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Conflitti ed aggressività

25 Luglio 2014

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Conflitti ed aggressività

Un conflitto estenuante che dura da più di 60 anni ed i fatti di sangue di questi giorni non lasciano prevedere nulla di buono, perché a tutti appare chiaro che i governi e le popolazioni sono incapaci di  superare i limiti di nazionalismi fortemente condizionati da fanatismi religiosi. Gli israeliani sono una potenza militare ottusa che si accanisce su un popolo in parte inerme. Ma in Palestina ci sono frange estremiste e violente che non si placano mai e colpiscono con le modalità del terrorismo nascondendosi tra i civili. Entrambi i popoli si credono vittime, testimoni ed eredi di un diritto conferito loro dalla storia. Ritengono addirittura di essere detentori di una superiorità morale e di operare legittimamente in difesa della propria sopravvivenza.

Paradossalmente i discendenti di coloro che patirono l’olocausto negano ad un altro popolo il diritto di avere una patria e perfino di esistere giustificando la violenza e la oppressione perpetuate come una estrema necessità di difesa e preservazione. Sono evoluti negli armamenti quanto arretrati nelle politiche di convivenza, cosi come lo sono i palestinesi, schiavi di un credo religioso e prigionieri inconsapevoli di una arretratezza culturale che li pone fuori dal mondo civile. Le forze governative di entrambi sono incapaci di pensare in modo aperto e propositivo mentre solo la determinazione a resistere a qualunque costo continua a montare.

Il bilancio attuale è che tutti questi anni di guerra e sofferenze non sono serviti proprio a nulla e le prospettive non sono affatto migliori. Ma possibile che nessuno sia preso da un moto di pensiero differente, anche solo sul piano della logica, e non comprenda che a nulla porterà il perseverare di quanto stanno compiendo ? Quale può mai essere la meta ? La soluzione finale con il genocidio ? Ma alla convivenza ci si arriverà mai ? E’ certo del tutto utopico pensare che due popoli cosi diversi e che si sono combattuti per tanto tempo possano arrivare ad amarsi, forse nemmeno a rispettarsi. Ma sorvolando su questo si dovrebbe arrivare almeno a comprendere che nella guerra non c’è alcuna soluzione per alcuno. Entrambe le fedi hanno fallito sul piano etico mostrando il loro vero volto che non è affatto di comprensione dell’altro né per il pacifismo.

Non c’è ora ne ci sarà mai alcuna altra soluzione che non sia il ritiro delle truppe, la rinuncia alla risoluzione della questione con gli armamenti, il riconoscimento reciproco e poi il varo di sistemi di governo che garantiscono ampie autonomie. Ma quale Dio, quello ebraico o quello arabo, ha condannato i due popoli a questa assurda ottusità della carneficina e la comunità internazionale ad assistervi impotente ? All’uomo saggio non dovrebbe bastare questa considerazione per rinnegare queste fedi ?

E’ necessaria una analisi della aggressività per capirne meglio la natura e possibilmente contenerla. Ma non è affatto nuova la questione. Un antico mito greco della età del ferro dice ‘Le generazioni peggiorano sempre più. Verrà un tempo in cui saranno talmente maligne da adorare il potere che per loro equivarrà al diritto, per loro sparirà il rispetto per la buona volontà ed infine, quando l’uomo non sarà più capace di indignarsi per le ingiustizie o di vergognarsi in presenza della meschinità, Zeus lo distruggerà. Eppure, persino allora, ci sarebbe una speranza, se soltanto la gente comune insorgesse e rovesciasse i tiranni che la opprimono’.

La aggressività è uno degli istinti basilari dell’uomo e degli animali, l’anticamera della violenza. Ci colpisce tutti e non ha nulla di positivo, sia nei rapporti personali che nel sociale. Ma come difendersi ? Non è eliminabile ma si può forse educare a controllare la propria aggressività e ricondurre quella carica di energia distruttiva in un ambito propositivo ? E’ una bella domanda, guardiamo la cronaca. Ieri l’altro è stato per la partita, vinta o persa poco importa, poi per la noia, per un torto, per ritorsione, per gelosia, per vendetta, per desiderio di dominio. E’ uno dei grandi mali che dovremmo saper controllare ma davanti al quale ci troviamo sgomenti ed impreparati.

Si può partire da una sintesi di ciò che ha detto uno dei pensatori più illuminati della nostra era, Erich Fromm, che su questo tema ha scritto un trattato dal titolo “Anatomia della distruttività umana”. E’ uno studioso che ho apprezzato perché va nel profondo degli argomenti mantenendo sempre una semplicità espositiva. Si rende conto dei propri limiti che denuncia anziché nascondere; approccia i problemi in maniera multidisciplinare e non convenzionale in un modo di procedere che è lineare ed efficace.

La chiave di lettura si basa sulla teoria psicoanalitica che considera il tema molto rilevante perché una ondata di distruttività sta sommergendo il mondo. Elabora diversi studi sulle devianze e traccia il quadro di personalità complesse come quelle di Hitler, Himmler e Stalin. Comincia dal significato del termine e comprende subito che si è fatto un uso equivoco del termine ‘aggressione’ che ha generato confusione. E’  stato  applicato in modo indiscriminato all’uomo che difende la propria vita in caso di attacco, del bandito che ammazza per  procurarsi  denaro,   del  sadico  che  tortura  una vittima, della spinta a  continuare di uno scalatore.

