



Ho conosciuto Tanja Jarussi in occasione della mostra «Spazio d’artista», allestita negli spazi del maestoso palazzo meranese di via Ottone Huber, dove un tempo si svolgevano le cure fisioterapiche. In quell’occasione, l’amico Leonardo Roperti, presidente di IDEA, un sodalizio artistico-culturale molto attivo a Merano, aveva organizzato, lo scorso anno, una mostra alla quale aveva partecipato anche Tanja.
Attualmente, sempre a Merano, è in corso, ancora fino a domani, presso il Centro per la Cultura, la continuazione della prima edizione di «Spazio d’artista».
Tanja Jarussi, bolzanina di nascita, ha inaugurato qualche giorno fa, presso la Galleria dell’Associazione degli Artisti della Provincia Autonoma di Bolzano, in via Bottai 4, la mostra «Insonnia», insieme ad Annamaria Lorenzini, Giovanna Da Por, Celestina Avanzini, Paola Bradamante e Cristina Vignocchi, tutte appartenenti ad ArteDonnaCollective.
Mi ero accordato con Tanja per incontrarci in Galleria dopo le 16.00. Verso le 16.30 ho varcato la soglia e l’ho vista intenta a conversare con una signora e un bambino. Tanja era di spalle. Non ho voluto disturbarla, così, con passo lento e occhio attento, ho cominciato a osservare i lavori esposti.
Benché fossi concentrato sulle opere alle pareti, non ho potuto fare a meno di ascoltare le parole del bambino, che esprimeva il proprio apprezzamento per i lavori di Tanja e le rivolgeva alcune domande, chiedendo spiegazioni. Mi ha colpito la sua curiosità, il suo interesse sincero per quelle opere e il modo spontaneo con cui cercava di comprenderle.
Quando sono giunto nei pressi dell’area in cui erano esposti i lavori di Tanja, lei si è accorta della mia presenza e mi ha subito salutato con uno sguardo caloroso. Le ho fatto cenno di fare con calma, ma lei mi ha risposto che il bambino era un suo alunno. Interessante, ho pensato, immaginando già l’intervista che le avrei fatto.
Poco dopo è entrato in Galleria l’amico Amedeo Masetti, altro artista meranese, con il quale ho scambiato alcune battute sulla pittura e sulla scena artistica in città.
«Oggi sono stato in tre Gallerie: alla Civica di piazza Domenicani, alla Piccola Galleria di via Streiter e ora sono qui», mi ha detto Masetti, spiegandomi che, per chi non risiede a Bolzano, non è sempre possibile frequentare le Gallerie con la stessa disinvoltura.
Dopo ci siamo seduti al tavolo posto a lato della sala espositiva. Masetti ha preso il libro degli ospiti e ha scritto il suo commento, mentre io ne approfittavo per prendere qualche appunto. Poi ci siamo salutati.
Nel frattempo, Tanja aveva terminato di conversare con il piccolo e sua mamma e si è seduta al tavolo con me. Finalmente abbiamo potuto dedicarci alla nostra chiacchierata.
Curioso di capire perché quel bambino mostrasse tanto interesse per i suoi lavori, ho chiesto a Tanja se insegnasse educazione artistica.
«Da sedici anni insegno scenografia alle elementari e alle medie. È un’attività che mi dà tante soddisfazioni. Infatti, ho collaborato con grandi registe come Flora Sarubbo e Monica Trettel. Oltre a questo, mi occupo anche di altri progetti, come Up-cycling, Re-cycling, Land-Art e Bottega dei colori naturali», spiega Tanja, con la luce negli occhi di chi fa il proprio lavoro con passione.
Non posso non chiederle dove abbia studiato. Tanja fa subito riferimento agli anni trascorsi all’Istituto d’Arte di Trento, dove il professor Dibiasi l’aveva guidata con perizia, incoraggiandola a seguire sempre con convinzione la propria strada.
«Per Dibiasi era fondamentale che noi riuscissimo a motivare con noi stessi il perché delle nostre scelte artistiche», spiega Tanja, che, dopo aver concluso l’Istituto d’Arte, prosegue gli studi all’Accademia di Firenze.
Sono un po’ stupito del fatto che un’artista con un approccio così sperimentale all’arte come Tanja abbia scelto un’Accademia con una linea così tradizionale come quella fiorentina. Le pongo la domanda senza troppi giri di parole: «Perché Firenze e non Urbino?» Tanja capisce subito dove voglio andare a parare. «Io a Firenze ho studiato con Giulietti, era l’unica classe di ramo informale allora. È vero, eravamo circondati da un mondo rinascimentale, dalla grande arte del passato. Tuttavia, noi andavamo al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato e al Teatro Studio di Scandicci», racconta Tanja, appoggiando il gomito sul tavolo.
Poi, volgendo lo sguardo verso i dipinti appesi alle pareti, ricorda che avrebbe voluto frequentare l’Accademia di Perugia, soprattutto perché, nei primi anni a Firenze, i grandi maestri non seguivano direttamente gli studenti, ma soltanto gli assistenti. Una situazione che, nelle Accademie più piccole, non si verificava.
«L’arte richiede confronto. Io, però, andai ad Arezzo, feci già mostre durante gli studi e conclusi l’Accademia a Firenze», racconta Tanja, che pone l’accento sul fatto che l’arte debba sempre coinvolgere.
«Non amo l’approccio elitario, le torri d’avorio. Io voglio entrare in sintonia con chi si interessa ai miei lavori», spiega Tanja, per la quale l’arte è tante cose: tecnica, ricerca, concetto, ma mai priva dell’elemento estetico.
Per un attimo ci guardiamo senza dire nulla, come se volessimo entrambi soffermarci sulla veridicità di quanto Tanja ha appena affermato.
Infine, prima che io inizi a fotografare i diversi lavori esposti nella sala e al piano inferiore, Tanja mi spiega che non vuole dipendere dalle dinamiche del mercato. «Collaboro con gallerie d’arte, ma ho bisogno della mia indipendenza».
Mentre fotografo le sue opere e mi soffermo a osservarle con attenzione, ho la sensazione che gli oggetti perdano lentamente la loro forma e il loro significato originario, lasciando emergere i ricordi e le emozioni che custodiscono. Ogni cosa sembra raccontare una storia, un’esperienza, un momento della vita.
Osservando i lavori di Tanja, per un attimo il mio pensiero va a mia nonna, ormai scomparsa. Alcune immagini sembrano riportarmi indietro nel tempo, risvegliando ricordi lontani legati agli oggetti e ai momenti della mia infanzia. Forse è proprio questa una delle qualità più interessanti del suo lavoro: la capacità di far riaffiorare, attraverso le opere, qualcosa di profondamente personale, che in qualche modo appartiene anche alla memoria di ciascuno di noi.
Terminato di scattare le fotografie, saluto Tanja e mi congedo da lei. Mi avvio verso la macchina, parcheggiata proprio di fronte al Museion. Forse non è una semplice coincidenza.