’acqua dove c’era solo sabbia, un’acqua che aveva già favorito l’agricoltura e che ora incarnava un secondo passo: dove arriva la vita, arrivano anche la musica e la socialità. In una parola, si cercava di portare la cultura nel deserto. Ed è invece arrivata la morte, portata da Hamas.
Come si può credere ai dati che provengono dagli squadroni e dalla propaganda della morte? Questa è la domanda che emerge, suggerendo la necessità di una lettura critica delle informazioni.
Foto, Claudio Degasperi nel 2008 con le forze di interposizione dell’esercito indiano sulle alture del Golan