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Tu quoque mercatino? Storia di una non tradizione bolzanina

8 Dicembre 2014

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Tu quoque mercatino? Storia di una non tradizione bolzanina

Anno 1987, dicembre a Bolzano. Camminavo tra vetrine luccicanti e negozi chiusi. Freddo e voglia di bersi una cioccolata, a sette anni i vestiti ti annoiano. All’improvviso lascio la mano di mia madre, corro verso la vetrina dei giocattoli, con tanto di trenino da azionare tramite congegno sul vetro. Gaudio totale. Non c’è tempo per gioire, l’aria fredda di vicolo della Pesa mi catapulta in un attimo nella tetra piazza Wather, vuota, malinconica, sveglia solo dal vociare dei ragazzi seduti al Mac Donald. Mia madre aumenta il passo nell’unico punto interessante, il Mac Donald appunto e mio padre puntualmente attacca a parlarmi di Walther: “La statua tempo fa non era lì, passava il tram, bla bla bla…”, parole che si perdevano nel fischio del vento. Cioccolata? A casa, dato che come al solito a Bolzano i bar alla domenica pomeriggio sono chiusi. Nel mio cuore la felicità del natale imminente e soprattutto la certezza che da dopo Natale la domenica sarebbe stata dedicata allo sci, insieme a qualche sabato e vacanze varie. Era questa la domenica anni ‘ 80 a Bolzano più o meno. L’ Hockey invece si occupava di salvare i sabato sera dei ragazzi bolzanini. Nel 1990 cambiò tutto. L’assessore Atz creò dal nulla il mercatino di Natale, siamo o no in fin dei conti una città a trazione teutonica? Da quell’anno le domeniche dei bolzanini cambiarono, arrivarono montagne di turisti, che iniziarono a scoprire la nostra città. Una tradizione germanica (il mercatino di Norimberga tra i più conosciuti) proiettò la fino ad allora anonima Bolzano nell’immaginario italiano. I nostri connazionali, notoriamente esterofili, apprezzarono questo travaso di tradizione altrui, Monaco di Baviera è lontana, Norimberga ancora di più, molto meglio un mercatino a portata di mano e lingua come quello bolzanino. Trento ovviamente copiò subito (la questione scatenò polemiche feroci), nel 1992 lanciò il proprio mercatino, seguirono Vipiteno, Brunico, Bressanone e Merano. (Conosciuta fino ad allora più che altro per le caserme). Il marketing riuscì a smuovere interesse verso la nostra città, dove gli abitanti per paradosso sanno a maggioranza nuotare ma non sciare.  Oggi grazie al mercatino Bolzano non è più collocata da molti italiani oltre i patri confini, già qualcosa. Nel 1991 inoltre venne rinvenuta la mummia Ötzi che unita alla baldoria natalizia di piazza Walther aiutò non poco i flussi turisti. Tutti felici quindi? Non proprio, i primi scontenti sono proprio i bolzanini. Girovagando e chiedendo pareri ai concittadini si scopre come questa “tradizione” sia al limite della sopportazione, specialmente le zone periferiche che si sentono tagliate fuori dal business. Inoltre Bolzano non ha acquistato un ruolo da “capitale delle Alpi” quale invece aspira da sempre. Molti, troppi, innumerevoli turisti sono ignari di trovarsi a soli venti minuti d’auto dalle piste da sci e da altri posti meravigliosi, informazioni che invece ad Aosta sono immediate. Il veicolo pubblicitario del Mercatino è sviluppato a metà e soprattutto non molto sentito dalla cittadinanza. Come evitare il tutto si trasformi in una clamorosa occasione mancata? Semplicemente coinvolgendo più trasversalmente i cittadini di tutti i quartieri, essendo una tradizione creata a tavolino si potrebbero cambiare alcuni aspetti se inquinarne l’originalità, non siamo infatti dinanzi al Palio di Siena. Ogni quartiere potrebbe essere rappresentato da propri commercianti e soprattutto si potrebbe contestualizzare meglio il prodotto locale. Si potrebbero creare stand ad hoc sulla storia della nostra città, la sua evoluzione culturale plurilingue. Bolzano nasce come città mercantile e oggi questo “mercato natalizio” rappresenta lo specchio appunto di una evoluzione plurilinguistica e pluriennale, a patto lo faccia con tutta la cittadinanza. La cultura potrebbe passeggiare a braccetto con il marketing, volendo si può, creando itinerari che coprano tutta la città, stand di cultura locale, laboratori d’artigianato (sempre locale) e tanto altro.  Una non tradizione altoatesina potrebbe essere il veicolo per un risultato trasversale, plurilinguistica e pluriculturale.

Giornalista pubblicista, originario di Bolzano si occupa di economia, esteri, politica locale e nazionale
2 Comments
  1. nadia alimonti

    Sono nata a Merano nel lontano 1962 e le mie vacanze le facevo rigorosamente con i turisti tedeschi che venivano in città a fare le cure termali quando le Terme per me significavano l'alternativa al lido comunale per poter nuotare nella ex meravigliosa piscina olimpica esterna e gli unici italiani con cui comunicare erano gli alpini bresciani e bergamaschi ... Ricordo che mi meravigliavo quando vedevo qualche targa italiana perciò chi meglio di me può capire ... Ora che Merano é diventata popolare non ci vado più così frequentemente purtroppo ma in effetti non la riconosco con i pub e i negozi aperti la domenica!! Però la amo e sono contenta che gli italiani abbiano imparato a conoscerla, perché il Sudtirolo é mitico ....

  2. Caterina Pifano

    Tra le proposte quella di creare mercatini tematici nei vari quartieri uniti da un percorso ideale che porti il turista in giro per tutta la città . Senza una riqualificazione ed una forte caratterizzazione alcuni quartieri ( Novacella e Don Bosco ad esempio) non hanno alcuna possibilità di essere attrattivi quindi di partecipare alla festa di Natale che la città apparecchia per i turisti . Il progetto però è complesso e poco interessante per una politica che ha un orizzonte di quattro anni. Fatto sta che se non si interviene con un piano di rilancio dei quartieri periferici avremo sempre di più una Città a due velocità , una Bolzano di serie a ed una di serie b.

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