Politica

Fermo restando l’art. 19 una scuola diversa è possibile

4 Gennaio 2014

Fermo restando l’art. 19 una scuola diversa è possibile

Abbiamo incontrato il senatore Francesco Palermo con il quale abbiamo fatto un’approfondita riflessione sull’articolo 19 dello Statuto di Autonomia che tutela l’insegnamento nella madrelingua nelle scuole pubbliche della Provincia Autonoma di Bolzano.

L’art. 19 dello Statuto di Autonomia è considerato una pietra angolare dell’intero ordinamento scolastico provinciale, grazie al quale il gruppo linguistico tedesco si è sempre sentito e ancora si sente tutelato nella salvaguardia della propria cultura e madrelingua. Secondo Lei un’eventuale modifica dello Statuto porterà ad un sostanziale cambiamento dell’art. 19 e se sì di che tipo? 

No, non ci sarà un cambiamento sostanziale. Il punto però è stabilire insieme perché i cambiamenti all’art. 19 non devono essere sostanziali.
Mi spiego. Finora intorno a questa disposizione si sono palesate le incomprensioni di fondo che caratterizzano la nostra società frammentata. Per gran parte del mondo di lingua tedesca l’art. 19 non è solo una norma di garanzia della scuola della minoranza, ma anche una norma di indirizzo: non stabilirebbe solo il contenuto minimo del sistema scolastico, ma anche il suo contenuto massimo. E dunque non si potrebbe fare non solo nulla di meno di quanto stabilito dall’art. 19 (com’è chiaro), ma nemmeno nulla di più. E questo è assai meno chiaro, anche in base ad una ormai consolidata giurisprudenza amministrativa, che ha stabilito in diverse occasioni che molto si può fare “in aggiunta” a quanto previsto dall’art. 19, ad es. per il riconoscimento della possibilità che la madrelingua degli insegnanti cambi in occasione del censimento, per la liceità dell’immersione e della compresenza, per la possibilità di insegnamento anticipato della seconda lingua rispetto alla seconda classe elementare, ecc. Ciò che la prassi politica ha mostrato nell’ultimo decennio è stata al più una interpretazione flessibile (si tollerano ampi settori di sperimentazione) a condizione di non modificare la norma, mantenendo così un controllo politico sulle innovazioni.
Per contro, l’ormai totalità del mondo di lingua italiana reputa indispensabile un salto di qualità nell’offerta linguistica scolastica. Molto è stato fatto nell’ambito delle sperimentazioni e altro potrà essere fatto (come per il metodo CLIL). Ma da parte italiana non si comprende la rigidità che viene opposta al progresso – anche normativo – dell’integrazione linguistica.
Si scontrano così due opposte visioni di fondo rispetto alla natura del nostro sistema di convivenza, e in ultima analisi rispetto alla volontà o meno di accettare la natura bilingue della società e del territorio. Per alcuni è solo questione di prendere atto della realtà di avvicinamento tra le comunità e di assecondarla, per altri resta prioritaria l’affermazione di questo territorio come territorio etnicamente connotato, per cui le forme di integrazione vanno tendenzialmente scoraggiate. La questione non riguarda tanto la migliore conoscenza delle lingue, su cui sono tutti d’accordo, quanto proprio la natura stessa della società e dunque del tipo di convivenza.
Su queste basi, il dialogo si presenta difficile. Tuttavia l’intero impianto del sistema statutario si basa sul compromesso, che costituisce una sorta di obbligo costituzionale di fronte a legittime esigenze dei diversi gruppi linguistici. In altre parole, entrambe le posizioni devono accettare che la scuola in provincia di Bolzano non potrà mai essere totalmente indipendente dal fattore etnico, ma nemmeno che questo sia l’unico criterio per la scelta di sistema in materia scolastica.  In questo quadro la prima cosa da fare è cercare di capire le ragioni dell’altro, anche se non le si condivide, e poi lavorare sui punti comuni, che pure non mancano. E in questa materia i punti comuni sono essenzialmente le modalità per un migliore e capillare sistema di istruzione linguistica, che possono passare da tanti canali: forme di sperimentazione, nuove tecniche di insegnamento, scambi, extra-scuola, ecc. Con un po’ di volontà si potrà arrivare ad affrontare il problema pratico maggiore, quello della divisione delle intendenze e della difficoltà di scambiare gli insegnanti tra le scuole dei due gruppi. Il punto è vedere quanto di approccio graduale è possibile. Di margine per andare avanti ce n’è ancora parecchio – anche per la natura molto diversa del territorio: le scuole di Bolzano e quelle della Val Martello hanno evidentemente esigenze e problemi diversi –, ma è chiaro che prima o poi la questione di fondo va affrontata: quale società vogliamo? E dunque, quale scuola risponde alle esigenze della società che vogliamo?
Ecco, non c’è bisogno di grandi cambiamenti nella norma – a mio avviso basterebbe aggiungere un semplice richiamo al principio di autonomia scolastica, per consentire maggiori margini di sperimentazione alle singole scuole – ma deve essere chiaro che il motivo per cui non ci saranno grandi cambiamenti nella norma non è che il sistema va bene in eterno così com’è, ma semplicemente che l’art. 19 rappresenta una soglia minima di garanzia, sotto la quale non è possibile scendere. Al di sopra di questa soglia, garantito il diritto fondamentale della minoranza di dotarsi di un proprio sistema scolastico con ampia autonomia organizzativa e di programmazione, nulla osta a che si prevedano diritti aggiuntivi che assecondino le esigenze di alcuni strati della società senza ledere il diritto primario di garanzia dell’identità.

