Un titolo che suona come una favola, ma che nasconde un percorso profondamente umano. Il Rospo e il Diamante, esordio alla regia di Beniamino Casagrande, arriva al Bolzano Film Festival Bozen con tutta la forza di un racconto personale che si apre a domande universali. L’appuntamento è fissato per il 13 aprile alle ore 21:00 al Cinema Capitol, dove il pubblico potrà immergersi in un documentario che attraversa geografie e coscienze, dall’Alto Adige fino all’India.
A prima vista, la storia potrebbe sembrare familiare: un italiano in cerca di risposte spirituali in Oriente. Un terreno scivoloso, pieno di cliché pronti a emergere. E invece Casagrande evita la trappola con uno sguardo diretto, onesto, mai indulgente. Il suo non è un viaggio esotico da cartolina, ma un confronto autentico con il dolore, la perdita e il bisogno di senso.
Al centro del film ci sono Ben, filmmaker europeo, e Negi, amico indiano buddista: vent’anni di amicizia e un passato segnato da eventi tragici li legano in un dialogo continuo, intenso, a tratti spiazzante. Sullo sfondo, le vette dell’Himalaya diventano spazio simbolico e reale di un cammino interiore che affronta temi come il lutto, il rapporto con il padre e il significato della morte.
Il cuore pulsante del documentario sono proprio le conversazioni tra i due protagonisti. Scambi sinceri che mettono a nudo fragilità e differenze culturali: da una parte l’inquietudine occidentale di Ben, dall’altra la calma disarmante di Negi, capace di affrontare il dolore con una visione distante e quasi disarmante. Ne nasce uno squilibrio narrativo affascinante, in cui il mentore e il cercatore si ridefiniscono continuamente.
Prodotto da Cooperativa 19 con il sostegno di importanti realtà culturali del territorio, il film ha già conquistato il pubblico al Biografilm Festival 2025 di Bologna, vincendo il Premio del Pubblico. Ora si presenta a Bolzano in concorso, pronto a misurarsi con nuove platee e sensibilità.
Dal punto di vista formale, Il Rospo e il Diamante sceglie un linguaggio immediato: camera a spalla, montaggio dinamico, immersione nella quotidianità. Il risultato è un racconto vivo, che alterna momenti di vulnerabilità a tocchi di ironia, senza mai perdere autenticità.
Accanto a Ben e Negi, emergono figure che ampliano il respiro emotivo del film: il padre Luciano, impegnato in un trekking simbolico tra le montagne himalayane, e l’anziana madre di Negi, presenza silenziosa che incarna un’accettazione quasi ancestrale del tempo. E poi Giuseppe Cederna, presenza tutt’altro che marginale, che arricchisce il film con una dimensione poetica nata quasi per caso, durante un viaggio condiviso.
«È stata un’esperienza liberatoria», racconta Casagrande. E si percepisce: soprattutto nel montaggio, fase in cui il regista ha scelto di esporsi senza filtri, rinunciando a qualsiasi distanza protettiva. Il risultato è un’opera che non cerca risposte definitive, ma invita a convivere con le domande.
Il Rospo e il Diamante è un documentario che parla di morte, ma in realtà racconta la vita. Una vita fatta di contraddizioni, di visioni diverse, di tentativi – spesso incompleti – di fare pace con ciò che non possiamo controllare. E proprio in questa imperfezione trova la sua forza più autentica.