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Pasqua 2015 all’insegna dei dieci comandamenti

6 Aprile 2015

Pasqua 2015 all’insegna dei dieci comandamenti

Pasqua 2015 all’insegna dei dieci comandamenti

Ieri era domenica di Pasqua e in tv abbiamo avuto la difficile scelta tra l’ultima parte di “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli che è andato in onda ieri sera su TV2000 e il famoso film statunitense “I dieci comandamenti” di Cecil B. DeMille su Rete4. Forse è valsa la pena rivedere il grande colossal prodotto nell’oramai lontano 1956. I non più giovanissimi lo avranno visto tante volte, ma Charlton Heston nel ruolo di Mosè entusiasma sempre. E non solo lui, il film è interpretato da celebrità dell’epoca come Yul Brynner, Anne Baxter, Edward G. Robinson, John Derek, Yvonne De Carlo, Vincent Price, Nina Foch e tanti altri. Se non altro potrebbe essere un’occasione per gustarsi il grande cinema di un tempo. La trama del film è desunta, oltre che dal libro dell’Esodo (secondo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana), anche dal Midrash, o racconto, dal Corano (testo sacro dell’Islam) e dai testi dello scrittore, storico, politico e militare romano d’origine ebraica Giuseppe Flavio.  In particolare il film narra la storia di Mosè, il bambino ebreo salvato dalla madre a seguito di un massacro ordinato dal faraone Ramesse I della XIX dinastia egizia, che, adottato dalla figlia di quest’ultimo, divenne principe d’Egitto e, dopo aver scoperto le sue vere origini, decise di abbandonare la sua vita di lussi.  In seguito, dopo aver affrontato il faraone Ramesse II, vissuto dal 1303  al 1212 a.C., suo acerrimo nemico sin dalla gioventù, liberò il suo popolo dalla schiavitù.

