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Il prete del blog, si chiama Paolo Zambaldi

7 Gennaio 2019

Il prete del blog, si chiama Paolo Zambaldi

Don Paolo Zambaldi è cappellano a Bolzano nelle parrocchie di Tre Santi e Sacra Famiglia. In una intervista rilasciata a buongiornosuedtirol.it il sacerdote si esprime su temi importanti come la liturgia e il suo rapporto con i fedeli.

Don Paolo, ho appreso dal Suo blog che Lei è stato ordinato a Bressanone nel 2016. Se ho capito bene Lei prima di entrare in Seminario ha fatto altro nella vita. Cosa significa secondo Lei vocazione?

La parola vocazione/chiamata, in relazione al ministero ordinato, va innanzitutto liberata da quell’alone di misticismo che da sempre l’ha contraddistinta. Non c’è nessun Dio che bussa, appare, sollecita, non c’è un eletto, un predestinato, un maggiormente amato. No, come per ogni scelta importante della vita, c’è una riflessione, una presa di coscienza, una partenza. E una considerazione del rischio.
Per ventitré anni ho fatto la vita di tutti, scuola, amici, amiche, università, politica. Il progetto evangelico sempre amato e presente ma sempre declinato laicamente, sempre attento a cogliere cambiamenti, stimoli, bisogni.
Direi che l’assiduità con la Scrittura mi ha spinto a scegliere di esserne annunciatore a tempo pieno. Nell’Antico e Nuovo Testamento ho trovato risposte e proposte di salvezza per gli uomini di questo tempo. Proposte per cui valeva la pena fermarsi e pensare, proposte che valevano “una vita”. Tanti laici, credenti, non- credenti, dedicano una vita alle loro idee, ai loro amori, ai loro progetti.
Io ho scelto di dedicarla alla nascita di comunità che vogliano porsi come lievito di cambiamento in un mondo sempre più convulso e privo di speranza.
Ritengo infatti che il prete oggi debba essere soltanto un uomo/donna che si mette al servizio di un gruppo di persone che vuole crescere nella sequela di Gesù, che vuole maturare la sua scelta evangelica, che si assume un ruolo attivo di testimonianza.
Il mio ministero è dunque solo un servizio, un aiuto, uno stimolo fraterno affinché questa crescita avvenga.

Lei è cappellano a Bolzano nelle parrocchie di Tre Santi e Sacra Famiglia. Oggi i sacerdoti sono sempre meno e molto impegnati. Ci racconti del Suo rapporto con i fedeli.

La chiesa così come l’abbiamo conosciuta è alla fine.
Una chiesa frequentata dalla maggioranza, monolitica, dogmatica, socialmente influente. E dico: per fortuna! Quello che la Chiesa avrebbe dovuto fare da tempo (almeno da dopo il Vaticano II), e non ha fatto, sarà imposto dalla storia. Ad esempio aprire una riflessione sullo stile della sua presenza nel mondo, sul superamento di quell’alleanza trono e altare che tanto male ha fatto nei secoli alla sua credibilità, sul suo essere così poco attenta ai cambiamenti, alle esigenze, ai diritti che hanno subito nell’ultimo secolo cambiamenti epocali. I pochi fedeli rimasti oggi, per lo più anziani, sono ancora attaccati alla tradizione cristiana più che alla necessità di maturare la loro fede. I giovani adulti sono generalmente assenti. Perché? Per due motivi inoppugnabili: il primo di ordine generale: pensare, conoscere, impegnarsi è diventato difficile. Tutto è emozione e fuga. C’è un amore per il “facile”. Il consumismo ha fiaccato tutti. Le cose son più gratificanti delle idee. Il secondo motivo è che questo modello di chiesa, più culturale/cultuale che evangelico, non può essere attrattivo nemmeno per i pochi che pensano. Anzi i pochi che pensano e ovviamente si pongono criticamente, non trovano in essa assolutamente spazio.
E allora? Siamo arrivati alla cruna dell’ago. Chi vi passerà (e ho speranza in questo) sarà veramente quel lievito che trasformerà il mondo!

Il mondo in cui viviamo, almeno quello occidentale, sembra essere sempre più secolarizzato. Cosa può o dovrebbe fare un prete oggi per sostenere quei fedeli in cerca di risposte che la scienza non è in grado di fornire?

