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Psicologia. Educare alle emozioni, conoscerle, gestirle ed esprimerle, di Giuseppe Maiolo

27 Maggio 2018

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Psicologia. Educare alle emozioni, conoscerle, gestirle ed esprimerle, di Giuseppe Maiolo

“Sono più numerabili i capelli di un uomo che non gli affetti e i movimenti del suo cuore” Così diceva Sant’Agostino, uno dei padri della chiesa, che indicava come dentro di noi si muovano un gran numero di stati d’animo chiamati solitamente emozioni. Forti o deboli, positive o negative, tutte sono necessarie all’esistenza e tutte sono in grado di influenzare i comportamenti e il nostro agire. Anzi, come ci ricorda Darwin, nel corso dell’evoluzione le emozioni ci hanno permesso di sopportare i cambiamenti o le trasformazioni e farci adattare alla realtà. Eppure il mondo emotivo è stato a lungo trascurato perché percepito come espressione della nostra debolezza.
Solo da poco ci siamo messi a parlare di educazione alle emozioni. Da pochissimo diciamo che i bambini vanno educati a conoscerle e aiutati a gestirle. Per un tempo infinito abbiamo detto loro con insistenza che era più importante la ragione del sentimento. Ora invece sappiamo che le emozioni sono movimenti interni, a volte turbolenti, e fanno parte di un “sentire” al di fuori della dimensione cognitiva e della ragione.
Le emozioni più importanti, come la rabbia e la paura, la tristezza e la gioia, il disgusto e la sorpresa, in parte sono innate e per lo più vengono regolate da una piccola area del cervello che abbiamo in comune con i mammiferi. Vanno però coltivate precocemente perché, secondo le neuroscienze, si possano formare quelle Mappe emotive che regoleranno l’intera nostra esistenza. Altrimenti il rischio è di non riuscire disporre da adulti e da adolescenti della capacità di riconoscere ciò che accade dentro a noi e agli  altri. Senza queste Mappe non si riesce a provare empatia e partecipazione affettiva ma si finisce con l’essere freddi e indifferenti.
Questo è chiamato analfabetismo emotivo e oggi è facile ritrovarlo negli adolescenti che, incapaci di autocontrollo per questioni evolutive, faticano a riconoscere le loro emozioni o a dare un nome a ciò che provano. Abituati a reprimere gli stati d’animo e incapaci di gestire il mondo interno trattengono le emozioni che poi, inaspettate, esplodono. Stiamo crescendo bambini e giovani quasi analfabeti perché incapaci di dare un nome ai loro affetti. Mancano ad esempio delle parole necessarie per dire un sentimento e un po’ tutti, ora anche gli adulti, sostituiscono alle parole una innumerevole quantità di faccine che nella messaggistica digitale tenta di compensare quei vuoti che non sono solo linguistici.
Così l’indifferenza emotiva è diventata l’aspetto più preoccupante per la quale c’è il bisogno urgente di una revisione educativa. Ad esempio ai bambini fin da piccoli non dovremmo negare il diritto di vivere ed esprimere le emozioni spiacevoli e negative. Viceversa permettere di parlare delle paure o manifestare la rabbia consente loro di sperimentarla e superarla. E poi per educarli alle emozioni fin dai primissimi anni di vita, i piccoli vanno aiutati a dire ciò che sentono. A scuola bisognerebbe dare un tempo specifico all’ascolto di quello che si prova dentro e soprattutto al confronto con le emozioni degli altri. Si può aiutare a combattere l’indifferenza e a contenere pregiudizio e false convinzioni, sostenendo il rispetto per il sentire degli altri e la condivisione reale dei sentimenti.
Giuseppe Maiolo Docente Psicologia delle età della vita – Università di Trento

In foto, Giuseppe Maiolo e Giuliana Franchini

 

 

 

 

 

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