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Un nuovo patto pubblico/privato per rilanciare il sistema culturale Trentino

17 Agosto 2014

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Un nuovo patto pubblico/privato per rilanciare il sistema culturale Trentino

L’Art Bonus del ministro Franceschini, approvato a fine luglio, appare come uno strumento innovativo per rilanciare la cultura. Non tanto per le importanti agevolazioni fiscali, ma soprattutto perché abbatte (finalmente) il muro del rapporto fra pubblico e privato nella governance dei beni culturali, andando oltre visioni ideologiche che per troppo tempo hanno inchiodato il sistema cultura (e le sue potenzialità). In attesa che anche il Trentino elabori autonomamente un proprio Art Bonus, adattandolo alle proprie necessità, un dibattito merita di essere aperto.
Sono state recentemente presentate le linee guida di legislatura per la Cultura, in quinta commissione legislativa. Si prende atto che le risorse per la cultura sono in forte contrazione e che spesso manca una logica di sistema. Si parla quindi (a mio avviso ancora troppo genericamente) della necessità di una nuova governance in termini di programmazione condivisa, coordinamento, verifica delle attività. Si parla di una riorganizzazione amministrativa come la creazione di un unico Cda per i Musei provinciali, idea che ho condiviso fin dall’inizio.
Vale tuttavia la pena chiedersi se non sia il momento di avere maggiore coraggio. Appare sempre più evidente che è necessaria una strategia complessiva nuova per definire con tutti i protagonisti (pubblici e privati) un patto per la cultura trentina capace di guardare lontano, in un momento chiave nel quale solo la discontinuità (perché tutti i parametri sono cambiati e serve un reset complessivo) saprà premiare chi avrà coraggio di osare, di ridisegnare.
La cultura può e deve produrre economia e indotto. In questo senso il Muse è una grande intuizione ma sarebbe un errore grave ritenerlo esaustivo o dormire sugli allori: il sistema culturale del Trentino è anche molto altro, è qualcosa di molto più ricco e complesso. Non siamo ancora abbastanza consapevoli del fatto che la cultura, anche per il Trentino, è un asset competitivo straordinario per l’indotto che potenzialmente può generare in termini turistici o per le aziende locali, anche nelle valli.
Un recente rapporto dell’Assessorato allo sviluppo economico della Provincia ha messo in luce proprio le potenzialità del sistema culturale trentino come opportunità di sviluppo economico: l’indice di potenziale culturale dell’artigianato connesso al mondo culturale, calcolato per ciascun ambito territoriale del Trentino, parla di una potenzialità di crescita che va da un minimo del 30% al massimo del 48%.
E che dire del mercato del lavoro? La crisi ha generato disoccupazione, sono moltissimi i giovani laureati trentini in materie umanistiche che continuano ad allargare il settore del precariato. Almeno che improvvisamente la natalità non abbia un picco di crescita inaspettato, i posti per docenti nelle scuole resteranno quelli che sono. E allora, dobbiamo chiederci, in che modo la cultura può contribuire alla ripresa, creare reddito, indotto, lavoro per i giovani? Fermiamoci e ragioniamo.
Dei 58 milioni di euro che nel 2014 la Provincia destina alla comparto cultura, la maggior parte (33 milioni) viene destinata a scuole musicali, musei di rilevanza provinciale, biblioteche specialistiche e – soprattutto – al funzionamento e alle spese di investimento di Muse, Mart, Mucgt, Castello del Buonconsiglio, Fondazione Museo Storico del Trentino, Centro Servizi Culturali Santa Chiara. L’altra spalla del sistema culturale e museale è invece garantita da migliaia di volontari che operano in questo settore (una riflessione a parte andrà fatta circa la necessità di una semplificazione burocratica a vantaggio di questi soggetti, altro tema strutturale).
Per esempio: un sistema museale di questo tipo, a carico interamente dell’ente pubblico, non può reggersi a lungo. Credo sia necessario intervenire in termini politici prendendo finalmente atto delle potenzialità economiche che può generare la cultura e avere più coraggio quando si parla di governance, rompendo finalmente qualche schema: bisogna favorire il mecenatismo culturale (interno e internazionale) per rendere attrattivo l’investimento nella cultura in Trentino; favorire la compartecipazione pubblico/privato nella gestione dei musei provinciali, valorizzare e coinvolgere maggiormente anche nei processi decisionali le professionalità della cultura presenti nel settore privato. Si vada poi a vedere cosa ha fatto il Museo Civico di Rovereto, da alcuni anni a questa parte, nell’attrazione di investimenti privati, con risultati straordinari benchè non sempre riconosciuti.
Sulle agevolazioni fiscali Lucia Maestri ha depositato un disegno di legge assolutamente condivisibile. Altro tema sarebbe quello della maggiore sinergia necessaria con Bolzano e Innsbruck in area Euregio: qualcosa si è fatto, molto resta da fare.
