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Uli Emanuele, figlio del vento

26 Luglio 2015

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Uli Emanuele, figlio del vento

Portellone aperto, aria che sbatte sul viso, il rumore dell’aereo che avvolge i timpani, un semplice slancio e il rumore si allontana sempre più. Ancora vento, vai in posizione, la trovi e una sensazione di pace d’invade l’anima, sei concentrato, in questo sport non puoi permetterti di sbagliare, tutto deve essere perfetto, a 4200 mt è legato tutto a semplici ma importantissimi particolari: anelli, corde, vele, tutto incastrarsi al posto giusto. Ancora più vicino alla perfezione deve essere un volo di base jump, a differenza del normale paracadutismo, qui ci si lancia da una ” piattaforma ” fissa, sia la cima di una montagna o l’estremità di un grattacielo. Lo sa bene Emanule Uli, classe 1985, originario di Pineta di Laives e un sogno nel cuore: diventare al più presto paracadutista professionista. Ragazzo che ricorda come atteggiamento l’asso per eccellenza: quel Patrick de Gayardon diventato famoso per lo spot degli orologi a metà anni ’90. Cosa gli accomuna? La calma e la tranquillità con cui Uli Emanule m’illustra la sua impresa recente mi riporta a certi documentari anni ’90 in cui Patrick non utilizzava mai la parola “estremo”. Ci tiene Uli Emanuele a sottolinearmi questo concetto: per lui non sono atti estremi ma tecnici, la tecnica e quindi la scienza prima di tutto. La tecnica veicolo per cercare il limite, questo il messaggio di fondo. Anche la parola adrenalina è bandita, il base jum è studio, ricerca e concentrazione, non uno show. Per il suo ultimo salto in Svizzera, Uli Emanule mi racconta che la preparazione è durata tre anni, tre lunghi anni di misurazioni, traiettorie, prove e ascensioni. Già, perché l’avvicinamento alla base di salto Uli la compie a piedi, quattro ore per lanciarsi poi attraverso l’anello di roccia, salto ripetuto quattro volte per avere una completa panoramica video. Passare quattro volte attraverso un anello di roccia largo poco meno di tre metri non è frutto di pazzia o caso ma necessità studio e sacrifici. Quattro lanci, uguali uno all’altro e senza la possibilità di sbagliare nulla. L’errore non è contemplato, le equazioni che permettono queste traiettorie non possono avere errori, nemmeno di millimetri. Uli in ogni caso non è uno qualunque, il paracadutismo l’ha nel sangue, ha seguito le orme del padre, paracadutista anche lui. Uli ha partecipato a varie gare, in Spagna ha perfino vinto ma non fa tutto ciò per arrivare primo, lo fa semplicemente perché gli piace. Prima di lanciarsi come base jumper Uli spiega che bisogna avere ottima tecnica di paracadutismo, senza la quale non si riuscirebbe a domare la velocità della tuta alare, mezzo indispensabile per queste imprese sportive. Come migliorare gli chiedo, semplicemente continuando a lanciarsi, mi risponde, a ogni lancio ci si sente sempre più a proprio agio con il corpo in volo. La padronanza del proprio corpo in assetto di volo è fondamentale per il base jump. Che dire della paura? Uli mi spiega che nel suo caso si può parlare di tensione mista a concentrazione per il gesto tecnico che si presta a fare. Imprese future? Riguardo questo Uli è giustamente abbottonato, ha in mente una qualche impresa a Bolzano ma al momento di più non può dire. Nella speranza che Uli Emanuele concretizzi il suo sogno come titolo di coda val bene una riflessione acuta di Patrick de Gayardon: ” L’estremo è anche ragionevolezza, studio, calcolo, programmazione, pianificazione delle proprie forze e capacità in vista del risultato che s’intende conseguire “.

Il link del video di Uli Emanuele: https://m.youtube.com/watch?v=-C_jPcUkVrM

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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