Hantavirus, paura dopo il focolaio sulla nave da crociera: “Nessun rischio pandemia in Alto Adige”

Tre morti, una nave da crociera bloccata per giorni e immagini di passeggeri evacuati con tute protettive e mascherine. Il recente focolaio di Hantavirus a bordo della nave “Hondius” ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale, alimentando timori e interrogativi anche in Europa.

Ma quanto è davvero pericoloso questo virus? E soprattutto: esiste un rischio concreto anche per l’Alto Adige?

A fare chiarezza è l’Istituto di Medicina Generale e Public Health di Bolzano, che invita a evitare allarmismi pur sottolineando l’importanza della prevenzione e dell’informazione corretta.

L’episodio che ha riacceso l’attenzione mondiale sull’Hantavirus si è verificato a bordo della nave da crociera “Hondius”, partita il 1° aprile da Ushuaia, in Argentina, per una spedizione nell’Atlantico meridionale.

Secondo quanto segnalato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, al 9 maggio erano stati registrati otto casi sospetti, sei dei quali confermati in laboratorio. Tre persone sono decedute.

Le analisi genetiche hanno identificato il responsabile nel virus Andes, una variante sudamericana dell’Hantavirus particolarmente rara in Europa.

Il professor Christian Wiedermann, coordinatore dei progetti di ricerca dell’Istituto di Medicina Generale e Public Health di Bolzano, spiega che il virus non è autoctono europeo e che il roditore che ne rappresenta il serbatoio naturale vive esclusivamente in Sudamerica.

Gli Hantavirus appartengono alla categoria delle zoonosi, cioè infezioni trasmesse dagli animali all’uomo, in particolare dai roditori.

Gli animali infetti non si ammalano, ma diffondono il virus attraverso urine, saliva e feci. L’essere umano può contagiarsi soprattutto inalando particelle contaminate, ad esempio durante la pulizia di cantine, baite o ambienti chiusi da lungo tempo.

In Europa circolano prevalentemente i virus Puumala e Dobrava, che colpiscono soprattutto i reni e possono provocare febbri emorragiche. In America invece le varianti più aggressive, come il virus Andes e il Sin Nombre, attaccano principalmente polmoni e cuore, con tassi di mortalità molto più elevati.

La domanda che molti si pongono è inevitabile: potrebbe trasformarsi in una nuova pandemia?

Secondo gli esperti, la risposta è no.

“Gli Hantavirus non si trasmettono in modo efficiente da uomo a uomo”, chiarisce il professor Christian Wiedermann.

L’unica eccezione documentata riguarda proprio il virus Andes, che in rari casi può passare da una persona all’altra, ma quasi esclusivamente in presenza di contatti molto stretti e prolungati, come tra conviventi o familiari.

Questo spiega perché il focolaio sulla nave da crociera abbia attirato particolare attenzione: gli ambienti chiusi e la lunga permanenza in spazi condivisi rappresentano infatti condizioni favorevoli a eventuali trasmissioni.

Tuttavia, gli esperti ribadiscono che il livello di contagiosità non è minimamente paragonabile a quello dell’influenza o del COVID-19.

L’incubazione può durare da due a quattro settimane, in alcuni casi fino a otto. I sintomi iniziali ricordano una forte influenza: febbre alta, dolori muscolari, mal di testa, nausea e disturbi gastrointestinali.

Nei casi più gravi possono comparire insufficienza respiratoria o insufficienza renale.

Al momento non esistono né vaccini né terapie antivirali specifiche. Le cure si concentrano quindi sul supporto intensivo del paziente, con ossigenoterapia, ventilazione assistita o dialisi nei casi più severi.

Secondo gli specialisti, il ricovero tempestivo in terapia intensiva aumenta significativamente le possibilità di sopravvivenza.

Pur escludendo rischi immediati per la popolazione altoatesina, gli esperti invitano comunque alla prudenza, soprattutto in ambienti dove potrebbero essere presenti roditori.

Tra le principali raccomandazioni:

  • aerare bene cantine, soffitte e baite rimaste chiuse a lungo;
  • evitare di spazzare o aspirare escrementi di roditori a secco;
  • utilizzare guanti monouso durante le pulizie;
  • indossare mascherine FFP2 in ambienti molto sporchi;
  • conservare gli alimenti lontano dalla portata dei roditori.

Attenzione particolare anche per chi viaggia in aree rurali di Argentina e Cile, considerate zone endemiche del virus Andes.

Gli esperti ricordano infine che, in caso di febbre o sintomi insoliti dopo un viaggio, è importante informare tempestivamente il proprio medico di famiglia.

Il messaggio dell’Istituto di Medicina Generale e Public Health di Bolzano resta comunque rassicurante: il focolaio sudamericano rappresenta un evento serio dal punto di vista clinico, ma non il segnale di una nuova emergenza sanitaria globale.

Foto, il Prof. Christian Wiedermann/© Istituto di Medicina Generale e Public Health di Bolzano