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Università, a Verona e Trento vince la qualità

23 Giugno 2014

Università, a Verona e Trento vince la qualità

Verona e Trento al primo posto, il Politecnico di Milano al secondo, l’Alma Mater di Bologna al terzo. Subito dopo Padova, la Politecnica delle Marche e la veneziana Ca’ Foscari, spinte tutte e tre dai dati della ricerca; tra le milanesi la Bicocca ottiene qualche punto in più della Statale; la Sapienza, prima fra le grandi romane, si colloca solo a metà classifica. Più “tradizionale” la situazione fra gli atenei non statali, dove il San Raffaele continua a tagliare il traguardo per primo (aiutato anche dall’incidenza di medicina nella sua offerta formativa), seguito da Luiss e Bocconi appaiate al secondo posto.

Questi sono i risultati disegnati dal nuovo pacchetto di indicatori, che rispetto alle edizioni precedenti delle «classifiche di qualità» offrono un quadro più ricco e articolato.
La nuova impostazione, che misura il risultato finale per metà sugli indicatori della didattica (i primi nove) e per metà su quelli della ricerca, permette anche di valutare più a fondo le caratteristiche di ogni ateneo. In realtà, le sedi più “forti” occupano i primi posti in entrambe le graduatorie, ma il confronto fra le classifiche permette di individuare da un lato gli atenei eccellenti su terreni come la struttura docente e la puntualità degli iscritti rispetto al piano di studi (in particolare i Politecnici, guidati da Milano) e dall’altro le performance più brillanti sui progetti di ricerca o sulla qualità dell’alta formazione (Verona tra le statali, la Luiss fra le non statali). In tutti gli indicatori, emergono altrettanto chiare le difficoltà che si vivono al Sud, dove l’emigrazione studentesca priva spesso le università degli studenti più motivati. La carenza di strutture si spiega anche con un livello di tasse universitarie molto più basso della media e anche la ricerca fatica a farsi davvero strada.
Con la sola eccezione di Salerno, al 22esimo posto, gli atenei meridionali si affollano nella seconda parte della classifica generale: Foggia e l’Orientale di Napoli si incontrano al 34esimo posto, le principali università napoletane sono in fondo (la Federico II è alla casella 56, la Seconda università alla 58), e non si incontra nessuna università del Centro-Nord negli ultimi 16 posti.

Le indicazioni più interessanti arrivano dai singoli indicatori, che provano a offrire un esame il più possibile completo su pregi e difetti di ogni ateneo. Sul versante della didattica, debuttano nuovi dati che provano a fare luce sui temi più attuali per la formazione universitaria. Risponde a questa esigenza, per esempio, la misurazione del peso degli stage in azienda e quello delle esperienze internazionali sulla “carriera” degli studenti, indicatori che indagano la capacità dell’ateneo di aprire all’esterno l’esperienza di studio dei propri iscritti e offrire loro strumenti in più da spendere sul mercato del lavoro. Uno sviluppo successivo di questo filone, che debutterà nelle prossime edizioni delle «classifiche di qualità», farà luce sulla «terza missione», cioè il compito delle università che si aggiunge a didattica e ricerca e chiede di portare il patrimonio di conoscenze fuori dall’università per influire direttamente sulla società che le sta intorno.

Un altro parametro al debutto è quello sul diritto allo studio, con cui si misura la quota di studenti che oltre a essere definiti «idonei» per la borsa di studio ottengono davvero l’aiuto. La responsabilità della mancata copertura totale, e quindi della presenza di studenti a cui viene negato un diritto certificato, è in genere delle Regioni, ma il dato è di sicuro interesse per le famiglie. Molto importante, poi, il giudizio dei laureandi sul corso che stanno completando. Secondo la riforma, anche i parametri ministeriali sui “premi” agli atenei avrebbero dovuto considerare questo dato, ma nei fatti è sempre stato trascurato: dopo qualche anno di “deroghe”, il parametro ha finito addirittura per scomparire in silenzio dai decreti con l’assegnazione dei fondi.

Il deficit di attenzione per i dati più importanti nell’ottica degli studenti, del resto, sembra il vizio d’origine di tutto il sistema istituzionale intorno all’università, che nel mare di rilevazioni avviate negli anni non è riuscita a mettere in campo un sistema condiviso da tutti per misurare i successi occupazionali degli studenti: c’è AlmaLaurea, certo, ma non abbraccia tutti gli atenei, altri sono censiti dai rapporti del consorzio Stella (ora in Cineca), mentre altri ancora, fra i quali realtà importantissime come il Politecnico di Milano, la Bocconi o la Luiss, misurano “in casa” le fortune dei propri ex studenti nel mercato del lavoro.

Nel campo della ricerca, invece, le indagini dell’Agenzia nazionale di valutazione sfociate nella pubblicazione a luglio 2013 della «Vqr» (Valutazione della Qualità della Ricerca) che ha misurato i risultati di tutti i dipartimenti dell’Accademia italiana, hanno rappresentato un deciso passo in avanti, accolto nelle classifiche con i parametri chiave su qualità dell’alta formazione e dei prodotti di ricerca e sulla capacità degli atenei di attrarre risorse esterne per i propri progetti. Il processo che è partito, però, va urgentemente aggiornato e allargato, perché le pagelle dell’Anvur finora fotografano il lavoro dei docenti strutturati fino al 2010, e lasciano quindi fuori i ricercatori più giovani e i lavori più recenti.

 

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