Come diceva padre Ernesto Balducci, mentre una volta erano gli atei che dovevano rendere espliciti i motivi della loro incredulità, e soffrivano dovendo superare resistenze interiori dovute alla loro formazione, ora sono i credenti che devono rendere conto del perché della loro fede. È una vera rivoluzione copernicana. I motivi della secolarizzazione sono molti, di ordine storico, sociologico, antropologico. Mi soffermo principalmente su uno: la Chiesa non ha saputo cogliere i segni dei tempi, non ha ascoltato i suoi profeti, anzi li ha ostacolati ed estromessi, ha affossato teologie che partivano dalla liberazione integrale dell’uomo, si è chiusa in una sterile applicazione di principi e dottrine, si è resa impermeabile alla verità dell’evangelo. Dopo la ventata di primavera del concilio Vaticano II è calato l’inverno polacco che ha congelato ogni possibilità di ripensamento, di riflessione critica, di cambiamento. La Chiesa è dunque diventata sempre più “insignificante” per l’uomo di oggi.
Io credo che la scienza con i suoi progressi strepitosi, i suoi tentativi di dare spiegazioni esaustive circa l’origine dell’uomo e dell’universo non debba collidere con la ricerca di Dio.
Come diceva Bonhoeffer nel suo libro “Resistenza e resa”, Dio non è un tappabuchi. Se così fosse, qualora la scienza trovasse ogni spiegazione, Dio cesserebbe di essere necessario. Ma quale Dio? Non certo il Dio di Gesù e neppure quello dei patriarchi e dei profeti. Quel Dio lì è un Dio che ama l’uomo, che stima i suoi successi, che si bea della sua intelligenza. Quello che i Libri ci insegnano è semplicemente la via che permette al mondo di vivere bene. Quello che il Vangelo ci insegna è una fede adulta che sappia prendersi la responsabilità di costruire questo vivere bene. Come? Con la pratica della non –resistenza al male: dunque non-violenza, condivisione della ricchezza, rispetto delle differenze, accoglienza dell’ultimo, misericordia per il disperato, rispetto per la creazione, costruzione di comunità in cui tutto ciò sia vita quotidiana.
Scienza e fede hanno obbiettivi diversi e non collidono.

Non tutti riescono a comprendere i testi liturgici. Cosa si dovrebbe fare per avvicinare le persone alla bellezza della liturgia?

La liturgia è costituita dalle parole mediante le quali il popolo esprime il suo rapporto con Dio. Come si evince da ciò che ho già detto, questo rapporto dovrebbe essere dinamico e vitale. Non pietrificato in formule eterne e in lingue antiche. Abbandonare il latino ad esempio ha permesso una maggiore comprensione dei testi e il dare uguale spazio alla liturgia della parola rispetto alla liturgia eucaristica, ha messo in evidenza come sia di fondamentale importanza, per crescere nella sequela, ascoltare e meditare i testi dell’Antico e Nuovo testamento.
Rimangono a mio avviso due problemi. Il primo è legato a una visione ancora troppo dogmatica e catechistica della liturgia. Infatti alcune preghiere tendono a sottolineare l’accettazione dei dogmi, piuttosto che la lode e l’adorazione di Dio padre. Il secondo, è l’ancora troppo scarsa partecipazione dei laici alla preparazione delle celebrazioni che tendono perciò ad essere espresse con parole troppo “ecclesiastiche” avulse dal mondo reale, incapaci di esprimere le gioie e le ansie dell’uomo/donna di oggi.
Io credo che non esista una bella o una brutta liturgia. Ma piuttosto una vera e una falsa liturgia. O essa infatti è un canto corale e significativo di una comunità che vive concretamente la sua fede o è pura esibizione sul palcoscenico del presbiterio.
Difatti le prime comunità cristiane pregavano in casa, luogo sacro per eccellenza, luogo di vita e di solidarietà. Andavano insieme anche al tempio ma dopo, e solo per lodare e ringraziare Dio per i doni sperimentati nella comunità.

Parliamo del Suo blog. Ho notato che Lei continua a fornire molti spunti di riflessione su vari temi di attualità. Una scelta coraggiosa. È stato anche criticato per questa Sua scelta di campo?

Ho scelto il blog perché oggi è uno dei pochi modi per raggiungere facilmente un certo numero di persone. Soprattutto quelle che hanno lasciato la Chiesa e quelle che neppure la conoscono se non per le malefatte! Mi pare evidente da tutto quello che ho detto finora, che la mia visione di Chiesa sia molto poco istituzionale. Nel senso che credo che si debba uscire da un cristianesimo inteso come fatto culturale (alla Salvini), come religione di Stato, come battesimo e funerale d’ordinanza.
Essere cristiani deve tornare ad essere una scelta, come nei primi secoli. Una scelta che coinvolge concretamente la vita, non una vuota affermazione di principi spesso crudeli ed escludenti. Una scelta che può significare impopolarità, sofferenza, frustrazione. Difficoltà che si superano se si accetta che Dio sia Dio e noi “semplicemente” uomini che collaborano con Lui nella costruzione di un mondo che Egli aveva pensato/creato “giusto e buono”, se si crede che Gesù abbia indicato un percorso capace di liberare l’uomo qui e ora. Se si crede nella bontà profonda di ogni essere, bontà che sarà risvegliata solo da un’altra bontà.
Detto questo il mio blog già nel titolo esprime il mio pensiero. Il vangelo ha senso se sa interpretare la vita, se sa farsi stimolo e profezia, se sveglia coscienze addormentate, se si schiera, se è di parte. La parte degli sconfitti, degli ultimi, dei poveri, dei diversi. Di tutti quelli schiacciati dalla violenza di un potere arrogante e disumano.
Qualcuno mi ha ripreso? No. Penso che i tempi siano ormai maturi (volenti o nolenti le gerarchie) per una “rivoluzione”, per una “conversione “ecclesiale”.
Poi il futuro nessuno lo conosce. Infatti come dice un testo rabbinico: “Vuoi far ridere Dio? Raccontagli i tuoi progetti!”.

Giornalista pubblicista, scrittore.
One Comment
  1. […] intervista di Claudio Calabrese, www.buongiornosuedtirol.it […]

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