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Giovanni Falcone, “la mafia non è affatto invincibile”

23 Maggio 2015

Giovanni Falcone, “la mafia non è affatto invincibile”

« La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. » disse Giovanni Falcone in un’intervista a Raitre. Oggi più che mai queste parole del magistrato assassinato il 23 maggio 1992 con la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta nella strage di Capaci per opera di Cosa Nostra dovrebbero farci riflettere. Chi è stato Falcone? Un magistrato e molto di più, soprattutto un uomo giusto, una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia, anche a livello internazionale e questo va ricordato e insegnato ai nostri figli sempre. Lo dobbiamo a Falcone, a coloro che lo hanno sostenuto nella sua lotta, all’Italia. Giovanni Salvatore Augusto Falcone nacque a Palermo il 18 maggio 1939 in una famiglia benestante. Il padre Arturo fu il direttore del laboratorio chimico di igiene e profilassi del comune della capitale siciliana e la madre Luisa Bentivegna fu figlia di un noto ginecologo della stessa città.  Falcone fu il terzo figlio maschio di tre figli assieme ad Anna e Maria. Giovanni frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo, le medie alla scuola “Giovanni Verga” e le superiori al liceo classico “Umberto I”. Fu uno studente modello con la media dell’otto a scuola e impegnato nell’Azione Cattolica. Dopo la licenza liceale si trasferì a Livorno per frequentare l’Accademia navale per laurearsi in Ingegneria, ma dopo pochi mesi si ritrasferì nella città natale per iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. Nel 1961 si laureò con 110 e lode con una tesi sull’istruzione probatoria in diritto amministrativo, discussa con il professore Pietro Virga, noto costituzionalista. Nel 1964 vinse il concorso per entrare nella magistratura italiana e nello stesso anno sposò Rita Bonnici, maestra elementare di cinque anni più giovane. A soli 26 anni divenne pretore a Lentini e a partire dal 1966 fu per dodici anni sostituto procuratore e giudice presso il tribunale di Trapani. Dopo l’omicidio del giudice e politico del PCI Cesare Terranova, nel 1979 accettò di passare all’Ufficio istruzione della sezione penale di Palermo. La moglie nel frattempo lo aveva lasciato per ritornarsene a Trapani. Nel 1980 Giovanni Falcone, grazie a  Rocco Chinnici, noto magistrato assassinato dalla mafia,   iniziò ad indagare su Rosario Spatola, un costruttore edile palermitano, incensurato e molto rispettato perché la sua impresa aveva dato lavoro a centinaia di operai, benché dovesse la sua fortuna al riciclaggio di denaro frutto del traffico di eroina dei clan italo-americani. Falcone comprese che per indagare con successo le associazioni mafiose dovesse basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, ricostruendo il percorso del denaro che accompagnava i traffici per avere un quadro complessivo del fenomeno. Scoprì che gli stupefacenti furono venduti negli Stati Uniti e così chiese a tutti i direttori delle Banche di Palermo e provincia di mandargli le distinte di cambio valuta estera dal 1975 in poi. Alcuni di questi, evidentemente sorpresi, telefonarono al magistrato per capire che intenzione avesse e lui naturalmente rimase fermo sulle sue richieste, come s’addice per un magistrato ferreo. Fu proprio grazie a un attento controllo di tutti gli incartamenti richiesti, che riuscì ad avere un quadro chiaro circa una gigantesca organizzazione criminale. Finalmente furono evidenti i confini di Cosa Nostra. E così Falcone risalì al rapporto fra gli amici di Spatola e la famiglia Gambino, rivelando i collegamenti fra la mafia americana e siciliana. Purtroppo il 6 agosto di quell’anno fu ucciso il procuratore capo di Palermo Gaetano Costa, motivo per cui subito dopo fu assegnata la scorta a Giovanni Falcone. Il coraggioso magistrato siciliano però non si fece intimidire e grazie ad un assegno dell’importo di centomila dollari presso la Cassa di Risparmio di piazza Borsa di Palermo, trovò la prova che il noto membro della loggia P2 Michele Sindona, tra l’altro coinvolto nell’affare Calvi e mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, condannato all’ergastolo e morto avvelenato in prigione, si