Femminicidio, legge o illusione? L’affondo di Antonello De Pierro contro la riforma 181/2025

Non usa mezze parole Antonello De Pierro. Il giornalista e presidente di Italia dei Diritti – De Pierro rompe il coro unanime che ha accompagnato l’approvazione della Legge 181/2025, quella che ha introdotto nel Codice Penale l’articolo 577 bis istituendo il reato autonomo di femminicidio. Per lui non è una conquista storica, ma “un inganno sociale”, un provvedimento che interviene quando ormai è troppo tardi.

Le sue parole arrivano a pochi giorni dal dramma di Federica Torzullo, la giovane funzionaria di Poste Italiane uccisa ad Anguillara Sabazia. De Pierro l’aveva conosciuta anni prima all’Aeroporto di Fiumicino, dove aveva prestato servizio come poliziotto. Un incontro fugace, racconta, ma sufficiente a lasciargli un ricordo di stima. Alle esequie ha partecipato personalmente, insieme ai rappresentanti locali del movimento.

È lì che, oltre al dolore, dice di aver avvertito “un’assenza assordante”. Poche le presenze istituzionali di rilievo, nessun rappresentante del Governo o della Regione. “Per un delitto che ha sconvolto l’intero Paese – osserva – lo Stato avrebbe dovuto esserci. Non solo per onorare una vittima, ma per assumersi la responsabilità di ciò che non ha saputo prevenire”.

Il bersaglio della sua critica è proprio la filosofia che anima la nuova legge. “Trasformare un’aggravante in un reato autonomo non salva una sola vita”, afferma. Secondo De Pierro, l’inasprimento delle pene non esercita alcuna reale deterrenza su chi agisce in preda a una spirale ossessiva. “Un uomo dominato dalla sindrome dell’abbandono, da un’idea malata di possesso, non si ferma davanti alla prospettiva dell’ergastolo. In quel momento non pensa al codice penale. Pensa che se lei non sarà sua, non sarà di nessun altro”.

Per il presidente di Italia dei Diritti, la riforma rappresenta una risposta emotiva e tardiva, funzionale più alla coscienza politica che alla sicurezza concreta. “È un atto punitivo che arriva dopo l’exitus. La politica si concentra sulla sanzione quando dovrebbe concentrarsi sull’impedimento”.

La sua proposta ribalta l’approccio: prevenzione psichiatrica obbligatoria per chi viene querelato per stalking, équipe multidisciplinari incaricate di valutare il rischio concreto, consulenze specialistiche nei procedimenti di separazione per intercettare personalità fragili o distorte prima che degenerino. “Lo stalker non è quasi mai un criminale abituale – sostiene – ma un soggetto emotivamente instabile. Se lo Stato interviene sulla mente del carnefice prima dell’epilogo, può evitare la tragedia. Dopo, resta solo il rito giudiziario”.

Ma l’affondo non si limita alla tecnica giuridica. De Pierro allarga lo sguardo alla dimensione culturale. In passato le sue iniziative pubbliche contro la violenza di genere hanno coinvolto volti noti come Maria Grazia Cucinotta e Adriana Russo, a testimonianza di una battaglia che definisce “prima di tutto educativa”.

“L’amore deve essere libertà, non possesso”, ripete. E accusa le istituzioni di inviare messaggi contraddittori quando, ad esempio, nelle amministrazioni locali non vengono rispettate le quote di rappresentanza femminile. “Se lo Stato è il primo a marginalizzare le donne nei luoghi del potere, quale credibilità ha nel combattere la cultura patriarcale?”

Le sue parole dividono. C’è chi le considera una provocazione e chi, invece, le legge come una sollecitazione a cambiare paradigma. Di certo riaprono una frattura nel dibattito pubblico: meglio pene sempre più severe o strumenti di prevenzione strutturati e obbligatori?

De Pierro non ha dubbi. “Continuare ad aumentare le sanzioni è il modo più semplice per dimostrare fermezza senza modificare nulla. La vera sfida è entrare nelle pieghe psicologiche del fenomeno. Lo Stato deve difendere i cittadini prima che diventino vittime. Non possiamo limitarci a celebrare funerali e poi riscrivere articoli di legge”.

Parole che pesano come un atto d’accusa e che rilanciano una questione destinata a restare al centro dell’agenda politica: la repressione basta davvero a fermare la violenza, o è solo una risposta che arriva quando la vita è già stata spezzata?