Formazione e sviluppo, ma i salari restano una sfida

La Giunta provinciale, guidata dal presidente Arno Kompatscher, ha appena approvato il Piano di sviluppo del personale 2026–2028. L’idea è chiara: creare un’Amministrazione moderna, pronta alle sfide digitali, capace di attrarre talenti e offrire servizi impeccabili ai cittadini. L’aria ufficiale è quella dei comunicati di routine: “Collaboratrici e collaboratori adeguatamente formati rappresentano il requisito fondamentale di un’Amministrazione forte e moderna”, dice Kompatscher. E il direttore generale Alexander Steiner rincara la dose: corsi su leadership, green skills, intelligenza artificiale, e-learning, micro-learning… un ventaglio infinito di possibilità di aggiornamento.

Eppure, tra una slide su soft skills e un webinar su project management, rimane una domanda che nessuno sembra porsi ad alta voce: quanto pesa tutto questo sul personale stesso? Perché pretendere che chi lavora nelle sedi provinciali diventi un manager digitale o un esperto di intelligenza artificiale, senza garantire salari adeguati al costo della vita, rischia di trasformare la formazione in un obbligo frustrante più che in un’opportunità.

Molti dipendenti, soprattutto quelli con famiglie e affitti da pagare, conoscono bene la realtà: partecipare a corsi, aggiornarsi continuamente, arrivare a orari extra o dedicare energie ai programmi digitali non è gratis. Il ritorno concreto, però, resta limitato se il bilancio personale non cresce insieme alle competenze. Si può fare un corso di leadership, imparare a usare la piattaforma più innovativa o studiare l’intelligenza artificiale, ma se lo stipendio non basta a coprire affitto, bollette e spese quotidiane, tutta la teoria rischia di scontrarsi con la pratica quotidiana della vita reale.

La retorica istituzionale parla di investimenti nel futuro, di una pubblica amministrazione moderna e inclusiva, di servizi migliori per cittadini e imprese. Ma senza condizioni economiche che permettano ai collaboratori di vivere dignitosamente, la promessa rimane lettera morta. Formare il personale è fondamentale, certo. Ma non può diventare un sostituto di una politica salariale equa, né un modo per chiedere ai lavoratori di fare il doppio sforzo con la stessa paga.

In altre parole, il Piano rischia di apparire come un grande spettacolo digitale di corsi, workshop e piattaforme, mentre la vera questione – quella di garantire a chi lavora nella Provincia una retribuzione all’altezza delle esigenze quotidiane – resta in secondo piano. I dipendenti possono aggiornarsi quanto vogliono, ma se non riescono a vivere con ciò che guadagnano, l’Amministrazione moderna rischia di crescere solo nei manuali e nei comunicati stampa, lasciando sul terreno il senso più semplice della parola “giusto”: riconoscere il valore del lavoro anche con uno stipendio adeguato.

In tempi di digitalizzazione, green skills e learning management system, ricordare questo è il primo passo per non trasformare la formazione in un lusso che pochi possono permettersi.

Foto/c-USP/Fabio Brucculeri