Mercoledì 6 maggio 2026 alle ore 20.45 il MUSE – Museo delle Scienze ospita l’ultimo appuntamento della rassegna “Talk Biodiversi”, con un incontro dal titolo emblematico: “Chernobyl Wildlife. L’area 40 anni dopo l’incidente”. Un viaggio scientifico e narrativo dentro uno dei luoghi più simbolici del rapporto tra uomo, tecnologia e natura.
Protagonisti della serata saranno i ricercatori German Orizaola Pereda dell’Università di Oviedo e Pablo Burraco Gaitán della Stazione Zoologica di Doñana, moderati dalla zoologa ed educatrice scientifica MUSE Elisabetta Filosi. L’incontro, in lingua inglese con traduzione, sarà a ingresso libero.
Il punto di partenza è una data che ha segnato la storia contemporanea: il 26 aprile 1986, quando l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl liberò nell’ambiente una quantità di radiazioni stimata in oltre 400 volte quella della bomba atomica di Hiroshima. Circa 350.000 persone furono evacuate e nacque una Zona di Esclusione di 30 chilometri, destinata a restare inabitabile per secoli.
Eppure, a quarant’anni di distanza, quel territorio racconta una storia inattesa. L’assenza quasi totale dell’uomo ha innescato un processo di rinaturalizzazione che ha trasformato l’area in uno dei più vasti laboratori ecologici a cielo aperto d’Europa. La Zona di Esclusione è oggi un ecosistema dove la vita animale ha riconquistato spazi impensabili: lupi, linci, cervi, alci, cinghiali e cavalli di Przewalski si muovono stabilmente in un paesaggio ormai riconsegnato alla dinamica naturale.
Il monitoraggio scientifico, attraverso fototrappole e studi sul campo, ha documentato la presenza di oltre 200 specie di uccelli e una sorprendente abbondanza di grandi mammiferi, favorita dall’assenza di caccia, agricoltura e pressione antropica. Un equilibrio nuovo, nato non da un progetto umano, ma dal suo improvviso venir meno.
Accanto a questa immagine di rinascita, la ricerca scientifica restituisce però un quadro più complesso. Le radiazioni ionizzanti persistono ancora oggi in circa il 10% della contaminazione originaria e continuano a influenzare gli organismi viventi. Tra gli effetti osservati: cataratte, alterazioni genetiche, riduzione della fertilità e anomalie nello sviluppo, soprattutto nelle aree più contaminate.
Particolarmente studiati sono gli effetti su alcune specie sensibili. Tra gli uccelli, come la rondine (Hirundo rustica), la capinera (Sylvia atricapilla) e il canapino maggiore (Hippolais icterina), sono state riscontrate anomalie riproduttive e riduzioni della fertilità. Anche insetti e impollinatori mostrano segnali di stress biologico, mentre alcune piante presentano variazioni di crescita e alterazioni morfologiche nei territori più esposti.
Eppure, il dato più sorprendente è la persistenza delle popolazioni animali. Nonostante le condizioni ambientali compromesse, molte specie sembrano aver trovato un nuovo equilibrio. È proprio questo paradosso – danno biologico e resilienza simultanei – a rendere Chernobyl un caso unico al mondo.
Tra gli esempi più significativi studiati dai ricercatori vi sono le rane della zona di esclusione, che mostrano una colorazione più scura rispetto alle popolazioni esterne. L’aumento della melanina, pigmento in grado di assorbire parte delle radiazioni, potrebbe aver favorito gli individui più resistenti, suggerendo un possibile processo di selezione naturale accelerata in poche decine di generazioni.
La Zona di Esclusione si configura così come un laboratorio naturale estremo, dove la biodiversità non solo resiste, ma si riorganizza in forme inattese. Un luogo in cui la natura non è semplicemente “tornata”, ma ha seguito traiettorie evolutive nuove, adattandosi a condizioni eccezionali.
L’incontro al MUSE offrirà una sintesi aggiornata delle ricerche più recenti, intrecciando dati scientifici, osservazioni sul campo e riflessioni più ampie sul ruolo dell’essere umano negli ecosistemi contemporanei. Al centro della discussione rimane una domanda fondamentale: cosa accade alla natura quando l’uomo si ritira davvero?
Chernobyl, a quarant’anni dal disastro, non è più solo un simbolo di distruzione, ma anche un osservatorio privilegiato sulla capacità della vita di riorganizzarsi. Un confine instabile tra ferita e rinascita, dove la biodiversità continua a scrivere la propria risposta.