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«Pangea» – Quando la musica non ha confini

11 Marzo 2019

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«Pangea» – Quando la musica non ha confini

Intervista al fantasioso chitarrista bolzanino Gianni Ghirardini, che sabato 16 marzo sarà sul palco del Teatro di S. Giacomo assieme ai suoi ‘friends’ di pari caratura.  

di Mara da Roit

Togliere i confini alla musica. E al tempo stesso staccare la spina dal nostro tempo, creando una zona franca dove anche la mente, le sensazioni, le emozioni possano spaziare libere. Questa la intrigante idea, musicalmente di stampo etnico ma non soltanto, concepita dal fantasioso chitarrista bolzanino Gianni Ghirardini e racchiusa nel progetto «Pangea, musica senza confini», concerto-evento che attende tutti gli interessati sabato 16 marzo 2019 al Nuovo Teatro di S. Giacomo di Laives, con inizio alle 20,30 e ingresso libero.
Tante le sfaccettature: musica del mondo, dimensioni meditative, inserti di danza, immagini. Per capirne di più ne abbiamo parlato con il motore trainante del progetto artistico, che ci ha regalato non solo succose anticipazioni ma anche delle vere e proprie ‘chicche’.

Gianni Ghirardini, iniziamo dal concetto di «Pangea» che dà il titolo allo spettacolo. Perché questo nome che ci riporta all’incirca a 290 milioni di anni fa?
[Ghirardini] L’ho scelto proprio riandando col pensiero al finire dell’era paleozoica, quando si ritiene che tutte le terre emerse costituissero un supercontinente, la Pangea appunto, in cui si identificavano due enormi zone: a nord la Laurasia, a sud la Gondwana. Peraltro, osservando bene il profilo dell’antica Pangea restituitoci da alcune teorie scientifiche, riusciamo a cogliere qualcosa delle forme degli attuali continenti. Il punto è che, immaginandoci in quella situazione di “tutt’uno territoriale”, possiamo spostarci da e verso luoghi che ora chiamiamo Africa, Asia, Australia, Europa, America…, senza dover attraversare mari. Infatti un immenso oceano, la Panthalassa, circondava il blocco di terre emerse.

La tua «Pangea» come rientra in questa visione?
Sull’onda di tali pensieri, le barriere rappresentate dai mari – e le frontiere in genere – ho deciso di toglierle alla mia musica. In altre parole mi sono prefisso di creare un territorio musicale sconfinato. Devo comunque aggiungere, per onor di completezza, che il concept che sfocerà nel concerto di S. Giacomo affonda le radici nel vissuto artistico mio e di alcuni dei miei odierni compagni di palco.

Vogliamo brevemente ripercorrerla, questa genesi?
L’idea mi è venuta nel 1999, anno in cui, assieme ai colleghi musicisti Jack Alemanno e Werner ‘Haifisch’ Heidegger (tutt’oggi nella formazione), abbiamo dato vita a una band che abbiamo chiamato proprio “Pangea”. Un’altra tappa fondamentale vi è stata nel 2014, con il memorabile concerto «From the blues to the world» andato in scena al Teatro di San Giacomo, organizzato – allora come oggi – dal Centro culturale S. Giacomo, che colgo anzi l’occasione per ringraziare per l’amicizia, per lo spirito di condivisione e per aver creduto e credere nei miei progetti. Un live, quello di cinque anni fa, nell’ambito del quale io e i miei colleghi abbiamo iniziato a esplorare nuovi territori musicali.

Quali?
Partendo dal Delta del Mississippi siamo approdati a quello del Gange, non senza passare per i Caraibi, fino ad arrivare in Africa, cioè alle radici del blues e dei generi da esso derivati o influenzati. E lo abbiamo fatto sia con brani originali che proponendo arrangiamenti personali e reinterpretazioni di altri autori.

Saltiamo al 2019. Come nasce il concerto del prossimo 16 marzo, su cui già tante aspettative si stanno appuntando?
Di base, ho ripreso il percorso dove lo avevo lasciato, riagganciando i fili di quell’avventura. Infatti il riscontro era stato tale da farmi capire che ci si poteva ulteriormente costruire su. E implementare, variare, anche in un’ottica interdisciplinare. Parallelamente si è trattato di rimodulare l’organico.

Prima di fare i nomi, proviamo a mettere a fuoco i contenuti. Quali generi musicali toccherà lo spettacolo?
Nostro intento è quello di coinvolgere lo spettatore in un viaggio composito e diverso dal consueto. Ci sarà una ampia e composita vena etnica prevalente, con vari ‘colori’ e sfumature; ma non solo.

Partiamo dall’etnico: verso che luoghi possiamo prepararci a ‘seguirvi’?
Parecchi. Proporremo melodie indiane, ritmi africani, temi tribali, musica celtica. Un caleidoscopio che personalmente trovo affascinante e che punta fra l’altro alla riscoperta di radici.

