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Urzì, “Svp, con meno voti cambia le regole per avere più eletti, colpiti gli italiani e il PD tace”

20 Gennaio 2017

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Urzì, “Svp, con meno voti cambia le regole per avere più eletti, colpiti gli italiani e il PD tace”

“La riforma elettorale presentata dalla Svp costituisce un ennesimo tentativo di forzare le regole della convivenza e della legittima rappresentanza dei gruppi linguistici.”

 Dura la nota del consigliere provinciale di Alto Adige del Cuore, Alessandro Urzì, secondo cui la previsione della possibile elezione di un ladino (quello con il maggior numero di preferenze, quindi prevedibilmente in lista con il maggiore partito, ossia la Svp) non sottraendolo alla lista che lo ha candidato ma all’ultima che ha potuto contare sull’elezione con un resto, significherebbe nei fatti una cosa sola: anche con meno voti, più eletti. La Svp “ruberebbe” per legge un suo eletto ad una qualsiasi altra lista, presumibilmente quelle minori, presumibilmente al gruppo italiano – scrive Urzì in un comunicato, chiarendo che il tema della rappresentanza del gruppo italiano deve interessare tutte le forze politiche, ed il Pd non può considerarsi immune da ciò. Non è nemmeno nel suo interesse vedere scemare la rappresentanza italiana e ridursi ulteriormente di numero perché questo renderebbe ancora più ininfluente il contrappeso di cui un partito del 48% ha bisogno. È questione di democrazia. Il silenzio costante del PD anche su questo tema preoccupa e rattrista – continua il consigliere, sottolineando che la legge approvata nella forma proposta si trasformerebbe in un treno in corsa su cui in qualunque momento potrebbe essere fatta montare la novità prevista in modo spaventoso dal disegno di legge di riforma dello Statuto cosiddetto Alfreider in discussione al Parlamento. Prevede che si possa derogare al principio del proporzionale puro per l’elezione del Consiglio provinciale. Vorrebbe dire che la Svp si aggiudicherebbe il titolo per ridurre la rappresentanza delle forze minori (e degli italiani, facendo eleggere il ladino in quota proprio agli italiani) rafforzandosi pur con meno voti, conclude Urzì, ponendo l’accento anche sul fatto che la chiusura dei seggi alle 21 significherebbe penalizzare il capoluogo ed i centri dove la maggioranza italiana ha l’abitudine di sfruttare anche la fascia oraria dalle 21 alle 22. Problema che non si pone nei piccoli centri dove per tradizione si vota al mattino.

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