

Alle 9:00 ho appuntamento con Guido Manfredi al City Hotel di Merano. Conosco bene quel posto, perché ci vado volentieri per bere il caffè nei momenti di pausa, durante le ore buche a scuola. Non è tanto distante dalla scuola alberghiera Kaiserhof, dove insegno.
Quando arrivo, qualche istante prima dell’ora prefissata, noto che Guido è già lì, seduto al tavolino dell’angolo, accanto alla grande vetrata della terza area. Mi sta aspettando. Si alza per salutarmi. Un gesto galante, il suo, come oggi se ne notano pochi.
Sul tavolino intravedo il suo cellulare, ben posizionato, e gli occhiali da vista. Il modo in cui sono disposti rispecchia un po’ quell’ordine che contraddistingue la personalità di Guido.
Io mi accomodo di fronte a lui, poso il cellulare sul tavolino alla meno peggio e osservo il mio interlocutore. Non posso non notare che, proprio dirimpetto, a pochi metri da Guido, sulla parete, c’è una fotografia storica di Merano. Quasi una presenza silenziosa che sembra accompagnare il nostro incontro.
Poi, prima di iniziare a conversare, Guido prende i suoi occhiali e se li mette. «Ora sì, ti vedo decisamente meglio e anche in forma», mi dice con il suo tono, a metà tra l’ironico e il gentile.
Guido e io ci conosciamo da diversi anni. Tuttavia, sono curioso di sapere qualcosa in più sulle ragioni che lo hanno spinto a scegliere una piccola città di provincia come Merano come sua Heimat.
«Premetto che io sono cremonese di origine. A portarmi da queste parti è stato il caso, ovvero il fatto di aver svolto il primo mese di leva militare presso il Centro Addestramento Reclute, cioè il “CAR”, per poi successivamente tornare a Merano per ragioni professionali».
Benché forestiero, come durante la conversazione Guido si definirà più volte, nel tempo ha imparato ad amare le peculiarità e, soprattutto, le potenzialità dell’Alto Adige. «C’è una differenza sostanziale al di sopra e al di sotto di Salorno, non c’è paragone. Qui sanno sfruttare le possibilità che hanno e si nota in tante cose».
Rimango colpito da questo approccio, considerando che non di rado si incontrano cittadini di lingua italiana in Alto Adige con un atteggiamento molto più lamentoso e disilluso. Guido, invece, sembra guardare a questo territorio con gli occhi di chi, pur arrivandoci da fuori, ha saputo riconoscerne le opportunità e farle proprie.
Da qui il discorso scivola naturalmente sull’arte. Sono incuriosito dal rapporto che un architetto come lui ha con la pittura e, più in generale, con il disegno. Guido, che durante tutta la chiacchierata continua a guardarmi fisso negli occhi, rimembra allora il suo rapporto con il disegno da ragazzino e il momento in cui entrò in crisi.
«Nel ’90 ho smesso di disegnare. Il disegno è bidimensionale, l’architettura, invece, tridimensionale. L’architettura mi aveva portato a una visione totalmente diversa delle cose».
Sarà nuovamente il caso, ma non solo, a far sì che Guido riprenda in mano la matita, ma anche il pennello, i colori e quant’altro, per provare ad andare oltre.
«Nel 2017 circa mi hanno consegnato una cassetta di colori acrilici che erano appartenuti a mio padre. Non volevo e non me la sentivo di buttarli. Inoltre, si era presentata la possibilità di partecipare alla rassegna Qart – Arte nei quartieri a Merano.»
È proprio nel 2017 che io e Guido ci conosciamo. È anche l’anno nel quale entra in contatto con un ambiente artistico meranese particolarmente attivo, assieme a Leonardo Roperti, Aldo De David e ad altri artisti molto presenti nella scena culturale del territorio.
«Da quando ho ripreso a dipingere cerco di unire i due elementi, tanto è vero che dipingo e uso pezzi di cartone».
Passiamo poi a parlare del suo lavoro. «Tu cosa pensi del mio lavoro?», mi chiede Guido, frontalmente. Senza tanti giri di parole gli rispondo che trovo interessante il suo uso misurato dei colori primari e la quasi totale assenza di sfumature superflue. E paragono questa sua misurazione all’uso del pedale nel pianoforte: si può suonare bene un pianoforte usando il pedale, ma questo non significa necessariamente che il pezzo musicale in questione sia suonato bene. Guido sorride. Si capisce che ha compreso la metafora.
I suoi dipinti si muovono così tra il caso e il netto, tra l’idea che nasce per caso e ciò che, invece, viene deciso con precisione. Un po’ come la sua vita.
Infine, facciamo anche due battute sulla scuola di oggi e sull’importanza di dare stimoli alle scolaresche. Poi gli domando come trovi Merano dal punto di vista culturale.
«Merano è molto attiva. È vero, il piattume un po’ si vede, ma non è uno zoo turistico. Qui si può fare ogni giorno qualcosa di diverso, basta essere flessibili. Si può prendere parte a manifestazioni di lingua italiana o tedesca. Il fatto che sia una piccola realtà dà anche più possibilità per interagire rispetto a grandi realtà come Milano e Roma, dove, se non si conosce nessuno, non si va da nessuna parte».
Guido lo dice con la tranquillità di chi, arrivato da fuori, ha finito per trovare qui il proprio posto. Forse è proprio questo il filo che lega la sua architettura, la pittura e il rapporto con Merano: la capacità di stare dentro le cose, osservarle, misurarle e, quando serve, provare a cambiarne la prospettiva.
Foto di Guido Manfredi/c-Studio Wow Project Bolzano