La pellicola si apre con una scena incentrata sugli ebrei che, schiavizzati dagli egiziani, costruiscono monumenti in onore del faraone Ramesse I. Evidentemente l’astrologia esistette già allora, tanto è vero che nel film troviamo il sovrano preoccupato perché i suoi astrologi di corte lo hanno informato della presenza di una stella, ritenuta malefica non tanto perché profetizza l’arrivo di un popolo nemico, come pensa il sovrano, ma perché profetizza che un singolo uomo porterà l’Egitto alla distruzione. Secondo gli astrologi del tempo l’astro maligno annuncia la nascita di un Liberatore, mandato da Dio sulla Terra, per liberare il popolo israelita dalla schiavitù.  Benché il comandante voglia sterminare tutti gli schiavi, consigliando al faraone di dare l’ordine di farlo, questi non lo ascolta, poiché per lui gli israeliti sono una fonte di ricchezza e ordina di uccidere i neonati. Tutti i bimbi ebrei vengono sterminati dai soldati del faraone sotto gli occhi delle madri, solo una schiava ebrea di nome Yochabel, accompagnata dalla figlia Miriam, si reca presso il fiume Nilo portando con se un cesto in cui giace un bambino, suo figlio. Volendo salvarlo dai soldati egiziani prega Dio di salvaguardarne la vita e lo abbandona nelle acque del fiume, chiedendo alla figliola di seguirlo per scoprire dove la corrente lo trascinerà. Nel frattempo un gruppo di giovani egiziane gioca sulle rive del Nilo vicino ad un enorme palazzo e fra queste spicca la figlia di Ramesse I, Bithia, interpretata da Nina Foch, rimasta vedova del marito e incapace di generare figli perché sterile. Le ragazze vengono duramente rimproverate dalla schiava personale della principessa Bithia, Memnet, interpretata dalla grande attrice Judith Anderson, mentre questa si allontana per farsi un bagno nel fiume. È proprio allora che intravede in lontananza il cesto che galleggia. Aprendolo, trova il bimbo abbandonato dalla schiava ebrea. Convinta che il Nilo abbia voluto esaudire le sue preghiere, lo porta a riva e rimasta sola con la propria schiava le mostra il piccolo coperto da un panno ebraico, appartenente alla casta levitica. Benché Memnet sconsigli a Bethia di adottare il piccolino, questa non si fa sorprendere dalle parole della schiava e le fa giurare che non dirà nulla, stringendo al petto il trovatello, a cui dà il nome Mosè, vale a dire colui che stato “salvato dalle acque”. Memnet raccoglie il panno ebraico senza farsi vedere. Una volta cresciuto, Mosè è mandato in guerra e trionfa sugli etiopi. Tornato in città, dall’alto del palazzo reale, Ramesse, interpretato eccellentemente da Yul Brynner, osserva Mosè nel ritorno trionfale. Ramesse è il figlio del faraone Sethi I della XIX dinastia egizia, succeduto a Ramesse I, il quale dovrà scegliere tra Ramesse e Mosè come proprio successore. A rendere ulteriormente difficile la scelta è la bella Nerfertari, una giovane molto cara a Sethi, che sarà la promessa sposa del futuro faraone. Non c’è che dire, Anne Baxter ha saputo esprimere il personaggio con assoluta bravura. Difatti è una donna molto attraente ed entrambi sono attratti dalla sua folgorante bellezza, ma la capricciosa Nerfertari è innamorata di Mosè. Sethi, contento della vittoria di Mosè, lamenta di non avere una città in cui poter conservare i beni ricevuti in dono dopo le conquiste del nipote, dato che il figlio Ramesse non è riuscito a costruirla. Il giovane principe si giustifica, colpevolizzando gli schiavi ebrei, troppo fiduciosi nell’arrivo del Liberatore. Sethi allora incarica a Mosè di costruire la città e a Ramesse di trovare il Liberatore vero o finto che sia. A Gessen, ovvero Goscen, nome della regione dell’antico Egitto secondo la tradizione biblica, gli schiavi lavorano senza sosta, senza avere neppure il tempo di bere un sorso d’acqua. Dall’alto dell’impalcatura un giovane spaccapietre di nome Giosuè, interpretato da John Derek, scolpisce l’effige del sovrano e mentre si accorge della presenza dell’ amata Lilia, corre ad abbracciarla. È lì che appare Edward G. Robinson in veste di Dathan, il capo sorvegliante, che essendo un ebreo rinnegato, serve fedelmente il faraone. Il temuto Dathan si reca verso Ramesse che gli affida l’arduo compito di scovare il Liberatore degli ebrei, promettendogli in cambio grandi doni. Questi accetta senza indugi. Mentre gli schiavi ebrei spostano un enorme blocco di pietra per incastrarlo con un altro, le donne più anziane ungono il terreno con il grasso per rendere più scivolosa la pavimentazione e accelerare i lavori. Tra queste lavora la madre di Mosè, Yochabel, che resta incastrata con la cintura al blocco di pietra. La cosa non interessa a nessuno, soprattutto agli egiziani e gli schiavi continuano a spingere e mentre la povera sta per essere schiacciata fra i due massi, Giosuè, richiamato da Lilia, corre in soccorso di Yochabel, ma i sorveglianti lo fermano. Debra Paget in veste di Lilia, conoscendo la magnanimità del principe Mosè, si prostra ai suoi piedi per chiedere il suo aiuto.  