Italiani ed europei avrebbero preso parte all’assedio serbo di Sarajevo

La Procura di Milano ha avviato un’inchiesta su presunti cecchini italiani accusati di aver partecipato all’assedio di Sarajevo, sparando su civili, inclusi donne e bambini, nella capitale bosniaca. Le accuse mosse nei loro confronti includono omicidio volontario con particolare crudeltà. Al momento, l’indagine è rivolta contro ignoti ed è stata originata da una denuncia del giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni. Secondo quanto emerso, un gruppo di cittadini italiani avrebbe versato considerevoli somme di denaro all’esercito serbo per poter partecipare attivamente all’assedio, con l’intento macabro di prendere parte a una caccia alluomo “per divertimento”. Le indagini attuali, riportate da fonti come Il Giornale” e La Repubblica, si concentrano sull’individuazione dei responsabili italiani coinvolti tra il 1993 e il 1995, contesto in cui l’assedio provocò la morte di 11.000 persone, tra cui oltre 1.000 bambini. Secondo il dossier investigativo, alcuni testimoni hanno dichiarato che tali individui si recavano nei dintorni di Sarajevo durante i fine settimana per partecipare ai bombardamenti. La maggior parte proveniva dal Nord Italia ed apparteneva a frange estremiste di destra. La rete utilizzata per il loro arrivo sarebbe stata gestita da elementi serbi con base a Trieste. Per poter uccidere civili, queste persone pagavano delle “tasse di abbattimento” alle milizie guidate da Radovan Karadzic. Diversi cecchini sono stati collocati sulle colline di Grbavica, unarea sotto il controllo serbo. Già nel 1995, il quotidiano Il Corriere aveva ipotizzato la presenza di italiani tra i cecchini; questa tesi è stata ripresa successivamente dal giornalista Luca Leone nel suo libro “I bastardi di Sarajevo”, pubblicato nel 2014. 
Leone descrive nel suo romanzo la pratica crudele degli “omicidi ricreativi”, ritracciando i movimenti di piccoli gruppi provenienti dalla Pianura Padana, coinvolti in sparatorie sui civili seguite da atti di brutalità, come lo sfruttamento sessuale delle donne locali. Un ulteriore dettaglio raccapricciante emerge dalle ricerche de “Il Giornale“, secondo cui questi individui sarebbero arrivati a pagare fino a 100.000 euro per sparare ai bambini, più di quanto offrissero per colpire donne o uomini adulti. Avrebbero persino atteso l’arrivo dei paramedici per poi abbattere anche loro e finire i feriti rimasti agonizzanti. L’oscuro fenomeno è stato messo al centro del documentario “Sarajevo Safaridel regista sloveno Miran Zupanic. Nel film, un testimone anonimo ha raccontato di stranieri americani, canadesi, russi e, tra questi, italiani – che avevano pagato somme ingenti per partecipare alla cosiddetta caccia all’uomo” durante la guerra. Il testimone descrive questi cecchini come individui abbienti, appassionati non solo di safari tradizionali ma anche impegnati nella macabra ricerca di “trofei umani”. Fonti risalenti al 1993 indicano che i servizi segreti bosniaci avevano informato il SISMI, l’allora servizio segreto italiano, riguardo alla presenza di almeno cinque cecchini italiani a Sarajevo. Tuttavia, in base a quanto riportato da “Il Giornale“, il numero potrebbe essere stato molto più elevato, raggiungendo fino a duecento persone provenienti dal Nord Italia. Gli spostamenti verso la Bosnia sarebbero stati facilitati dall’ex compagnia aerea charter serba Aviogenex. Tra gli organizzatori delle operazioni figurerebbe Jovica Stanišić, condannato dal Tribunale penale internazionale per lex Jugoslavia per crimini di guerra legati a questi orrori.

Foto, Le Rose di Sarajevo (in bosniaco Sarajevske ruže) è il nome dato a una particolare forma di memoriali presenti nel panorama urbano di Sarajevo/c-Mauro di Vieste / GfbV