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Bolzano. Sempre contemporanea l’opera indimenticabile dell’architetto Guido Pellizzari

12 Luglio 2020

Bolzano. Sempre contemporanea l’opera indimenticabile dell’architetto Guido Pellizzari

Quando ero ancora all’ ultimo anno di liceo, doveva essere il 1968, conobbi l’architetto Guido Pellizzari che frequentava lo studio grafico di mio padre. Io ero interessato alle arti figurative, alla grafica ed anche alla architettura, pur sapendone gran poco, quello che si impara al liceo in storia dell’arte. Lui fu gentilissimo, mi prese per mano e mi disse letteralmente che, se avessi scelto la professione, avrei fatto una scelta azzeccatissima. Si trattava secondo lui, ma poi lo ho capito anche io, della più bella professione del mondo. “Se vuoi divertirti lavorando fai l’architetto!” mi disse.  Poi andammo nel laboratorio e su un grande pannello bianco cominciò a tirare delle righe ortogonali a distanze diverse e poi a campire di colori i rettangoli risultanti. Ogni volta mi chiedeva che tinta avrei scelto ed alla fine ne uscì un Mondrian.
Era un personaggio molto interessante e fuori dalle righe, con quella lunga chioma di capelli bianchi, abbigliato ‘old english’, con una cultura umanistica e tecnica insieme che affascinava. Pieno di citazioni nel dialogo, a posteriori ho ritrovato le stesse caratteristiche in Carlo Scarpa che, quando mi iscrissi all’I.U.A.V. (Istituto Universitario di Architettura di Venezia) a Venezia ne era il Direttore. ‘Architetto Poeta’ era stato definito, stessa generazione, stessi modi, un po’ demodè con quel fare da gentiluomo ottocentesco, una spiccata vena di umorismo, il dialetto veneziano come in Goldoni ed ostentato come fosse una lingua. Ricordo le battute sugli ingegneri e le gesta della Marchesa di Pompadour insieme alle tracce incerte di una matita.
E poi architetto divenni anche io, anche se i tempi erano molto cambiati, attraversai tutto il periodo della contestazione, dal ’68 in poi. Pellizzari e Scarpa venivano dalla Regia Scuola di Architettura, parlavano ancora di ‘ornato’, consideravano l’architetto un artista votato alle costruzioni mentre in quegli anni si diceva che l‘architettura era il modo attraverso il quale la classe dominante trasforma a suo beneficio il territorio esaltando la conflittualità di classe. Insomma era tutto diventato altro ed un grande contributo lo diede anche la liberalizzazione dei titoli di studio per cui alla Facoltà giunsero una miriade di geometri. Noi invece ci vedevamo come dei pianificatori per metà tecnici e per metà sociologi.
Comunque quando ero al primo anno ebbi modo di assistere a diverse tesi di laurea con Carlo Scarpa presidente di commissione e ricordo che c’era veramente da imparare, se non altro il modo di porsi rispetto alle questioni ed uno spiccato senso critico. Credo che Scarpa e Pellizzari fossero coetanei e compagni di studio; firmarono insieme numerosi progetti pur operando in zone differenti.
A Bolzano l’architetto Guido Pellizzari divenne un personaggio di grande rilievo e prestigio, fu Presidente di Commissioni e la sua autorevolezza era indiscutibile. Amava prendersi gioco degli ingegneri che riteneva dei gelidi calcolatori tanto che passò alla storia un aneddoto. Durante una Commissione edilizia un membro, per sbaglio, gli disse “vede Ingegnere” e lui pronto rispose “Ingegnere sarà Lei!” con fragorosa risata dei presenti.
Per meglio capire il personaggio occorre ripercorrere brevemente le tappe della architettura locale. In provincia di Bolzano all’inizio del secolo il repertorio stilistico era stato influenzato da motivi ornamentali desunti da un mix di barocco e di Jugendstil. In qualche caso vi era una vera e propria commistione di stilemi che sfociò in un discutibile eclettismo che contemperava elementi gotici, rinascimentali, Art Nouveau (floreale come si diceva in Italia) ed anche della tradizione tirolese. Nasceva in quegli anni anche l’idea del turismo, specialmente a Merano che a fine dell’800 divenne un centro turistico di rilievo internazionale. Fu per questo motivo che si sviluppò una interessante architettura degli spazi aperti, del verde, dei padiglioni, degli alberghi, vennero realizzate le famose passeggiate, die Promenaden, e vennero costruiti il Teatro Puccini ed il Kursaal.
Nel 1922 prese il potere il regime fascista e si sviluppò una nuova architettura, quella  razionalista, in stretto collegamento con il Movimento Moderno internazionale seguendo i principi del Funzionalismo. Si ricorreva quindi a forme semplici, elementi lineari ed abbandono del Decorativismo. Però dovendo ‘celebrare i fasti dell’Impero’ il razionalismo architettonico italiano spesso cedette al monumentalismo e coerentemente con i principi ispiratori del movimento si richiamò alla classicità. Eravamo i discendenti della grande storia romana e quindi le costruzioni ribadivano questa origine.
