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La paura di diventar grandi

23 Settembre 2017

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La paura di diventar grandi

di Giuseppe Maiolo, psicoanalista.

Crescere o non crescere, questo è il dilemma. Parafrasando Amleto, potrebbe essere l’interrogativo che si pongono i Millenials, cioè tutta quella generazione che è nata con l’esplosione di Internet ed è cresciuta con la tecnologia digitale. Sono gli adolescenti di questo momento storico che sembrano voler fermare il tempo, che temono di diventar adulti e non hanno voglia di assumersi responsabilità perché  hanno paura del futuro, di ciò che li attende.
Ora gli studi che si vanno facendo sui comportamenti dei ragazzi e delle ragazze, sembrano confermare quanto sia diffusa la paura di crescere e l’ansia di non riuscire che può anche diventare angoscia del fallimento. Così quella fase della vita che è sempre stata caratterizzata dalla voglia di conoscere, cercare, esplorare, sembra essersi bloccata. I giovani davanti alle cose nuove e ai cambiamenti si spaventano e si ritirano o, quanto meno rimandano l’appuntamento con le prove significative e con le esperienze trasformative. Il che fa pensare a un’adolescenza lenta e dilatata se non interminabile come alcuni la definiscono.
Qualche volta è davvero bloccata. Al clinico che si confronta con la sofferenza individuale tocca allora operare per riattivare il processo di crescita e, nei casi più gravi, contenere un’energia autolesionistica che mette in pericolo la stessa esistenza.
Fobie scolari, azioni autoaggressive sul corpo, ritiro sociale sono da più di un decennio motivi di un disagio crescente che si esprime con preoccupante frequenza.
Ma al di là di alcune situazioni più gravi le ricerche più recenti, tra cui una americana di grande portata, sviluppate attorno ai comportamenti giovanili di massa, sembrano confermare il fenomeno del rallentamento della crescita e il diffuso ritardo con cui gli adolescenti passano attraverso esperienze trasformative e, ad esempio si confrontano con il sesso, costruiscono relazioni o semplicemente prendono la patente.
La spiegazione più immediata che emerge appare quella legata al massiccio utilizzo delle nuove forme di comunicazione digitale che mantiene iperconnessi i giovani e fa loro sperimentare relazioni più virtuali che reali. Il web, insomma, torna ad essere il protagonista negativo ed è  colpevole di influenzare la vita di tutti e in modo particolare dei più giovani.
Il che è sicuramente vero. Ma forse il fenomeno  è più complesso e servono altre riflessioni.
Può essere utile per esempio pensare a un’adolescenza dilatata che in maniera preoccupante si anticipa quando adultiziamo precocemente i bambini e non diamo loro il tempo di maturare. Un’adolescenza che si protrae perché si è esaurita precocemente l’energia necessaria per il processo di individuazione. Forse ci potrebbe aiutare sapere che se li deresponsablizziamo facendo per loro ogni cosa e proteggendoli a oltranza impediamo loro di fare esperienza e gli togliamo il desiderio di esplorare il mondo e la voglia di gestire la loro esistenza. Senza rischi non si cresce. Oppure chiediamoci se tutti i timori degli adolescenti a mettersi in gioco non provengano anche da questa società che ha fatto della paura il leitmotiv dell’esistenza e li abbia contagiati.
Un bambino che vive la continua preoccupazione dell’adulto che gli possa accadere qualcosa, difficilmente si renderà autonomo e saprà contare sulle proprie risorse. Diventar grandi vuol dire provare a scegliere e a decidere. Ma queste prove sono un’impresa, un traguardo faticoso o impossibile se ho sempre avuto qualcuno che ha fatto per me e mi sollevato da ogni fatica. Meglio allora rallentare. Oppure rinunciare e fermarsi.

In foto, Giuseppe Maiolo, psicoanalista

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