Un nuovo studio internazionale apre importanti spiragli nella comprensione della Sclerosi laterale amiotrofica (SLA), una malattia neurodegenerativa ancora senza cura definitiva e caratterizzata da una grande variabilità tra pazienti, sia nella forma sia nella velocità di progressione. La ricerca, pubblicata sulla rivista Brain, punta a chiarire i meccanismi alla base delle forme a evoluzione più lenta e mette al centro un protagonista finora considerato secondario: la glia, l’insieme di cellule che supportano e proteggono i neuroni.
Il lavoro nasce da una collaborazione internazionale che ha coinvolto 51 ricercatori di diversi Paesi e numerose infrastrutture del Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento, con il sostegno di enti di ricerca e fondazioni italiane e internazionali. L’attenzione degli studiosi si è concentrata in particolare su astrociti e oligodendrociti, due tipi di cellule gliali che, secondo i risultati ottenuti, avrebbero un ruolo decisivo nell’insorgenza e nell’evoluzione della malattia.
Dai dati emerge che, in un modello di SLA a progressione lenta, queste cellule subiscono un cambiamento progressivo del loro comportamento: nelle fasi iniziali perdono le loro caratteristiche specializzate, riducendo la capacità di sostenere i neuroni, mentre nelle fasi più avanzate diventano fortemente infiammatorie, contribuendo al danno neuronale. Questo doppio passaggio potrebbe aiutare a spiegare parte dell’eterogeneità clinica osservata nei pazienti.
Un risultato particolarmente rilevante riguarda l’identificazione della proteina MYC come possibile “regista” di questi processi. Quando è iperattiva, MYC sembra spingere le cellule gliali verso uno stato alterato, in cui non solo aumentano l’infiammazione ma rilasciano anche piccole vescicole che invece di supportare i neuroni li rendono più vulnerabili. Segnali di queste vescicole sono stati rilevati anche nel liquido cerebrospinale dei pazienti, suggerendo che possano diventare biomarcatori utili per diagnosi più precoci e per monitorare l’evoluzione della malattia.
La presenza di alterazioni legate a MYC apre anche una possibile prospettiva terapeutica, perché intervenire su questo fattore potrebbe consentire di riportare le cellule gliali a un comportamento più “protettivo” nei confronti dei neuroni. I ricercatori sottolineano però che sarà fondamentale comprendere se questi meccanismi siano comuni a tutti i pazienti o se varino tra diverse forme della malattia, così da poter costruire approcci più personalizzati.
Lo studio rappresenta quindi un passo avanti nella comprensione dei meccanismi cellulari e molecolari della SLA, soprattutto perché mette in luce l’importanza della glia e non solo dei neuroni. L’obiettivo futuro sarà identificare con maggiore precisione le diverse fasi di attivazione delle cellule gliali e capire in quali finestre temporali sia possibile intervenire in modo più efficace.
Foto, da sinistra: Francesca Conci, Anna Riva, Lorena Pisoni, Manuela Basso, Anna Barbieri, Francesco Rosada, Rossana Borella e Luisa Donini