In Italia per quelli che volevano operare divenne subito chiaro che la nuova architettura doveva essere in tutto espressione del regime autoritario. Marcello Piacentini, primo architetto del regime, realizzò il tanto discusso Monumento alla Vittoria. Discusso perché icona di quel sistema politico e costruzione celebrativa, piena di retorica trionfalista come insegnava la mistica fascista. Si trattava però pur sempre di testimonianza di un periodo storico e quindi comunque espressione della cultura del periodo. Sulla scia di Piacentini numerosi architetti si espressero con un linguaggio caratterizzato da un classicismo di maniera, più o meno pomposo e apologetico. Si inserì anche qualche contaminazione con elementi di sapore metafisico, rifacendosi alla pittura di quel movimento artistico che sono percepibili in edifici come il cosiddetto Palazzo Alti Comandi, ora IV Corpo d’Armata Alpino, il demolito Palazzo del Turismo, poi il cinema Corso e la ex Casa del Fascio, oggi edificio degli Uffici Finanziari.
A volte vi è una notevole ridondanza di elementi aggiunti, una forte tendenza al monumentalismo, una specie di retorica edificatoria, soprattutto nella edilizia pubblica; in altri casi invero si coniugano alcuni di questi elementi con espressioni più semplici di puro funzionalismo razionale. Così si osserva nel Palazzo Ducale e nel Palazzo di Giustizia di piazza del Tribunale. Certo che comunque il modo di progettare risentiva fortemente del sistema politico. È in questo quadro che Guido Pellizzari opera a Bolzano, prima ed anche dopo la guerra. Nel periodo post-bellico abbandona definitivamente gli stilemi più esasperati del Ventennio e si indirizza nella direzione di un vero razionalismo. Significative sono per esempio alcune residenze, la Chiesa di Cristo Re e il palazzo della Regione.
A proposito della Chiesa di Cristo Re voglio raccontare un altro piccolo aneddoto che mi è stato raccontato. Come è noto il piano urbanistico del periodo fascista prevedeva lo sventramento di una parte della città storica e lo sviluppo della parte nuova lungo due assi fondamentali, le storiche vie dei Trionfi Imperiali, le attuali Corso Libertà e Corso Italia. Nel progetto iniziale di Pellizzari la Chiesa di Cristo Re avrebbe dovuto essere edificata allineata sul fronte lungo Corso Italia. Vista l’importanza dell’intervento l’architetto venne invitato a recarsi a Roma per valutare il progetto con Piacentini e forse anche con Mussolini stesso. Pare che Piacentini, forse su indicazione del Duce, abbia allora espresso il desiderio che la Chiesa venisse spostata all’interno. Nel 1929 erano stati firmati i Patti Lateranensi e la indicazione sarebbe stata “La Chiesa ci sia, ci sta bene, ma in una posizione arretrata, in subordine rispetto alle strutture dello Stato”. E cosi in effetti fu realizzata ed è tutt’oggi.
Un altro caso interessante nella carriera professionale di Pellizzari fu la rielaborazione del progetto per la Sede della Cassa di Risparmio della Provincia di Bolzano. Il progetto originario era stato elaborato all’epoca del sindaco Perathoner dal capo dell’Ufficio tecnico comunale in uno stile eclettico che mescolava appunto elementi romanici, gotici e barocchi. Si trattava di scelte molto incoerenti e con una forte connotazione ‘tedesca’. Pellizzari venne incaricato insieme all’architetto Francesco Rossi di rielaborarlo sulla base delle nuove forme di espressione del razionalismo italiano; per questo motivo venne in seguito fortemente criticato per questa opera di ‘revisione fascista’. L’architetto Pellizzari apparteneva certo ad un’altra epoca, era un uomo dell’‘800; erano gli anni in cui prima di realizzare lo stramazzo di un pluviale se ne disegnava a matita l’ornamento. Terminavano sempre con una bocca di drago, delle volute e foglie d’acanto o quercia perfino gli scarichi fognari. Le tavole di progetto erano disegnate con il pennino a china e poi acquerellate, c’era un gusto del disegno che il computer ha poi definitivamente sepolto.
Non c’e “Cad” che tenga davanti a quelle tavole realizzate con una pazienza ed una cura meticolosa, il piacere del tratto, dell’ornamento, dell’impaginazione. Quando un elaborato era ultimato lo si valutava esteticamente in una forma di autocompiacimento. Gli insegnanti di disegno cercavano di trasmettere il senso della precisione e della pulizia e si dava un peso anche all’impaginazione. Le scritte dei disegni tecnici risentivano dei modelli estetici in voga e così abbiamo tavole Jugendstill e tavole con caratteri cubitali mussoliniani. Mio padre allora vinse per la regione Trentino Alto Adige i Ludi Juveniles dell’Arte e gli pareva ovvio illustrare dipingendo uomini dal mento volitivo, con sguardo indomito e fiero, spirito guerriero, profilo somigliante al Duce. E gli elementi architettonici proiettavano ombre metafisiche come nelle piazze d’Italia di De Chirico. La poesia emulava la retorica dannunziana oppure il modernismo di Marinetti. E gli architetti ovviamente progettavano avendo in testa Brunelleschi ma ancora più Sant’Elia.
Oggi non c’e’ più traccia di quel modo di concepire il disegno di architettura di cui Pellizzari fu un maestro, sono rimaste solo le poche costruzioni che non sono andate distrutte dalla barbara forma di eliminazione che ha contraddistinto gli anni ‘60-‘80 e che era motivata dalla necessità di lasciare posto al nuovo.

Foto, Palazzo degli Uffici finanziari. 

 

 

 

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