Ma se atti che hanno lo scopo di distruggere, di proteggere, di costruire, vengono denotati con la stessa identica parola si introduce confusione e non c’è speranza di comprenderne la causa: si tratta di  fenomeni  molto  diversi. Per Lorenz il concetto  di  aggressione  è quello dell’impulso biologicamente  adattativo  che  serve  alla sopravvivenza  dell’individuo  e  della  specie.  Ma  poiché  ha applicato il termine di ‘aggressione’ anche alla crudeltà e alla sete di  sangue, la  conclusione  è  che  queste passioni irrazionali sono anch’esse innate e, poiché si crede che le guerre siano originate dal piacere di uccidere, ne deriva necessariamente che esse sarebbero provocate da  una  tendenza  distruttiva  innata  nella natura umana.

Ma la civiltà è proprio il porre limiti alle primitive pulsioni. Fromm distingue una ‘aggressività difensiva’, di natura benigna ed una ‘distruttività’ e ‘crudeltà’ maligne, come la  spinta, solo umana, a distruggere ed a ricercare il controllo assoluto. Nella idea comune si spiega la aggressività come una componente istintuale degli animali, che quindi appartiene anche all’uomo, che forse la sa esercitare in modi più complessi. Ma stanno davvero cosi le cose ? Osservando gli animali sembra proprio di no. ‘Da un lato, l’uomo è affine a diverse specie animali, poiché combatte i  propri simili.  Ma dall’altro, egli, fra le migliaia di specie in lotta, è l’unico che combatta per distruggere. La specie  umana  è  l’unica che  pratichi  l’omicidio  di  massa’.

Ma allora non c’è soluzione ? Bisogna forse riesaminare le premesse  fondamentali  delle nostre ideologie attuali, le irrazionalità del  nostro sistema sociale, violare tabù ora nascosti dietro parole apparentemente ritenute edificanti come ‘difesa’, ‘onore’, ’patria’, ’valori’. Quindi è solo attraverso una profonda analisi critica del nostro sistema che si possono mettere a nudo le ragioni della distruttività e individuare un mezzo per ridurla.

E’ inquietante, l’uomo si differenzia dagli animali perché è assassino, l’unico primate che uccida e torturi i membri della propria specie senza motivo, né biologico né economico, traendone pure soddisfazione. L’aggressività è istinto passionale ma è anche la base dell’interesse che l’uomo ha per la vita, il suo  entusiasmo, la sua eccitazione, la materia di cui sono fatti i suoi sogni, l’arte, la religione, il mito, il dramma: tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. L’uomo non può vivere come una cosa, soffre intensamente quando viene  ridotto  al  livello  di  macchina  per  mangiare o moltiplicarsi, anche se ha tutta la sicurezza che desidera ma che non basta  E’ sempre alla ricerca del drammatico e dell’eccitante: se non riesce ad ottenere una soddisfazione di livello superiore, crea per se stesso il  dramma  della distruzione.

Le teorie sulla aggressività sono molte, lunghe e complesse, ma in ultimo allora mi chiedo: c’è qualche considerazione finale che possa essere utile nel concreto ? Utile per noi, per le nostre organizzazioni sociali, per educare i nostri figli ? L’analisi oggettiva della possibilità di scaricare l’aggressività contro un oggetto sostitutivo ci dice che allora occorrebbe bandire le attività che esaltano comportamenti aggressivi. Ad esempio: non c’è nessuna prova che gli sport (quando praticati) in sé stessi provochino aggressività, forse al contrario, possono contenerla fungendo da valvola di sfogo. Ma quando invece diventa rito cui assistere passivamente e ne viene incoraggiato ed esaltato il carattere agonistico, specie negli sport di gruppo, quando facilmente vengono caricati di altri significati (politico, etnico, ecc.), quando la gente cresce in  un  clima  di continua competizione essi diventano fattori scatenanti. Se poi la mercificazione si appropria di queste logiche il risultato è disastroso. Non si tratta più allora di affermazione di un sano orgoglio atletico ma di fanatismo che cresce nella identificazione in una parte: una metafora della auto-affermazione per delega ad altri che ci rappresentino. E’ solo un esempio e ve ne sono molti altri come le politiche di chiusura che tendono ad individuare nemici anche dove non ci sono, che creano allarme sociale su ipotetici pericoli e poi affermano la necessità di difendere dei valori ponendosi sempre ‘contro’ qualcuno o qualcosa.

E’ difficile affrontare il tema dei conflitti quando la situazione è degenerata e sono mancate consapevoli azioni di contrasto. Ignoranza, fanatismo e nazionalismi sono il brodo di coltura della aggressività mentre al contrario se si sostengono le attività culturali, si incoraggiano le conoscenze personali e l’amicizia fra individui di ideologie e nazioni diverse si opera in modo opposto. In questo senso appare fondamentale la opportunità offerta oggi dalla presenza multirazziale nelle nostre città che coincide con una ospitalità proficua per tutti. E forse una lungimirante e tranquilla convivenza potrebbe fungere da esempio anche per altri.

E le giovani generazioni? Un provvedimento che riguarda l’educazione dei nostri figli è l’indirizzamento costruttivo e responsabile della energia e dell’entusiasmo giovanili da attuare sostenendoli perché individuino e si impegnino per cause che siano degne di essere servite. Speriamo bene.

Alessio Oss Emer

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