

Io e Stefano Sgorbati avevamo deciso di incontrarci in un bar nei pressi della stazione ferroviaria di Maia Bassa. Un imprevisto, però, ci ha fatto cambiare programma e abbiamo scelto un locale in via Roma.
Mi accomodo all’esterno, sotto un ombrellone che offre un po’ di riparo dal sole estivo, e resto ad aspettarlo osservando il via vai della strada. A un certo punto scorgo un’auto dalla quale Stefano mi saluta con un cenno della mano. So che tra pochi istanti avrà parcheggiato e potremo finalmente iniziare a conversare.
Nell’attesa ordino un caffè, assaporando quei momenti che precedono l’incontro. Poi lo vedo arrivare. La chioma grigia e gli occhi azzurri di Stefano sono inconfondibili. Si siede dapprima di fronte a me, poi sposta la sedia per ripararsi meglio dal sole cocente. Ordina un’acqua minerale e iniziamo a chiacchierare.
Stefano è meranese, come lo erano i suoi genitori. «I nonni, invece, no», precisa. «Mia nonna era austriaca e mio nonno era di Piacenza. Mio padre, Roberto, che tutti conoscevano come Rauly, era molto noto a Merano. Gestiva il Kursaal e, prima di lui, lo aveva fatto mio nonno Gino».
Quando parla del padre, i suoi occhi si illuminano. È evidente quanto sia ancora vivo il legame con lui. «Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta questa era un’altra Merano e il Kursaal ne rappresentava uno dei simboli più tipici», racconta con un velo di nostalgia.
Il discorso si sposta poi sulla sua attività artistica. Stefano torna con la memoria agli anni dell’infanzia, quando frequentava la scuola elementare G. Pascoli. Ricorda Rina Riva, la sua insegnante di tedesco e di disegno. «Era tosta, ma bravissima», dice sorridendo. «Già allora mi piaceva l’arte astratta e disegnare Tutankhamon. Qualcuno pensava che avessi qualche problema, invece ero semplicemente un bambino creativo».
Autodidatta da sempre, Sgorbati ha coltivato la propria passione in tutti gli ambiti artistici che lo hanno affascinato: dalla musica alla pittura, dalla fotografia alla grafica. «Appartengo a quella generazione che è passata inevitabilmente dall’analogico al digitale e questo mi ha permesso di accumulare esperienze molto diverse. Per un periodo ho lavorato anche come musicista professionista. Ho suonato jazz, fusion, pop e rock, registrando diversi LP e CD».
Tra le esperienze che ricorda con maggiore piacere c’è quella con il gruppo thecomfortzone. «Con loro ho iniziato una ricerca nel campo della musica d’avanguardia ed elettronica, realizzando concerti-performance e pubblicando alcuni CD-R autoprodotti». Mentre racconta questa fase della sua vita, apre una borsa e mi porge un suo CD, STEVESGØ Dreamsplay. Stefano è una persona curiosa, sempre alla ricerca di nuovi linguaggi espressivi e desiderosa di sperimentare.
Un’altra passione che ha accompagnato buona parte della sua vita è la fotografia, praticata anche a livello professionale. «Lo devo soprattutto a mio zio Nany De Paoli. Era un grande appassionato e collezionista di macchine fotografiche. È stato lui a trasmettermi l’amore per questo mondo».
L’arte, per Stefano, è una necessità. «Ho bisogno di fare arte, è la mia valvola di sfogo. Sono sempre alla ricerca di tecniche nuove». Quando gli chiedo quali artisti sente più vicini, non ha dubbi: «Roy Lichtenstein e Gerhard Richter sono due riferimenti importanti, ma ce ne sono molti altri. Sicuramente mi sento più legato all’arte contemporanea».
Mentre parla è impossibile non cogliere il suo spiccato senso estetico. Ogni esperienza vissuta, dalla musica alla fotografia, dalla grafica alla pittura, sembra essere parte di un unico percorso creativo, alimentato da una curiosità che non si è mai esaurita.
Anche se, da ragazzo, non avrebbe mai immaginato questo percorso professionale, da oltre trent’anni lavora come impiegato alla Motorizzazione, conciliando il rigore del lavoro quotidiano con una creatività che continua a esprimersi attraverso linguaggi sempre nuovi.
Prima di salutarci la conversazione si allarga inevitabilmente a Merano e al suo rapporto con il mondo dell’arte. Stefano ha le idee chiare: in città il talento non manca, così come non mancano gli artisti. Quello che, a suo giudizio, scarseggia è la capacità di creare vere opportunità per valorizzarli. «Purtroppo manca la volontà politica», osserva. «C’è un’eccessiva istituzionalizzazione che finisce per frenare molte iniziative. Basterebbe partire da un censimento degli artisti presenti sul territorio, aggiornarlo costantemente e avere finalmente un quadro reale delle energie creative che Merano possiede. Solo conoscendo queste realtà si potrebbero costruire progetti capaci di metterle in rete e farle crescere».
Mentre ci alziamo dal tavolino, mi resta l’impressione di aver rivisto un artista che non ama rinchiudersi in un’unica definizione. Musicista, fotografo, grafico, pittore: Stefano Sgorbati è soprattutto un uomo che ha fatto della curiosità il filo conduttore della propria vita.