Mosè decide di aiutare la povera schiava e le salva la vita. Giosuè si lamenta delle condizione disperate degli schiavi davanti al giovane principe, in particolare per la mancanza di cibo. Mosè, accogliendo le lamentele e la causa degli ebrei, assalta i grani del tempio e dona a loro il grano riservato agli dei. Benché questo gli faccia ottenere l’appoggio degli ebrei, che lo elogiano come principe magnanimo, il gran sacerdote Jannes, inorridito dal comportamento di Mosè, si reca dal faraone per raccontargli l’accaduto. Si avvicina il giubileo del faraone, durante il quale verrà scelto il successore di Sethi. Jannes, consigliere del sovrano, gli consiglia di eleggere Ramesse come suo erede, ma questi è titubante, poiché apprezza Mosè per le sue grandi capacità. Ramesse però con l’aiuto del furbo sacerdote inculca nel padre il dubbio che Mosè possa tradirlo con l’aiuto degli schiavi. Mentre Mosè fa erigere un enorme obelisco in onore del faraone, Sethi decide di recarsi dall’amato nipote assieme a Ramesse per chiarire la questione. Sethi, trovando una città bellissima, rimprovera il figlio di aver calunniato il cugino Mosè e ordina di scolpire sulle pareti il suo nome accanto a quello di Mosè. A palazzo, intanto, Nerfertari attende impaziente il ritorno del suo amato Mosè, ma Memnet, la schiava di palazzo, l’unica, insieme a Bithia, a conoscere il segreto sulla sua nascita, mostra alla principessa la coperta levitica che teneva il piccolo quando venne trovato nel Nilo. Nerfertari ama Mosè e decidendo di salvarlo, getta dal balcone la schiava, mentre il panno resta per terra. Arriva Mosè e accolto fra le braccia di Nerfertari sente le urla di una schiava che avvisa la principessa della morte di Memnet. Mosè vuole capire cosa sia accaduto e si stupisce del panno ebraico. Nefertari, nonostante i tentativi di giustificazione, confessa tutto. Mosè non capisce, ma vuole conoscere la verità e si reca da Bithia per chiedere spiegazioni. Non convinto, va a Gessen per incontrare Yochabel, l’unico nome rivelato da Memnet. Benché Bithia lo avesse preceduto e ordinato alla schiava e ai suoi figli, Miriam ed Aronne, di abbandonare l’Egitto, Mosè, arrivando in tempo ha la conferma di essere figlio di schiavi ebrei. Anche se commosso dal pianto di Bithia, Mosè decide di non rinnegare il suo popolo e lavora come un qualunque schiavo ebreo. Mentre lavora da schiavo, Nefertari, che lo riconosce, ordina ai sorveglianti di portarlo nella sua nave perché ha bisogno di un rematore. Mosè si lascia persuadere da Nefertari che come erede di Sethi potrà liberare gli schiavi. Tuttavia prima vuole liberare la giovane Lilia dalle grinfie di Baka, il capo costruttore, in cui si trova per via di un capriccio del ricco egiziano.  Mosè uccide Baka e libera Giosuè, arrestato da Baka, ma Dathan sente le parole di Giosuè che, credendo che Mosè sia il liberatore, ringrazia Dio. Dathan si reca da Ramesse e gli rivela tutto in cambio del posto di governatore di Gessen. Ramesse, scoprendo che il Liberatore è Mosè, lo fa trascinare da Sethi in catene. Il futuro faraone Ramesse lo fa rinchiudere nelle segrete del palazzo dove riceve la visita di Nerfertari. Proprio lì, alla presenza della sua futura moglie, gli comunica che non morirà perché vuole che Nerfertari non lo ricordi come “martire” e che sarà abbandonato nel deserto. Mosè, condannato a vagabondare nel deserto, riceve un bastone, il mantello levitico che Yochabel, prima di morire, ha voluto donargli e provviste d’acqua e cibo sufficienti per un solo giorno. Dopo vari giorni di cammino arriva finalmente in un’oasi dove può ristorarsi con i frutti di una palma e con l’acqua di un ruscello. Nelle vicinanze le figlie di Jetro, lo sceicco di Madian, guidate da Sefora, la figlia maggiore, stanno abbeverando il proprio gregge e trovano Mosè addormentato vicino ad un cespuglio. Contemporaneamente arrivano all’oasi dei pastori amaleciti (considerati nella Bibbia come discendenti di un ancestrale personaggio di nome Amalek, ricollegato alla discendenza di Iram, figlio di Sem, figlio di Noè), decisi a rubare il gregge. Benché Sefora cerchi di difendere le pecore viene colpita e così interviene Mosè che li scaccia a colpi di bastone. Mosè, portato dalle fanciulle dal padre rivela la sua identità e questi decide di affidargli un lavoro come pastore. Sefora, portando Mosè al gregge, gli mostra il monte Sinai, la montagna infuocata dove abita Dio. Mosè, benché ancora legato sentimentalmente a Nerfertari, decide di sposare Sefora. Intanto Sethi muore e Ramesse diventa faraone. Passano gli anni, Mosè diventa padre del figlioletto Gherson e rincontra Giosuè scappato dalle miniere. Questi gli racconta come ha attraversato il deserto e mentre parlano, nota che in cima al monte si trova una strana luce, un roveto che arde senza che il fuoco lo consumi. Mosè incuriosito decide di andare a vedere e scala il santo monte. Dal rovo ardente sente provenire una voce che gli ordina di togliersi i calzari poiché calpesta terra sacra. Mosè, avendo compreso che è Dio a parlare dal roveto, obbedisce e s’inginocchia. Dio lo invia a liberare gli schiavi e a tornare sul monte Sinai, dopo essere uscito dall’Egitto con il suo popolo, per ricevere le leggi eterne. Sefora e Giosuè, rimasti a valle, vedendo Mosè, riconoscono Dio in lui e credono che libererà il suo popolo. Mosè, tornato in Egitto, in compagnia del fratello Aronne, si reca da Ramesse e gli chiede di liberare gli schiavi. Ramesse rifiuta e Mosè per dimostrare la propria fermezza, ordina ad Aronne di gettare ai piedi del faraone il suo bastone che si trasforma in un cobra. Il sacerdote Jannes su ordine di Ramesse fa lanciare due bastoni, compiendo un analogo prodigio, ma il cobra di Mosè divora quelli del sacerdote egiziano. Gli ebrei di Gessen chiedono a Mosè la libertà, ma Aronne li rivela che dovranno lavorare ancora di più. Mentre