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Radicalismo: sarà una commissione ad occuparsene, intanto in Libia…

5 Agosto 2016

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Radicalismo: sarà una commissione ad occuparsene, intanto in Libia…

L’analisi di Marco P. 

Dal 2015 ad oggi sono 107 gli espulsi dall’Italia per legami con il terrorismo islamico ed un possibile impegno diretto nell’azione di proselitismo. Si va dal pakistano espulso perché “in procinto d’attaccare l’aeroporto bergamasco, al sospetto forte che giusto in questi giorni ha visto espulsi due tunisini ed un marocchino. Le maglie italiane si stringono su più fronti, anche quello legislativo. Il Viminale infatti sta lavorando a quello che il ministro Alfano ha definito: “una sorta di Statuto dell’Islam con l’obbligo delle prediche in italiano, della formazione degli Imam, una tracciabilità più severa dei finanziamenti alle moschee, la sottoscrizione di un patto alle leggi ed alla Costituzione Italiana”. Costituzione che viene messa al centro del progetto del Viminale che in una nota chiarisce “Chi entra in Italia deve rispettarne i principi fondamentali, in caso contrario l’associazione (culturale ma di fatto di culto) verrà sciolta”. Il governo parla di legislazione ad hoc e fa sapere che a settembre partirà una commissione formata da: psicologi, psichiatri, giornalisti, antropologi, sociologi, insegnanti, membri delle forze dell’ordine che si occuperà di creare e gestire un piano sociale e culturale atto a contrastare il reclutamento tramite periferie, scuole e web. La commissione traccerà inoltre i vari profili che corrispondono a potenziali seguaci del Califfo. Progetti macro per i quartieri che interesseranno realtà scolastiche e sociali di vario genere. L’idea è quella di togliere il terreno da sotto i piedi dei reclutatori, spesso attivi nel malessere sociale, anche con i nati di seconda e terza generazione. A questo si aggiungono controlli ancora più capillari nelle attività in moschea, che a Genova hanno portato la procura di Genova a stringere sull’Imam albanese, pizzicato nello spedire tramite W. Union somme di denaro a cellule del Califfato. Da una parte quindi capillarità totale, dall’altra la scorsa domenica la comunità islamica italiana ha dato un segnale presentandosi nelle chiese durante la messa, i numeri non sono stati esaltanti (si parla di un 2%) ma il gesto simbolico non va sottovalutato, qualsiasi azione utile alla cooperazione è da lodare. Nel mentre i raid Usa in Libia ci mettono davanti ad un ginepraio: Serraj, ovvero l’uomo appoggiato dall’Italia, dimostra di non contare militarmente e soprattutto a livello politico. I raid non basteranno e Serraj chiederà presenza sul territorio (l’Onu ha già nel cassetto i documenti da febbraio). Gli Usa vorrebbero gli italiani al comando, Renzi a parole è d’accordo, nei fatti prende tempo perché una missione di tale profilo è molto rischiosa, specialmente per chi è impegnato in Afghanistan (dove insieme alla Turchia avremo il comando, si profilano aumenti di truppe) e soprattutto Libano. In questo momento inoltre anche dalla Tunisia provengono notizie allarmanti: i confini con la Libia sono ormai un colabrodo, eventuali interventi anche solo di supporto richiede larga scala, quindi grosse responsabilità. A questo si aggiungono gli sbarchi sulle nostre coste, le ultime informative hanno fatto dichiarare al ministro Alfano “Is controlla i flussi migratori in Libia, flussi che sono fonte di guadagno ingente”. Per attraversare il Mediterraneo servono dai 1500 ai 3000 euro, tutta liquidità che secondo gli ultimi rapporti finirebbe direttamente in tasca al Califfo. Sembrano lontane le polemiche sulla chiusura del Brennero, perfino avulse, visto che il nocciolo di tutta la questione era, e soprattutto è, la Libia. L’Italia in Libia ha interessi economici irrinunciabili, gas, petrolio e strutture dell’Eni, ovvero lo stato stesso. I prossimi mesi si annunciano complicatissimi e sembra tutto sia talmente in evoluzione da essere gestito giorno per giorno se non ora per ora. Gli analisti militari sconsigliano interventi diretti se impostati come nel recente passato, dall’altra però la Libia è troppo importante i nostri interessi strategici diretti (ci abbiamo investito tantissimo) per essere lasciata alla deriva o ai francesi, veri ispiratori del vespaio innescato a Tripoli e dintorni.

In foto: il primo ministro libico Fayez Serraj 

 

 

 

 

 

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
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