Dicevi… ‘non solo’. Cosa prevede ancora il menù musicale?
Avremo pagine meditative, suggestioni oniriche, e non mancheranno dei rimandi di carattere rock-blues.

A questo punto parliamo giustamente degli artisti. Comincio da te ricordando le tue qualità di chitarrista estroso e ispirato, coniugate a una dotazione strumentistica che definire creativa è il minimo. A proposito, come nasce il tuo set di chitarre così particolare?
In decenni di musica ho accumulato vari strumenti. Oltre alla mia amata chitarra acustica Martin, possiedo una vecchia Fender elettrica degli anni ’70, che porterò sul palco di S. Giacomo per usarla in tre brani. Ci sono poi due chitarre resofoniche ‘dobro’. Una di esse viene suonata come una chitarra tradizionale, col bottleneck, e restituisce un suono blues autentico, proprio da Delta; l’altra si tiene sulle ginocchia e si suona con una barra d’acciaio, come una ‘lap steel’ hawaiana – ha un suono meraviglioso, adatto al bluegrass e al country. Ma il pezzo più originale, frutto di anni di ricerca e sperimentazione, è la chitarra ‘slide’ indiana.

Siamo curiosi di conoscere le peculiarità di questo strumento…
Sfondi una porta aperta [ride]. In effetti mi dilungo con piacere perché merita una descrizione più specifica. È una vecchia chitarra jazz degli anni ‘60, un regalo che mi ha fatto il collega chitarrista Manuel Randi. Sennonché ora, dopo le modifiche apportate, non è più una chitarra ma una ‘Mohan Veena’ e si suona facendo scivolare una barra di metallo sulle corde: 3 corde di melodia, 5 di accompagnamento e 11 di simpatia, che risuonano spontaneamente sottolineando la melodia e conferendo alla stessa una spazialità tipica degli strumenti indiani a corda: sitar, sarod, sarangi ecc. Ci tengo a specificare che non sono un liutaio (nobile professione che richiede formazione e preparazione che certamente non possiedo), tuttavia mi è sempre piaciuto cercare di ottenere suoni originali dai miei strumenti, anche a costo di modificarli. Così iniziai degli esperimenti nei primi anni 2000, modificando (e distruggendo…) vecchie chitarre, insieme all’amico suonatore di sitar Felice Bruni. Intere serate passate in laboratorio a limare, tagliare e incollare, guardando videocassette di Mohan Bhatt e cercando di riprodurre il suono del Maestro.

Caspita… che privilegio questo racconto. Grazie mille per le confidenze! E passiamo al resto della band. Dialogherai musicalmente con colleghi che come te, ognuno nel suo campo, sono delle eccellenze.
Non vedo l’ora; ho delle gran belle sensazioni interiori già adesso, sull’onda delle prove che stiamo facendo. Quanto ai nomi, mi sento di dire che sarà un organico strepitoso. Nella line-up di base ci saranno Jack Alemanno con la sua singolarissima batteria, Werner ‘Haifisch’ Heidegger col suo pastoso basso, l’eclettico Max Castlunger impegnato sulle sue strabilianti percussioni dal mondo, Lorenzo Barzon con il suo raffinato violino, Pietro Berlanda alle prese con i suoi briosi flauti. E poi avremo due ‘special guests’: il già menzionato Felice Bruni al sitar indiano, immancabile in un concerto come questo, e la cantante Annika Borsetto, che con la sua voce espressiva completerà da par suo l’aspetto musicale.

…a cui si aggiungerà una componente nuova rispetto al concerto precedente: la danza. E in più ci saranno anche stavolta delle immagini. Cosa ci dici di questi due elementi?
Mi piaceva l’idea di intrecciare non solo continenti e generi musicali ma anche discipline artistiche, e di aggiungere una nota dinamica. Detto, fatto: i bravissimi ballerini Christian Balzamà e Jil Saccani (sorprendente per la giovane età) si sono detti disposti a costruire delle coreografie di ‘irish tap dance’ sulla parte del programma di impronta irlandese.
Quanto all’aspetto ‘visuals’, i vari momenti dello spettacolo saranno accompagnati da una serie di immagini, tematicamente pertinenti o semplicemente evocative. Il senso è comunque quello di coinvolgere il pubblico ad ampio spettro.

Che bella chiacchierata, Gianni, e che acquolina in bocca ci hai fatto venire pregustando uno spettacolo così ricco. Ultimissima domanda: rivolto a chi?
Fondamentalmente a tutti, perché i riscontri precedenti mi dicono che in ciascuno alberga un angolo pronto ad essere virtualmente occupato dalla nostra musica, dai nostri ‘territori’. E mi piace aggiungere che… ci rivolgeremo a menti desiderose di volare.

Foto, Gianni Ghirardini/c-Stefano Odorizzi.

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