Mosè invita il popolo a conservare la fede, inaspettatamente viene condotto dalle guardie da Nefertari, che amandolo ancora, spera di sedurlo. Mosè, benché tentato, non cede. Nel frattempo le donne israelite riempiono le giare d’acqua in attesa che l’acqua finisca come predetto dal fratello di Miriam, e mentre Ramesse e i suoi sacerdoti stanno celebrando un rituale in onore del dio Nilo, l’acqua del fiume si tinge di sangue su ordine di Mosè. L’Egitto resta così senza acqua per sette giorni e il popolo egiziano inzia a chiedere la liberazione degli schiavi ebrei. Seguono una grandinata infuocata e un’oscurità per tre giorni di seguito, cosicché i ministri del faraone gli chiedono la liberazione degli ebrei. Ramesse, tentato di cedere, viene bloccato da Nefertari assetata di vendetta e nega la liberazione degli schiavi. Così Mosè minaccia di punire l’Egitto con un’ultima orribile piaga da costringere il faraone a mandarli via. Nefertari, dopo aver scoperto che Ramesse vuole far uccidere tutti i primogeniti ebrei, si reca a Gessen, per salvare il figlio di Mosè, ma scopre che saranno i primogeniti egiziani a morire. Siccome solo i primogeniti le cui case saranno contrassegnate con il sangue d’agnello sull’architrave si salveranno, Giosuè corre verso la casa di Dathan, dove è rinchiusa Lilia e segna la porta col sangue dell’agnello.  Nel frattempo, dal palazzo reale, Ramesse e i suoi soldati alleati osservano il morbo mortale che, espandendosi, invade le strade egiziane con un fumo verdastro. Mentre Ramesse ordina al figlio primogenito di Pentauro di richiamare le truppe per iniziare con lo sterminio dei primogeniti ebrei, il morbo mortale avvolge il giovane soldato che cade a terra e muore. Allora Ramesse capisce che anche la vita di suo figlio è seriamente in pericolo  e correndo verso di lui, lo trova moribondo nel letto accanto a Nerfertari. Ogni tentativo d’intervento medico è inutile e Ramesse disperato fa chiamare Mosè per chiedergli di salvare la vita di suo figlio in cambio della libertà degli ebrei. Ramesse comprende di aver perso e mentre Mosè lascia il palazzo, dopo che il faraone gli ha comunicato che gli ebrei sono liberi, Nefertari entra nella sala del trono con il corpo senza vita del piccolo principe. Ramesse, sconvolto e pietrificato, prende in braccio il figlioletto morto e lo pone sulla statua del dio Sokar, una divinità della mitologia egizia, il cui culto era legato alla necropoli di Menfi, chiedendone il ritorno in vita. Intanto gli ebrei lasciano l’Egitto e anche Dathan deve andarsene con loro. Giosuè dà un ordine e una direzione a ognuno, Aronne, il fratello di Mosè, insieme ai sacerdoti conduce in processione il feretro di Giuseppe per riportarlo nella sua terra natia e Mosè, commosso, osserva il suo popolo finalmente libero. Ramesse continua a pregare, sperando nell’intervento delle divinità egiziane, ma Nefertari lo riporta alla ragione, incolpando Mosè e la sua gente della morte del giovane principe. Ramesse si lascia nuovamente persuadere negativamente dalle parole di Nefertari e ordina all’esercito di prepararsi per inseguire gli ebrei e di sterminarli uno ad uno. Giosuè e Caleb, vedendo arrivare i carri guidati dal faraone si sentono in trappola e suonano l’allarme. Tutti gli ebrei si radunano sulla riva del mare e Dathan ne approfitta per incitare il popolo a consegnare Mosè. Ma improvvisamente un’enorme muro di fuoco sbarra il passaggio all’esercito egiziano e benché Ramesse pensi che sia un trucco degli ebrei, Pentauro riconosce l’opera del Dio degli ebrei. Allora Mosè allarga le braccia e per volontà divina le nuvole si addensano in mezzo alle acque e dividono il mare in due muraglie, consentendo agli ebrei il passaggio all’altra riva del mar Rosso. Il popolo pieno di spavento passa le acque e raggiunge l’altra riva, e dopo che il muro di fuoco si spegne, Ramesse ordina ai suoi soldati di rincorrere gi ebrei, ma le truppe restano travolti dalle acque del mare. Solo Ramesse si salva e tornato a palazzo, anziché uccidere Nefertari, ammette che il Dio di Mosè è Dio. Gli ebrei giungono alle pendici del monte sacro Sinai e Mosè sale sulla cima, seguito dal sempre fedele Giosuè.  Passano quaranta giorni e non avendo notizie, gli ebrei spinti da Dathan, costruiscono un idolo d’oro da donare al faraone. Nonostante Aronne cerchi di dissuaderli dall’idea di tornare in Egitto, è obbligato a costruire l’idolo e mentre fanno festa attorno al vitello d’oro, Mosè riceve dal Signore i dieci comandamenti. Mosè torna a valle e scoprendo i gravi peccati, lancia il suo anatema contro coloro che hanno servito l’idolo d’oro. Dathan, Abiram (nella Bibbia uno dei notabili della tribù di Ruben, figlio di Eliab e fratello di Dathan) e Corse (nella Bibbia avversario di Mosè e Aronne, di cui si raccontano le vicende nel Libro dei Numeri) sprofondano nel baratro, mentre gli idolatri nel fuoco generato dai fulmini.  Dopo quarant’anni di peregrinazioni nel deserto, il popolo ebraico finalmente arriva ai margini della Terra Promessa, ma Mosè non può entrarvi, poiché non era stato totalmente fedele a Dio alle acque di Meriba e Dio gli aveva ordinato di contemplarla da lontano perché non gli sarebbe stato concesso di attraversare il Giordano. Anziano e stanco, Mosè sale sul monte Nebo, una cresta montuosa alta circa 817 metri, in quella che è attualmente la Giordania occidentale, assieme a pochi fedeli, e affida l’incarico di guida a Giosuè.

