Diritto all’oblio, Google non può condannarti al passato: «La rete non è un ergastolo digitale»

Fondazione AIDR: «Dal caso del 2021 seguito dall’avvocato Dario Scrivano alla decisione del Tribunale di Milano, una battaglia per la dignità online»

Nessun algoritmo dovrebbe decidere, in modo opaco, che una persona debba restare prigioniera per sempre del proprio passato digitale. La recente decisione del Tribunale di Milano, che richiama Google alla necessità di adottare procedure individualizzate, consentire la presentazione di documenti e fornire motivazioni comprensibili in caso di diniego, riporta al centro del dibattito il diritto all’oblio e la tutela della dignità personale online.

Per la Fondazione AIDR, tuttavia, questa vicenda non rappresenta un punto di partenza. Già nel 2021, l’avvocato Dario Scrivano, allora segretario generale della Fondazione, aveva avviato un’azione a tutela di un socio, conclusasi con l’accoglimento del reclamo da parte del Garante per la protezione dei dati personali. L’Autorità aveva ingiunto a Google LLC di rimuovere, entro venti giorni, l’URL contestato dai risultati di ricerca associati al nome dell’interessato, richiamando gli articoli 17 e 21 del GDPR e i poteri previsti dagli articoli 57 e 58.

«La decisione di Milano è importante, ma non costituisce una novità assoluta rispetto al risultato già ottenuto da Dario Scrivano», dichiara Mauro Nicastri, presidente della Fondazione AIDR. «Quel provvedimento affermava già con chiarezza l’effettività della tutela della persona e Google non vi si oppose. Un diritto fondamentale non può dipendere da un modulo cieco o da una risposta automatizzata».

La Fondazione guarda ora al futuro con un progetto dedicato proprio a chi rischia di rimanere intrappolato in informazioni private o non più attuali reperibili online.

«Con Dario, scomparso prematuramente nel marzo 2025, avevamo assunto un impegno: creare un portale per aiutare chi è costretto a rivivere informazioni private o non più attuali ogni volta che il proprio nome viene cercato online. Lo presenteremo entro la fine del 2026 e sarà dedicato alla sua memoria. Internet può ricordare tutto; una democrazia, però, deve saper proteggere la dignità di tutti», conclude Nicastri.

Il messaggio è chiaro: la memoria digitale non può trasformarsi in una condanna senza fine. Il diritto all’oblio non significa cancellare la storia, ma garantire che le informazioni personali siano valutate nel loro contesto, tenendo conto del tempo trascorso, dei diritti dell’interessato e degli interessi pubblici in gioco.