Il nodo mi pare tuttavia quello di favorire una maggiore governance congiunta pubblico/privato. Abbiamo una vasta e straordinaria rete di presidi (castelli, oppure fortificazioni della guerra mondiale) che non sempre sono aperti al pubblico oppure non sempre sono dotati di quei servizi in grado di rendere più attrattivo il bene culturale.
Ecco che assegnare la gestione di una parte dei beni culturali della Provincia a associazioni no profit (privato sociale) ma anche aziende private per impedire che questi beni restino fermi o per renderli più funzionali, non ci deve spaventare. Chi non ha notato, ad esempio, la differenza con le vallate sudtirolesi dove moltissimi castelli ospitano realtà gastronomiche di eccellenza, rievocazioni, iniziative di promozione del territorio, che rendono altamente attrattivi questi luoghi, anche i più periferici? Da noi si fa ma non abbastanza, siamo onesti.
Penso a Castel Beseno: luogo di incredibile bellezza, nel quale un po’ più di iniziativa potrebbe trasformarlo in un’attrazione di grandissimo respiro, con enormi ricadute, senza il terrore (altro muro da abbattere) che questo svilisca l’arte e la storia (si guardi a cosa fa l’Europa: a Carcassonne, tanto per fare un esempio, dove arrivano ogni anno tre milioni di visitatori). Nessuna paura, le regole d’ingaggio le definisce l’ente pubblico. Però proclami ne abbiamo sentiti tanti, ora si deve passare ai fatti.
Serve una deregulation per rilanciare il sistema culturale, svecchiare gli apparati, incoraggiare gli investimenti privati, una sinergia tra i comparti della cultura, turismo, commercio, industria e artigianato. Certo, è una scelta squisitamente politica. Ma come affermava recentemente il presidente della Fondazione Roma, “il comparto ha bisogno di bravi e nuovi gestori, che sappiano elaborare un budget, dirigere un’impresa culturale, curarne il bilancio e la contabilità, individuare fonti supplementari di finanziamento, orientarsi nel mercato internazionale”.
La gestione dei servizi legati ai Beni culturali laddove non riescono ad agire gli Enti preposti, venga affidata a cooperative di giovani: in questo senso diciamo pure che il sistema della Cooperazione dovrebbe e potrebbe fare la sua parte, incentivando la nascita di cooperative culturali di eccellenza, valorizzando un enorme capitale umano già presente sul territorio e di fatto in gran parte inutilizzato.
Sono gli anni del Centenario e la Provincia ha fatto un lavoro meraviglioso grazie alla Soprintendenza: sono dieci anni che si recuperano forti, l’investimento è stato importante, si è giocato d’anticipo. Ma in quanto a valorizzazione e fruibilità? Ci sono delle eccellenze, una buona offerta, ma non si è fatto abbastanza. Un esempio fra i tanti: Forte Larino, nel comune di Lardaro, struttura straordinaria restaurata dalla Provincia, con servizi annessi già predisposti, in un luogo strategico sull’asse di collegamento con la Lombardia, eppure ferma ad alcuni anni dalla conclusione dei lavori. Ci possiamo permettere queste cattedrali nel deserto? Non credo proprio.
Il tema della valorizzazione maggiore dei siti storici, siano essi castelli, forti o luoghi d’arte – parlo di manufatti di cui il territorio è ricchissimo – è un tema delicatissimo che bisogna avere finalmente il coraggio di affrontare con maggiore dinamismo. La Provincia individui le destinazioni culturali di questi beni e le criticità gestionali, ma poi non si abbia paura di affidare con una rete estesa di bandi sul territorio, in tempi stretti, la gestione ai privati (no profit, aziende, cooperative, dando la precedenza ai giovani laureati in materie umanistiche), ovviamente in una logica di sistema culturale. Si faccia una ricognizione e si agisca immediatamente. Se il Centenario, che è già iniziato, passerà senza avere prodotto una significativa ricaduta anche in termini economici e occupazionali (comparto cultura e turismo), avremmo decisamente fallito.
Un ultimo appunto che può sembrare banale ma che per me decisivo. In Austria sull’autostrada esiste una segnaletica dedicata ai beni culturali e museali di eccellenza presenti nelle vallate. Mi pare che la Provincia non riesca ad imporre ad A22, sulla tratta trentina, una strategia diversa. Altro esempio: non è possibile che uno dei più importanti musei etnografici d’Europa non trovi una sua valorizzazione in prossimità del casello di San Michele all’Adige, dove transitano milioni e milioni di turisti, che in soli 3 (tre) minuti potrebbero entrare in contatto con il Museo ma anche la Fondazione Mach, due eccellenze che esprimono in modo perfetto l’autenticità trentina.
E’ assodato che nulla tornerà come prima, anche in Trentino: sia dunque l’occasione per migliorare, per definire strategie capaci di guardare lontano, di creare una salutare discontinuità. Gli scenari che cambiano ci impongono un ripensamento degli schemi, rivoluzionando la nostra visione. La cultura non può sottrarsi al cambiamento, bisogna osare di più.

Lorenzo Baratter
Capogruppo del PATT in Consiglio provinciale e regionale

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