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L’ Italia e le politiche green: molto da insegnare in Europa

14 Marzo 2019

L’ Italia e le politiche green: molto da insegnare in Europa

Economia green&circolare

Nel senso comune si tende in Italia a sminuire le capacità del paese, giudicato “indietro”, spesso senza cognizione di causa. L’esempio più lampante? L’economia circolare. Mentre mezza Europa si fa i selfie tra una ciclabile e l’altra e poi sfrutta l’energia nucleare (magari francese, prodotta dallo sfruttamento d’ esseri umani nelle miniere d’uranio…) o peggio del carbone (Svezia, Norvegia, etc.) e non ricicla come dovrebbe gli oli esausti. L’Italia in questo campo è prima in Europa e avrebbe un sistema “green” da esportazione. Nel nostro Paese, già da alcuni anni, oltre il 95% degli oli usati raccolti vengono inviati a rigenerazione per la creazione di nuove basi lubrificanti. Altri Stati, invece, privilegiano ancora la strada della combustione per la creazione di energia termica: la Spagna rigenera il 68% degli oli, la Francia il 60%, la Germania il 50% e il Regno Unito solo il 14%. Tralasciando gli spagnoli, economia industriale di secondo livello, è facile notare come i paesi di prima fascia (si parla d’industria pesante) fatichino ad adattarsi. L’ Italia invece si è mossa già negli anni’80 (fu una apolitica lungimirante dei governi Craxi, che puntavano alla grande chimica mondiale con Enimont, se ricordate) ed è riuscita a guadagnare (o risparmiare) circa 5 miliardi d’ euro all’anno riciclando i propri oli. In gergo si definisce “rigenerazione”: processo che consente di trasformare un rifiuto pericoloso proveniente dalle automobili e dalle industrie in una nuova base lubrificante. In Europa l’azienda leader è l’italiana Viscolube ma manca una visione europea e soprattutto Francia e Germania nulla muovono a livello legislativo. La questione è complessa, applicando il modello italiano (funzionante al 100%) s’avrebbe un boom di crescita nel settore, di fatto obbligando gli altri ad adeguarsi al sistema, si badi, non perché italiano, ma perché oggettivamente il migliore. La Ue conosce da anni la questione ma Francia e Germania avrebbero solo da perderci (Londra non ci pensa nemmeno, rimanga o no, ha sempre deciso in base a propria convenienza) e quindi il tutto è definibile come “lettera morta”. Serve una svolta politica, che dovrebbe partire da quei partiti che mettono l’ecologia al primo posto e soprattutto andrebbero informati gli italiani, in economia circolare non gli ultimi della classe. Vanno informati studenti, imprese ed il governo deve far la propria parte. A ciò deve andar in parallelo la regolamentazione agroalimentare, per produrre certe specialità o si segue l’iter corretto o non si può rivenderle utilizzando una certa definizione. Esempio? La mozzarella per essere prodotta non può non seguire l’iter standard, in alternativa non è mozzarella, così la pizza e tutti i nostri prodotti alimentari, per storia e qualità tra i primi al mondo e soprattutto ecosostenibili e biologici. Va esportato il nostro modus e non importata quella forma mentis, purtroppo anche europea, che nel succo d’arancia possano non esserci arance. La battaglia per il clima passa anche da qui, dall’ ecosostenibilità dei prodotti, dalla condizione di lavoro. L’ Italia può dare la propria visione, anche se, a livello internazionale Paesi come Cina, Russia, Usa, India (che ha inquinato i propri mari con test nucleari…) devono impegnarsi a rallentare le emissioni o tutto il pianeta ne pagherà le conseguenze a medio termine. Gli studenti ultimamente lo hanno capito, ma serve anche consapevolezza da parte della politica, che deve iniziare a mettere sul piatto più soluzioni e meno proteste stitiche.

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