Cultura e società

In scena al Teatro Comunale di Bolzano

1 Dicembre 2012

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In scena al Teatro Comunale di Bolzano

don-juan

di Jimmy Milanese

IL DON GIOVANNI IN VERSIONE FLAMENCO

 

Travolgente spettacolo il Don Giovanni in versione flamenco andato in scena al Teatro Comunale di Bolzano per l’interpretazione di un cast di artisti di eccezionale bravura.

 


Il romanzo Don Quijote de la Mancha probabilmente è nato in una delle prigioni che hanno ospitato il suo autore, Miguel de Cervantes: forse in quella dove si trovava per essere stato catturato da un pirata albanese e venduto a un mercato di Algeri; oppure a Siviglia, dopo la condanna per via di un fallimento finanziario. In quelle lunghe notti di prigionia, egli ha udito la danza abdaoui delle giovani veneri algerine, la musica dei Mujaheddin mori che occupavano la Spagna, o le ballate dei gitani in perenne festa pagana. In quelle notti, è nato uno dei più grandi romanzi della letteratura, che per gli spagnoli rappresenta ciò che la Divina Commedia significa per gli italiani, ed è nato sulle note seducenti del flamenco, come veniva raccontato, ballato e cantato nel XVII secolo.

 

Racconta Cervantes, che anche per l’impavido Don Quijote sopraggiunse la sera, consumata in uno dei tanti cafès de cante andalusi. Fu proprio in suo onore che quella sera le amiche della signora tennero una danza. E se lo macinarono, non solo nel corpo, ma anche nella mente, volteggiandogli di fronte, ammiccando, invitandolo con l’inganno, abbandonandolo, tradendolo con altri commensali. E lui, lungo, disteso, magro, stretto nel vestito, nelle pieghe delle gonne variopinte di quelle damigelle temeva si celasse la fine della sua quiete e forse gli occhi gelosi della sua Dulcinea del Toboso, alla quale si era votato vassallo e schiavo. Quella notte, fu lo scudiero Sancho Panza a salvarlo dalla capitolazione, perché i cavalieri erranti non potevano certo farsi sedurre da semplici ballerine di flamenco.

 

La storia andò in quel modo, con Don Quijote che per poco non finì per tradire la sua Dulcinea, mandando all’aria tutto il suo viaggio pindarico. Un poco come se Ulisse avesse velocemente trovato la via del ritorno, privandoci della sua Odissea, oppure se Dante avesse saltato l’Inferno e il Purgatorio per giungere subito alla sua personale Itaca.

 

Tutto questo pericolo, per colpa di una danza celeberrima in tutto il mondo, che va sotto il nome di flamenco. Perse le origini antiche nell’incrocio tra oriente ed occidente, dove le popolazioni gitane emigrate dall’India all’Andalusia avevano contaminato i loro riti popolari, per secoli questo ballo viene investito e attraversato dai canti ebraici di sinagoga, per trasformarsi in un canto jondo (profondo), nella voce dei cantatores e sulle musiche dei tocaores. Le coplas, strofe brevi che pian piano si trasformano sul battito di mano, lo jaleo, che ancora oggi dà il ritmo al ballo, sono il frutto di una sedimentazione d’ambienti, lingue e popoli diversi.

 

L’origine gitana, nel profondo nord indiano, nella regione del Rajasthan, è ancora presente e viva nelle mani e nei movimenti dei ballerini di flamenco, che altro non fanno se non cercare di sedurre, ammaliare e portare la preda sotto il loro controllo. Proprio come nel Don Giovanni di Mozart, dove il protagonista è spinto da una irrefrenabile sete di conquista, ma più ancora dal desiderio di beffare, ingannare, aggirare; o come accade al protagonista principale del Don Quijote, sbeffeggiato da tutti. Se nel Don Giovanni il moto in avanti è dato dall’impossibilità per il seduttore incallito di ricambiare l’amore ricevuto, in quanto occupato ad arricchire la sua lista di prede; nel ballo flamenco, la forza attrattiva, il duende, come sarebbe meglio dire, assume le vette estreme dell’inspiegabilità. E fu proprio Goethe a definire in questo modo il duende, ovvero il fascino del flamenco: potere misterioso che tutti sentono ma che nessun filosofo è in grado di spiegare. Come nelle storie raccontate da Federico Garcìa Lorca, dove ad un certo punto della serata la sua cantaora andalusa Pastora Pavón riusciva a ridestare il pubblico stanco, deviando dalla tecnica pura per sprigionare quel duende furioso e insanguinato che, appunto, d’improvviso macinava il fisico e la mente degli spettatori.

 

Una esperienza simile, un’altra sera, tempi moderni, martedì 27 novembre, Teatro Comunale di Bolzano, è capitata a noi, spettatori in sala, in occasione del Don Juan in versione flamenco, portato magistralmente in scena dalla compagnia FlamenQueVive, per la direzione artistica e la regia di Gianna Raccagni. Un connubio perfetto, quello del Don Giovanni con la danza flamenco, impreziosito dal fascino e dalla bravura dei ballerini Claudio Javarone, Gianna Raccagni, Manuela Baldassarri e Valentina Perrone, ben assistiti dalla chitarra di Alberto Rodriguez e Marco Perona, dal violino di Erica Scherl, dalle percussioni di Paolo Mappa e dalla voce di José Salguero. Una danza, il flamenco, che, assieme al tango, raggiunge forse le più alte vette possibili dell’eros, perché coinvolge in egual misura tutti i sensi umani, più o meno nascosti alla nostra esperienza quotidiana. Gran merito al Circolo La Comune di Bolzano che in periodo di crisi ha deciso di dare spazio a quell’universo artistico fuori dai canali ufficiali della cultura, proponendo un cartellone variegato e pieno di qualità.

 

Infine, per chi volesse impararlo o anche solo provarlo, il flamenco; questa danza solo apparentemente inaccessibile è invece alla portata di tutti anche nella Provincia Autonoma di Bolzano, grazie all’interprete solista della serata, Manuela Baldassarri, che con la sua scuola di ballo flamenco, La Malita, offre la possibilità a tutti di provare ad interpretare l’arte andalusa della seduzione.

 

Jimmy Milanese

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