Corridoi umanitari per salvare gli immigrati, sì o no?

Alla vigilia della Giornata internazionale del Mar Mediterraneo, che si celebra oggi, 8 luglio, in ricordo delle stragi, ieri e nei giorni passati le ultime tragiche morti di immigrati nel mare hanno riacceso un dibattito che sembra non trovare fine. Da un lato i migranti manifestano con cartelloni che recitano “Scusate se non siamo affogati!”, dall’altro il segretario della Lega Nord Salvini torna all’attacco dell’operazione Mare Nostrum, avviata alcuni mesi fa per far fronte all’emergenza dei barconi, dietro i quali si nascondono traffici di esseri umani gestiti dalla malavita.

Dalle torture in Libia e nei paesi nordafricani alle stragi in mare, il dramma dei profughi, dei richiedenti asilo, dei clandestini continua a dominare la scena nel bacino del Mediterraneo, e ci costringe ad assistere giornalmente a stragi inaccettabili di vite umane. Stragi che spesse vengono strumentalizzate in modo becero dal dibattito/scontro politico, con accuse incrociate di menefreghismo, o di atteggiamento razzista, o di eccessivo permissivismo, che di fatto, ormai da anni, non portano nessuna soluzione concreta.

E’ evidente che esiste un traffico malavitoso che mangia sulle vite dei disperati, e altrettanto evidente che il nostro paese paga per la sua posizione geografica un prezzo molto alto. La legge Bossi-Fini è parte del problema dell’immigrazione. Lascia un’ambiguità pericolosa nella possibilità di intervenire a salvare gli immigrati. Sappiamo che la legge del mare obbliga sempre una barca a salvare chi è in pericolo; ma nel caso di immigrati, si rischia un accusa di favoreggiamento per reato di clandestinità. D’altra parte è difficile, se non impossibile, entrare da regolare in Italia. Se poi un migrante perde il lavoro, cosa deve fare? Certamente una modifica di questa legge porterebbe a gestire in maniera più efficace le migrazioni in Italia.

Inoltre, la situazione drammatica di questi ultimi mesi ha portato a galla grandi carenze nei centri di accoglienza, come Lampedusa. Essendo, per ragioni geografiche, interessata dagli arrivi sui barconi e dunque dal dramma delle tragedie del mare, l’Italia deve sicuramente pretendere una presenza maggiore in termini di mezzi e risorse politiche da parte dell’Europa.

Dal canto suo, l’Europa deve portare risultati concreti in termini di sicurezza, politiche migratorie efficaci,  crescita economica e lotta alla disoccupazione, prendendo atto che c’è la possibilità di equilibrare la situazione con politiche sociali fatte su misura per i singoli paesi. L’Unione Europea si deve fare carico della gestione di tutte queste frontiere esterne: un passo culturale, prima che politico.

Per ora, in questo clima di incertezza, resta solo un amaro senso di impotenza di fronte alle continue stragi del mare, che spesso cede il posto al populismo non propositivo, che di sicuro non contribuisce a trovare soluzioni, ma semmai inasprisce gli animi.

 

Silvia Allegri

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