trovava in Sicilia smascherando quindi il finto sequestro organizzato a suo favore dalla mafia siculo-americana alla vigilia del suo giudizio. Successivamente, nel 1980 Falcone si recò per la prima volta a New York per discutere di mafia e stringere una collaborazione con l’investigatore del distretto est della metropoli Victor Rocco. Proprio a New York instaurò un importante rapporto di fiducia con Rudolph Giuliani (sindaco di New York dal 1994 al 2001) e i suoi collaboratori, nonché gli agenti della Dea  (Drug Enforcement Administration, vale a dire un’agenzia federale antidroga statunitense) e della Fbi. La collaborazione fu fruttuosa, cosicché riuscirono a sgominare il traffico di eroina nelle pizzerie. Falcone fu subito stimato anche dalla stampa americana, che seguì con interesse la collaborazione internazionale. Non furono certo anni facili per la Sicilia, considerando le tante vittime di mafia, tra cui valorosi servitori dello Stato come il principale artefice della legge Rognoni-La Torre, che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Finalmente il 6 giugno 1983 Rosario Spatola fu condannato, insieme ad altri settantacinque esponenti della cosca Spatola-Gambino-Inzerillo, a dieci anni di reclusione, benché fu arrestato solamente nel 1999 a New York dalla Fbi. Finalmente il “metodo Falcone” fu riconosciuto come efficiente. Da un’idea di Rocco Chinnici, nacque il così detto pool antimafia, al quale inizialmente collaborarono Falcone, Borsellino e Giuseppe Di Lello. Successivamente, dopo l’uccisione di Chinnici il 29 luglio 1983, vi subentrò Antonino Caponnetto, oltre a Leonardo Guarnotta. Tutti affiatati ed amici con un sogno come, restituire la città ai palermitani e la Sicilia ai siciliani onesti. Difatti il pool dovette occuparsi dei processi di mafia a tempo pieno. Il nuovo sistema investigativo si rivelò subito efficace, benché solo l’arresto di Tommaso Buscetta fu una vera svolta epocale alla lotta a Cosa Nostra. Il fatto che questi dopo una drammatica sequenza di eventi decise di collaborare con la giustizia italiana si rivelò determinante. Nel 1984 cominciò a Roma il suo interrogatorio in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e del prefetto, ex capo della Polizia Gianni De Gennaro (poi divenuto Presidente di Finmeccanica) del nucleo operativo della Criminalpool, in cui Buscetta rivelò fatti determinanti circa la struttura e l’organizzazione definita Cosa Nostra. La mafia reagì brutalmente facendo terra bruciata attorno ai magistrati italiani. Dopo l’omicidio del commissario della squadra mobile di Palermo Giuseppe Montana e  il poliziotto Ninni Cassarà nell’estate 1985, entrambi stretti collaboratori di Falcone e di Paolo Borsellino, i due magistrati furono indotti per motivi di sicurezza a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara. Il 10 febbraio 1986 iniziò il primo grande processo contro la mafia in Italia, passato alla storia come maxiprocesso di Palermo, che terminò il 16 dicembre 1987.  Furono inflisse 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare. Nel 1986 Borsellino nominato Procuratore della Repubblica di Marsala lasciò il pool, ed entrarono a farvi parte altri tre giudici istruttori, Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte. Antonino Caponnetto, raggiunti i limiti di età e non più fisicamente stabile, si apprestò a lasciare l’incarico di coordinatore del pool. Alla sua sostituzione vennero candidati Falcone e Antonino Meli. Dopo una discussa votazione nel settembre 1987 il CSM nominò Meli, benché a favore di Falcone avesse votato anche il futuro Procuratore della Repubblica di Palermo, Gian Carlo Caselli, fortemente in dissenso con la corrente di Magistratura Democratica cui apparteneva. A prescindere dalla maggiore competenza maturata da Falcone, fu scelto Meli in base alla mera anzianità di servizio. Il nuovo capo del pool, insediatosi nel 1988, cambiò notevolmente il modo di operare, mentre la mafia assassinò l’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, che aveva denunciato le pressioni subite dal politico della DC Vito Ciancimino durante il suo mandato. Successivamente, i due membri del pool Di Lello e Conte si dimisero polemicamente e perfino Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. Meli, oramai