Benché la scuola sia aperta a tutti, come prevede la Costituzione italiana all’art. 34, in Alto Adige viviamo non poche anomalie. Secondo il 3° comma dell’art. 19 dello Statuto di Autonomia l’iscrizione di un alunno avviene su semplice richiesta del padre o di chi ne fa le veci, anche se le relative norme di attuazione permettono ad una scuola di impedirne la frequenza in certi casi. Non si tratta di una discriminazione?
Ogni norma può in astratto contenere discriminazioni, ma è solo in concreto che queste si possono accertare. È evidente che una scuola di minoranza deve prevedere regole particolari anche relativamente all’iscrizione, e non a caso il complesso sistema di contrappesi tra il diritto di libera iscrizione, il diritto della scuola di non ammettere l’alunno per insufficiente competenza linguistica e il diritto dei genitori di contestare in sede giurisdizionale un eventuale diniego di iscrizione è tutto disciplinato nello statuto stesso, quindi con legge costituzionale. Proprio perché si tratta di bilanciamenti tra diritti costituzionalmente garantiti: l’istruzione aperta a tutti e il diritto della minoranza alla scuola nella propria lingua.
Se poi guardiamo all’evoluzione della prassi su questi aspetti notiamo che è cambiato il mondo rispetto agli anni ’70, pur senza che la normativa sia stata toccata – questo a dimostrazione della intrinseca natura evolutiva delle norme, come detto prima. Oggi l’accesso alle scuole in lingua italiana o tedesca è in pratica libero, e prassi potenzialmente discriminatorie di diniego di iscrizione (non infrequenti negli anni ’70 e ’80) non si registrano più.
La questione che oggi si pone è in parte diversa e ancora più complessa – ed è anche per questo che si impone una riflessione ampia su che tipo di società vogliamo avere in futuro. Diversamente dal passato, oggi c’è un’apertura molto maggiore di un tempo alla possibilità di iscrizione alle scuole dell’altro gruppo. Tale apertura, assolutamente positiva per le opportunità che può offrire a livello individuale, in ottica collettiva (di gruppo) può condurre ad una eterogenesi dei fini rispetto all’idea che stava alla base dell’art. 19 dello statuto, ossia la possibilità di sviluppo parallelo delle comunità. Per assurdo, nella situazione odierna è il sistema delle scuole separate a poter portare alla “società mista” tanto avversata dai sostenitori della lettura rigida ed etnicistica dell’art. 19. Questo a causa della profonda asimmetria che si è ormai creata nei rapporti tra gruppi linguistici. Banalizzando: se gli “italiani” iscrivono in massa i propri figli alle scuole “tedesche” (ma non viceversa), la scuola tedesca diventa di fatto (e nei centri urbani ormai lo è) una scuola “mista”, che è proprio ciò che i paladini dell’art. 19 non vogliono. Ne deriva che un sistema nato con l’obiettivo di evitare l’assimilazione della minoranza (obiettivo peraltro raggiunto con grande successo), finisce per prestarsi ad avallare una possibile assimilazione alla rovescia.
Un annacquamento del sistema scolastico minoritario non è auspicabile perché la scuola della minoranza non è né potrà mai essere uguale alla scuola della maggioranza, perché la prima, contrariamente alla seconda, svolge comunque, oltre alla “normale” funzione formativa, anche un ruolo di mantenimento della cultura minoritaria. Non è insomma pensabile in alcun modo una modifica del sistema di scuole separate contro la volontà della minoranza. Il possibile compromesso, in tal senso, non può che esprimersi nella predisposizione di un ulteriore sistema di scuole plurilingui in aggiunta e non in alternativa al sistema diviso attuale. Questa soluzione dovrebbe essere vista con favore anche e soprattutto da chi ritiene che la scuola della minoranza debba restare a tutti gli effetti una scuola destinata al solo gruppo minoritario. Paradossalmente, i maggiori sostenitori di una offerta scolastica plurilingue aggiuntiva (possibile anche nel quadro dell’attuale art. 19) dovrebbero essere proprio coloro che maggiormente sono interessati al mantenimento del disegno originario delle scuole separate.
Chiudo con una battuta, ma semiseria: come ha ricordato, lo statuto prevede che l’iscrizione di un alunno avviene su semplice richiesta “del padre o di chi ne fa le veci”. Una terminologia corretta al momento dell’approvazione dello statuto nel 1972, ma divenuta obsoleta con le sacrosante successive riforme del diritto di famiglia, a partire dal 1975. Non fosse che per questo, un aggiornamento dell’art. 19 è necessario.

