Cultura e società

Psicologia. Genitori, non basta che i figli sviluppino la digitalità, di Giuseppe Maiolo

20 Maggio 2018

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Psicologia. Genitori, non basta che i figli sviluppino la digitalità, di Giuseppe Maiolo

I ragazzi hanno bisogno di attività fisica e di coltivare rapporti e relazioni sociali

I pollicini, cioè i nuovi adolescenti che scrivono sullo smartphone con due pollici, per motivi biologici culturali ed evolutivi sono dentro un flusso continuo di cambiamenti e mutazioni fisiche, mentali, relazionali, affettive. La realtà sociale in cui sono inseriti, come tutti noi, è liquida, senza margini e senza confini, fluida e in rapida trasformazione. Cresciuti con la mediazione del cellulare, i Millennials hanno l’esigenza costante di stare sempre connessi e in continuo contatto.  La tecnologia avanzata di questo tempo assolve però in maniera nuova uno dei compiti più importanti che vi sono in adolescenza: la necessità di separarsi dall’infanzia e tagliare i legami con la famiglia per diventare autonomi e indipendenti.
Legami giovanili e vicinanza amicale del resto sono sempre appartenute all’adolescenza. In ogni passaggio generazionale, il gruppo è stato importante, e più ancora necessario per crescere. Viceversa la mancanza di relazioni con i pari è sempre stata un possibile segnale di disagio. Vi è quindi un significato particolare da leggere dietro il fenomeno dell’utilizzo precoce e intenso che fanno i minori della moderna tecnologia. Non ci deve meravigliare quanto emerge da una ricerca inerente al corso di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi dell’Università Cattolica di Milano la quale indica come già a 9-10 anni il 75% dei minori accede almeno una volta al giorno ai social e ai servizi di messaggeria istantanea come WhatsApp. E nemmeno deve sorprenderci quando Terre des hommes, un’organizzazione che si occupa con attenzione dei problemi dei minori, ci dice che più del 60% dei ragazzi oggi passa il tempo libero sui Social e che a 13 anni si rimane connessi da un minimo di tre ore al giorno ad un tempo elevato che comprende anche le ore notturne. Il problema, caso mai, è che nei processi educativi tutto avviene precocemente, perché si entra nell’adolescenza in modo anticipato.
Per quanto i bambini di oggi sappiano prestissimo usare con una certa abilità il cellulare perché utilizzano quello di mamma o di papà, deve prevalere tra gli adulti la consapevolezza che lo smartphone è uno strumento potente il cui uso va controllato e insegnato con molta attenzione da parte degli adulti. Nessuno si sognerebbe mai di far guidare una Ferrari a un minore che non ha la patente. Accade invece che non sia così con i nuovi strumenti di comunicazione che nessuno insegna. Perché sembrano oggi mancare genitori attrezzati, capaci di educare alla digitalità e poche famiglie in grado di riconoscere le potenzialità dei vari dispositivi e i veri pericoli della rete. A scuola ancor meno sono gli insegnanti che hanno conoscenze di media education e dedicano attenzione alla formazione degli allievi.
Educare ai media, prima di tutto vuol dire essere adulti competenti in questi nuovi “saperi”. Poi significa non tanto e non solo far usare bene gli strumenti di comunicazione digitale, quanto dare regole di comportamento on line, promuovere e sviluppare reputazione e cittadinanza digitale promuovere con un costante controllo educativo. In fondo la pericolosità non deriva unicamente dalla quantità di tempo passato a chattare con gli amici virtuali quanto farlo in modo assoluto o prevalente. È quando un’attività diventa sostitutiva di altre o compensa dei bisogni che invece dovrebbero essere adeguatamente soddisfatti, come l’ attività fisica o il coltivare relazioni e rapporti reali, che possono svilupparsi problemi e disagi.

Giuseppe Maiolo
Docente di Psicologia delle Età della vita – Università di Trento

In Foto, Giuseppe Maiolo

 

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