in aperto contrasto con Falcone, sciolse ufficialmente il pool. Falcone, convinto del proprio lavoro, anche se Domenico Sica gli fu preferito alla guida dell’Alto Commissariato per la lotta alla Mafia, proseguì ancora una volta il suo straordinario lavoro, realizzando un’importante operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York. Già prima di Capaci, la mafia tentò di uccidere Falcone, tanto è vero che il 21 giugno del 1989 divenne obiettivo di un attentato presso la villa al mare per le vacanze. Falcone dichiarò al riguardo che a volere la sua morte si trattasse probabilmente di qualcuno che intendeva bloccarne l’inchiesta sul riciclaggio in corso, parlando inoltre di “menti raffinatissime”, e teorizzando la collusione tra soggetti occulti e criminalità organizzata. Espressioni in cui molti lessero i servizi segreti deviati. A tal proposito, il magistrato manifestò in privato i suoi sospetti su Bruno Contrada, funzionario del SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) che aveva costruito la sua carriera al fianco dell’ufficiale e investigatore della Polizia, nonché capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano, assassinato dalla mafia. Contrada fu arrestato e condannato in primo grado a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza poi confermata in Cassazione. Tuttavia al Palazzo di Giustizia di Palermo prese corpo anche la nota vicenda del “corvo”, una serie di lettere anonime che diffamavano il giudice Giuseppe Ayala, Giammanco Prinzivalli e altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, nonché importanti investigatori come Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli. In queste Falcone venne millantato di avere “pilotato” il ritorno di un pentito, Totuccio Contorno, per sterminare i Corleonesi, storici nemici della sua famiglia. Una questione che creò diverso scalpore, ma alcuna chiarezza, tanto che il giudice Alberto Di Pisa, condannato per diffamazione in primo grado, fu poi assolto in Appello per non aver commesso il fatto. Intanto il C.S.M. decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica. Nell’agosto del 1989 anche il mafioso Giuseppe Pellegriti cominciò a collaborare coi magistrati, fornendo preziose informazioni sull’omicidio del Giornalista Giuseppe Fava, rivelando al pubblico ministero Libero Mancuso di conoscere grazie al boss Nitto Santapaola fatti inediti sul ruolo del politico siciliano della DC Salvo Lima negli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Nel 1990, Falcone coordinò un’altra importante inchiesta che portò all’arresto di trafficanti di droga colombiani e siciliani. Negli anni dal 1988 al 1991 Falcone spese ogni sua energia nel lavoro investigativo sui cosiddetti “delitti politici” siciliani (gli omicidi del segretario provinciale di Palermo della DC Michele Reina, del politico Piersanti Mattarella, del politico e sindacalista Pio La torre e del suo autista Rosario Di Salvo), sottoscrivendo infine la requisitoria con la quale il 9 marzo 1991 la Procura di Palermo chiese per quei delitti il rinvio a giudizio dei vertici di Cosa Nostra insieme a quello di esponenti del gruppo eversivo Nuclei Armati Rivoluzionari, d’ispirazione neofascista, Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, questi ultimi indicati quali esecutori materiali dell’omicidio Mattarella. Dopo l’uccisione di Falcone furono assolti nel processo svoltosi, nella parte che li riguardava. In quegli anni Falcone assieme al capitano dei Carabinieri Angelo Jannone, allora in servizio a Corleone, condusse delle indagini finalizzate alla ricerca del boss mafioso latitante Totò Rina, autorizzando la collocazione di microspie presso le abitazioni di alcuni familiari e presso lo studio del commercialista Giuseppe Mandalari a Palermo. In seguito Falcone optò per accettare la proposta dell’allora vicepresidente del Consiglio e ministro di Grazia e giustizia ad interim Claudio Martelli, a dirigere la sezione Affari Penali del ministero. La sua vicinanza al socialista Martelli gli costò violenti attacchi da diversi politici. In particolare, l’appoggio di Martelli fece destare sospetti da parte del PCI e di altri settori del mondo politico, tra cui Leoluca Orlando, nonché qualche esponente della