Paura, simboli e sprechi: la caccia al lupo che non risolve nulla

C’è un numero che più di ogni altro racconta la vicenda dell’abbattimento del lupo in Alto Adige/Südtirol: 50 mila euro. È quanto è costato eliminare un solo esemplare di Canis lupus nell’agosto 2025. Una cifra che, come sottolinea Stefano Deliperi del Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), coincide – o addirittura supera – l’intero ammontare dei risarcimenti per i danni da lupo liquidati nello stesso territorio nel corso del 2024.

Il fatto, formalmente legittimo perché avvenuto dopo il parere favorevole di ISPRA e il mancato accoglimento della sospensiva da parte del T.A.R. di Bolzano, pone tuttavia una questione che va oltre il diritto amministrativo. Uccidere un lupo in Alto Adige non modifica in alcun modo l’equilibrio ecologico, non incide sulla gestione dell’allevamento di montagna e non risolve i problemi strutturali che vengono ciclicamente attribuiti alla presenza del predatore. Serve piuttosto a individuare un capro espiatorio, funzionale a una narrazione emergenziale che ignora dati, costi e alternative.

Come osserva Deliperi, la popolazione di lupo in provincia di Bolzano è stimata in circa 80 esemplari, un numero confermato sia dai dati provinciali sia dal progetto europeo LIFE WolfAlps EU. Una presenza stabile, tutt’altro che fuori controllo, in un territorio che – paradossalmente – è il più ricco d’Italia in termini di spesa pubblica pro capite. Eppure, a fronte di danni dichiarati e risarciti per poche decine di migliaia di euro, si preferisce investire risorse pubbliche in operazioni di abbattimento ad alto impatto simbolico e nullo effetto pratico.

Il paradosso si fa ancora più evidente se si considera che i danni da grandi predatori vengono risarciti al 100% dalla Provincia autonoma di Bolzano. Nonostante ciò, permane una forte resistenza ad adottare strumenti di prevenzione già ampiamente collaudati: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, ricoveri notturni. Soluzioni efficaci, ma meno “spendibili” sul piano politico rispetto alla scorciatoia dell’abbattimento.

Secondo il GrIG, attorno al lupo si è costruito un clima di paura alimentato da una comunicazione distorta e da interessi che nulla hanno a che fare con la tutela del territorio. Un clima che produce istigazione, tensioni sociali e una gestione faunistica piegata al consenso immediato, anziché alla razionalità scientifica.

C’è poi un aspetto sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico: il ruolo ecologico del lupo come principale regolatore naturale delle popolazioni di ungulati, come cinghiali, cervi e caprioli. Un servizio ecosistemico gratuito, che riduce squilibri e danni ben più rilevanti di quelli imputati al predatore.

Nonostante le recenti spinte al declassamento della specie, il lupo resta tutelato dal diritto internazionale, europeo e nazionale. La sua eliminazione selettiva dovrebbe quindi rappresentare l’extrema ratio, non la risposta più rapida a pressioni corporative.

La vicenda del “lupo da 50 mila euro” diventa così il simbolo di una politica pubblica miope: costosa, inefficace e culturalmente regressiva. Una scelta che non protegge davvero né gli allevatori né l’ambiente, ma che rivela quanto, ancora oggi, sia più facile colpire un animale che affrontare seriamente i nodi della convivenza tra attività umane e natura.

Foto, cartello anti-Lupo lungo la strada da Campo Tures a Lappago (30 luglio 2025)