Venerdì Santo, le croci di oggi: lo sguardo che non possiamo più evitare

Non è solo una ricorrenza religiosa, ma uno specchio che costringe a guardarsi dentro. Il Venerdì Santo celebrato nel Duomo di Bolzano diventa così un richiamo diretto, quasi duro: smettere di abbassare lo sguardo davanti al dolore, davanti alle ingiustizie, davanti alle “croci” che attraversano ancora il nostro tempo.

Alle 15, l’ora della morte di Cristo, la liturgia della Passione si è aperta nel silenzio più intenso, con il vescovo Ivo Muser e i concelebranti prostrati davanti all’altare. Un gesto antico, essenziale, che segna l’inizio di uno dei momenti più profondi dell’anno liturgico. Il rito è proseguito con la lettura della Passione e lo svelamento della croce per l’adorazione dei fedeli, al centro di una celebrazione che richiama la morte di Gesù e il senso della sua sofferenza.

Ma è nelle parole dell’omelia che il Venerdì Santo diventa qualcosa di più di un rito. Diventa una domanda aperta. Il vescovo Muser si sofferma su Giuda, definendolo “la figura più tragica” della Passione. Non un personaggio lontano, ma una presenza inquietante, perché parla anche di noi: della fatica di comprendere, del rischio di perdere il senso, della distanza che può nascere persino dentro la fede.

E proprio da questa figura nasce una riflessione che spiazza: forse è proprio Giuda, così fragile e contraddittorio, ad aiutarci a entrare davvero nel significato del Venerdì Santo. Non come storia già scritta, ma come esperienza che continua.

Perché la croce non è un simbolo del passato. È una realtà che si ripete. “Non chiudiamo gli occhi”, è l’appello. Non davanti alla croce di Gesù, ma nemmeno davanti alle tante croci che ancora oggi vengono innalzate: nelle guerre, nelle violenze, nelle solitudini, nelle ferite spesso invisibili che attraversano la vita quotidiana.

Il Venerdì Santo, allora, non consola. Scuote. Ricorda “quanto brutali possano essere ancora oggi gli esseri umani” e costringe a guardare in faccia questa verità senza scorciatoie. Non permette di ridurre la croce a un oggetto ornamentale o a un simbolo svuotato. La riporta al suo significato più concreto: il dolore reale degli uomini e delle donne di oggi.

E c’è un rischio che attraversa tutto: l’indifferenza. L’abitudine al male, la capacità di convivere con la sofferenza degli altri senza lasciarsene toccare. È qui che il messaggio diventa più esigente: il Venerdì Santo non è solo memoria, è responsabilità.

Alla fine resta una scelta, semplice e difficile insieme: restare. Restare davanti alla croce, senza fuggire. Restare dentro le domande, senza anestetizzarle. Restare nella speranza, anche quando sembra fragile.

“Saldi in Gesù, il Crocifisso”, ha concluso Muser, con una preghiera che non punta il dito ma coinvolge: anche per “il Giuda che è in me”. Perché il Venerdì Santo non divide tra buoni e cattivi. Attraversa tutti. E chiede a ciascuno, prima di tutto, di non chiudere gli occhi.