DC. Ai funerali del magistrato Antonino Scopelliti, ucciso dalla mafia, Falcone confidò ad un collega di sentirsi in pericolo. Un giorno prima di morire, Falcone ottenne finalmente i numeri per essere eletto Superprocuratore. In un’intervista rilasciata alla giornalista francese Marcelle Padovani per Cose di Cosa Nostra, Falcone attestò la sua stessa profezia: “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” Alcuni giorni prima dell’attentato dichiarò: “Mi hanno delegittimato, stavolta i boss mi ammazzano.” Giovanni Falcone fu assassinato in quella che comunemente è detta strage di Capaci, il 23 maggio 1992, mentre tornò da Roma per il fine settimana. Il jet di servizio partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arrivò all’aeroporto di Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Il boss Raffaele Gianci seguì tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidò le tre Fiat Croma blindate dalla caserma “Lungaro” fino a Punta Raisi, dove dovettero prelevare Falcone. Gianci telefonò a Giovan Battista Ferrante (mafioso di San Lorenzo, già appostato all’aeroporto) per segnalare l’uscita dalla caserma di Montinaro e degli altri agenti di scorta. Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistemò alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prese posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupò il sedile posteriore. Nelle altre autovetture ci furono Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma bianca guidata da Falcone seguì la Croma marrone, e dietro quella di Falcone la Croma azzurra, imboccarono l’autostrada A29 in direzione Palermo. In quei momenti, il mafioso di Altofonte, Gioachino La Barbera, seguì con la sua auto il corteo blindato dall’aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Giovanni Brusca e Antonio Gioè, il capo della famiglia Altofonte, che si trovarono in osservazione sulle colline sopra Capaci. Tre, quattro secondi dopo la fine della telefonata, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 500 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada. Venti minuti dopo l’attentato, Giovanni Falcone venne trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri all’ospedale civico di Palermo così come gli agenti e civili coinvolti. Mentre la polizia scientifica eseguì i primi rilievi ed il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco provvide all’estrazione dalle lamiere dei cadaveri degli agenti della Polizia di Stato di Schifani, Montinaro e Dicillo, Giovanni Falcone un’ora e sette minuti dopo l’attentato dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione morì a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne, così come morì la moglie Francesca Morvillo poche ore dopo. La salma del magistrato italiano venne tumulata in una tomba monumentale nel cimitero di Sant’Orsola a Palermo. Due giorni dopo, il 25 maggio mentre a Roma fu eletto presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo, nella Chiesa di San Domenico, si svolsero i funerali delle vittime ai quali partecipò l’intera città, assieme a colleghi, familiari e personalità come il magistrato e politico Giuseppe Ayala e Tano Grasso. I più alti rappresentanti del mondo politico, come il leader del Partito Repubblicano Italiano Giovanni Spadolini, il socialista Claudio Martelli e i democristiani Vincenzo Scotti e Giovanni Galloni, vennero duramente contestati dalla cittadinanza. Le parole e il pianto straziante della giovanissima Rosaria, vedova dell’agente Schifani suscitarono una particolare emozione nell’opinione pubblica: “io vi perdono, ma voi vi dovete mettere in ginocchio”. Indimenticabili queste parole, memorabile Giovanni Falcone, e che il suo impegno non sia stato invano. Grazie dott. Falcone!

 

Giornalista pubblicista, scrittore.
2 Comments
  1. daniela mautone

    Bellissimo articolo per ricordare a tutti che gli ideali ed i valori esistono ancora....

  2. pinuccia

    Nulla da aggungere al documentatissimo articolo di Claudio Calabrese. La lotta alla mafia dovrebbe continuare con la genialità intellettuale e l'impegno morale di Falcone. Ma i segnali non sembrano in tal senso mentre negli ultimi decenni la corruzione è dilagata in Italia.

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