



In un tempo segnato da relazioni sempre più mediate dal digitale, la solennità del Corpus Domini diventa un richiamo alla concretezza dell’incontro umano e della fede vissuta nella quotidianità. È questo il messaggio lanciato dal vescovo Ivo Muser durante la celebrazione trilingue in Duomo a Bolzano, culminata con la tradizionale processione per le vie del centro storico.
Centinaia di fedeli hanno accompagnato il Santissimo Sacramento lungo i portici e piazza Walther, in una manifestazione pubblica di fede che, nelle parole del presule, rappresenta molto più di una tradizione religiosa. «La vera comunione non nasce dal consumo né da un algoritmo. Nasce dal dono di sé», ha affermato Muser nell’omelia, sottolineando come l’Eucaristia continui a essere un antidoto alla frammentazione delle relazioni contemporanee.
Secondo il vescovo, l’attenzione generata dai social network può suscitare entusiasmo momentaneo, ma non è in grado di sostenere autentici legami umani. «Cristo fonda qualcosa di più profondo: una comunità che non è fatta di clic, ma di vita, responsabilità e dono», ha spiegato.
La processione del Corpus Domini, considerata la più importante dell’anno liturgico per i cattolici, testimonia una fede che esce dagli spazi della chiesa per incontrare la realtà quotidiana. «Cristo cammina con noi per le strade delle nostre città e dei nostri paesi», ha ricordato Muser, evidenziando come la fede non debba essere vissuta come imposizione, ma come proposta e servizio verso chi vive situazioni di solitudine, ingiustizia o smarrimento.
Nel suo intervento il vescovo ha richiamato anche il tema della “vera umanità”, citando l’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV. Un documento che invita a riscoprire la dignità della persona oltre la dimensione digitale. «L’essere umano è più grande dei suoi profili, delle sue immagini e dei suoi dati», ha osservato, ribadendo che la crescita autentica passa attraverso l’apertura a Dio e agli altri.
Particolarmente significativo il simbolo portato quest’anno in processione: una semplice croce di legno realizzata da una persona sopravvissuta agli abusi. Esposta in Duomo nei mesi scorsi, la croce è diventata memoria delle vittime e richiamo alla responsabilità collettiva. «Questo segno ci ricorda dove deve stare la Chiesa: accanto a Cristo e accanto a chi porta ferite profonde», ha affermato il vescovo, riferendosi anche agli abusi verificatisi in ambito ecclesiale, familiare e sociale.
L’iniziativa si inserisce nel progetto diocesano triennale Il coraggio di guardare, dedicato alla prevenzione e alla sensibilizzazione sul tema degli abusi, i cui risultati saranno presentati pubblicamente il prossimo autunno.
Al termine della celebrazione, la festa è proseguita negli spazi del Centro pastorale con la tradizionale “Festa della comunità”, promossa da Comunione e Liberazione, Diocesi, Consulta delle aggregazioni laicali, Katholisches Forum e Parrocchia del Duomo. Dopo il pranzo popolare preparato dagli alpini, il programma ha previsto testimonianze e momenti di confronto dedicati al tema della pace e dell’unità, valori che la comunità cristiana è chiamata a costruire ogni giorno nella vita concreta delle persone.