Trattandosi di un film, va preso cum grano salis. Attenzione, ma prendere per oro colato ciò che i registi ci propongono, soprattutto quando si parla di Bibbia o altri testi sacri, è molto rischioso. Difatti ci sono molte differenze fra la storia originale dell’Esodo e quella raccontata nella pellicola americana. Nel film, la madre di Mosè Yochabel, lavora come schiava ed è levita. I leviti però non vennero mai asserviti. Se Mosè voleva diventare schiavo come gli altri ebrei, allora avrebbe dovuto rinunciare ai privilegi da Levita, poiché i Leviti sono pastori scelti per Israele. Nel film sono omessi alcuni racconti presenti nel libro dell’Esodo, come la storia delle nutrici che non vollero assolutamente uccidere i bambini maschi, l’attacco degli Amaleciti, la circoncisione del figlio di Mosè da parte di Sefora, il dono della manna dal cielo, nonché delle quaglie e dell’acqua. La questione legata a Nefertari non la troviamo nella Bibbia e i tre faraoni presenti nel film non corrispondono al testo, poiché la Bibbia parla unicamente di faraone al singolare. Anche la struttura cronologica è poco corretta, dato che nel film Mosè dedica a Sethi una stele per commemorare la battaglia del faraone sugli Hittiti a Qadeš, che non fu condotta da Sethi ma da Ramesse II. Incredibile la morte di Sethi anziano, quando in realtà morì dopo unidici anni di governo, mentre Ramesse comandò per 66 anni. Anche l’arrivo di Giosuè quando Mosè fa il pastore ai piedi del Sinai non è menzionato nella Bibbia. Nella Bibbia il faraone non ordina una seconda uccisione dei primogeniti ebrei, la notizia è desunta dal Midrash che spiega così l’origine dell’ultima piaga. Un possibile errore è altresì che il faraone sopravviva alla distruzione degli egiziani, benché il libro dell’Esodo non dica che il faraone morì. Comunque sia, a prescindere dalle imperfezioni, è un colossal che merita di essere visto e rivisto sempre. E così, qualora lo aveste perso, guardatelo in DVD, ne vale la pena. Buon lunedì dell’Angelo!

In foto: Charlton Heston

 

Giornalista pubblicista, scrittore.
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