La scuola legata alla madrelingua è un tema centrale in Alto Adige e forse per questo molto temuto da tanti politici. Un salto di qualità, tenuto conto anche del cambio di paradigmi che viviamo in questa terra di confine, potrebbe essere un ampliamento dell’offerta formativa, senza intaccare quanto già esistente. Una sorta di scuola multilingue a carattere europeo aperta a tutti finanziata dalla Provincia, perché in una società delle opzioni tutti i genitori possano scegliere liberamente se mandare i propri figli alla scuola “tradizionale”, quindi caratterizzata dall’insegnamento della madrelingua o a una più innovativa.
Come detto, questo non solo è giuridicamente possibile anche nel quadro dell’attuale art. 19 (che anche per questo, a dimostrazione della sua funzione di garanzia, andrebbe toccato il meno possibile) ma dovrebbe anche essere paradossalmente auspicabile da chi vuole mantenere il più possibile separate le diverse scuole.
Il vero problema è di ordine pratico e politico, non giuridico. Una simile scuola dove prenderebbe gli insegnanti? Dal personale attualmente afferente alle due scuole, quindi occorrerebbero disposizioni regolamentari sul passaggio degli insegnanti. A quale assessorato dovrebbe fare capo (con le conseguenze che tutti immaginano in termini politici)? Cosa accadrebbe se – come è probabile – una simile scuola incontrasse ampio favore nella popolazione? Chiuderebbero le altre scuole per mancanza di iscrizioni? E se vi si iscrivessero in massa gli italiani ma non i tedeschi? Chiuderebbe di fatto la scuola italiana? E che ne sarebbe degli insegnanti italiani? È anche un problema contrattuale e sindacale.
Insomma, ci sarebbero molti e seri ostacoli di ordine pratico e politico, ma non normativo. Anche per questo è opportuno muoversi per gradi, rafforzare le sperimentazioni, i momenti di incontro, le opportunità di migliore apprendimento delle lingue e attraverso le lingue, tutte cose su cui anche l’assessorato alla scuola in lingua tedesca si sta muovendo con assai maggiori aperture rispetto al passato.
Però, ripeto, un ragionamento su dove vogliamo essere tra venti o trent’anni e il tipo di percorso necessario per arrivarci andrebbe fatto. E va fatto in un contesto in cui non contino solo le considerazioni politiche, ma anche la voce degli esperti, in primis quelli del mondo della scuola. A mio avviso questo contesto potrà e dovrà essere l’istituenda Convenzione per la riforma dello statuto di autonomia. Se si riuscirà a tracciare un obiettivo comune con relativa “road map”, allora la scuola in Alto Adige potrà diventare il volano per lo sviluppo di una società complessa ma proprio per questo piena di potenzialità.

 

Giornalista pubblicista, scrittore.
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