Ritrovata la musica perduta del Medioevo: dopo 500 anni torna a risuonare il Codice di San Gaudenzo

Per oltre cinque secoli è rimasta nascosta tra le pagine di un antico registro contabile. Oggi, grazie a un lungo lavoro di restauro e ricostruzione, quella musica è tornata a vivere e, per la prima volta in epoca moderna, potrà essere nuovamente ascoltata.

È la straordinaria storia del Codice di San Gaudenzo, un manoscritto musicale medievale recuperato all’Archivio di Stato di Rimini e ricostruito dall’Università di Trento, che il prossimo 4 settembre sarà protagonista di un concerto al Teatro Galli di Rimini nell’ambito della Sagra Musicale Malatestiana.

La scoperta nasce da 179 sottili strisce di pergamena che, tra il Quattrocento e il Cinquecento, erano state tagliate e riutilizzate come rinforzo per la legatura di un registro dei censi dell’abbazia benedettina di San Gaudenzo. Per secoli quei frammenti, cuciti tra le pagine del volume, hanno custodito in silenzio pentagrammi e composizioni medievali rimaste sconosciute.

Il recupero è stato possibile grazie all’intervento dell’Istituto centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro (Icpal), che nel 2025 ha restaurato i frammenti, digitalizzandoli uno a uno in alta definizione. Successivamente il gruppo di ricerca dell’Università di Trento, coordinato dal musicologo Francesco Zimei, ha ricostruito virtualmente il manoscritto, rimontando ogni singolo frammento come un gigantesco puzzle digitale.

«Recuperare un codice in queste condizioni, tutto tagliuzzato e deformato, e trasformarlo in qualcosa di fruibile che torna a nuova vita è qualcosa di eccezionale», spiega Zimei, docente di Musicologia e Storia della musica al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento e responsabile del progetto europeo Laudare. «Noi pubblichiamo un manoscritto che non esiste più. Esistono solo dei frammenti, oggi conservati separatamente. Siamo convinti che questo lavoro farà scuola».

Il risultato è una delle più importanti riscoperte degli ultimi anni nel campo della musica medievale. Il canzoniere raccoglie infatti 85 composizioni profane, tra ballate, madrigali, rondeaux e chansons, risalenti tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento. Ben diciannove di questi brani sono unici e non risultano presenti in nessun’altra fonte musicale dell’epoca.

Il manoscritto racconta inoltre un’Italia già profondamente inserita nella circolazione artistica europea. Accanto ai grandi autori dell’Ars Nova italiana, come Francesco Landini, compaiono infatti composizioni francesi attribuite ai musicisti franco-fiamminghi della Cappella Papale, tra cui Guillaume Du Fay, testimonianza dei rapporti culturali tra la corte malatestiana e i principali centri musicali del continente.

Fondamentale anche il lavoro dell’Icpal. «Il recupero del Codice di San Gaudenzo dimostra come il restauro, quando si fonda su metodologie scientifiche avanzate e sul dialogo tra competenze diverse, possa restituire alla ricerca testimonianze che sembravano irrimediabilmente perdute», sottolinea la direttrice Michela Palazzo.

Lo studio del manoscritto è stato raccolto in due volumi, pubblicati nella nuova collana Ars Renovata della Libreria Musicale Italiana. Il primo raccoglie gli studi scientifici dedicati al codice, mentre il secondo presenta la ricostruzione completa del manoscritto, con le immagini restaurate digitalmente.

Ma il momento più emozionante arriverà il 4 settembre. Sul palco del Teatro Galli salirà infatti l’Ensemble Micrologus, gruppo di fama internazionale specializzato nell’esecuzione della musica medievale con strumenti storici ricostruiti. Viella, liuto, organo portativo, flauti e cennamelle accompagneranno un repertorio che nessuno aveva più potuto ascoltare da oltre cinquecento anni.

Sarà la prima esecuzione moderna delle musiche custodite nel Codice di San Gaudenzo: un viaggio sonoro che restituirà voce a un patrimonio rimasto nascosto per secoli e che oggi torna a raccontare una pagina fondamentale della storia musicale europea.

Foto, una pagina del Codice di San Gaudenzo ricostruita virtualmente/c-Francesco Zimei e Giacomo Pirani (Università di Trento) per la ricostruzione