La sofferenza psichica in Italia non è più un fenomeno marginale: cresce, si intreccia con la povertà e mette in crisi le garanzie costituzionali. A lanciare l’allarme è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che richiama l’attenzione di istituzioni, scuola e opinione pubblica sui dati del Rapporto “Povertà e salute mentale. Relazione circolare e diritti negati”, promosso da Caritas Italiana in collaborazione con la Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia.
«I numeri parlano chiaro – afferma il prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU –: l’aumento del 154% dei disturbi depressivi tra le persone seguite dalla rete Caritas nell’ultimo decennio non è un dato episodico, ma il segnale di una trasformazione profonda del tessuto sociale italiano». La relazione tra disagio mentale e povertà materiale, sociale e affettiva è evidente: nell’80% dei casi, la sofferenza psichica si accompagna a condizioni di marginalità economica e relazionale, rendendo la salute mentale una questione centrale di giustizia sociale.
L’articolo 32 della Costituzione tutela il diritto alla salute, includendo la dimensione psicologica della persona. Tuttavia, le forti disuguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi di salute mentale, aggravate dai tagli e dal progressivo indebolimento dei presidi locali, rendono la protezione del diritto disomogenea e fragile, condizionata dal contesto geografico ed economico.
Particolarmente preoccupanti sono i dati sulle giovani generazioni e sulle donne. Tra i 14 e i 19 anni, l’indice di salute mentale cala significativamente tra il 2016 e il 2024, con un calo di 1,6 punti che sale a 2,3 punti tra le ragazze. Ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare, amplificati dalla pandemia, diventano emergenze sociali che si riflettono anche nei social media, dove adolescenti e giovani condividono sempre più spesso la propria sofferenza.
Per il CNDDU, la scuola non può limitarsi a osservare il disagio: deve diventare un spazio strategico di prevenzione e promozione della dignità umana. Pesavento propone l’istituzione di un “Laboratorio permanente di cittadinanza emotiva e diritti”, un percorso curricolare trasversale e valutabile che integri diritto, scienze umane e competenze digitali. Gli studenti saranno chiamati a confrontarsi con situazioni concrete di vulnerabilità – dalla povertà educativa alla violenza di genere – analizzandole alla luce della normativa nazionale e internazionale e formulando proposte di intervento da sottoporre alle amministrazioni locali.
«Si tratta – spiega Pesavento – di riportare la salute mentale alla sua dimensione pubblica e politica, superando pratiche spesso limitate all’espressione individuale del disagio». Un modello estendibile anche a minori marginalizzati, anziani soli, lavoratori precari e persone con disabilità o esperienze migratorie, capace di ricollocare i diritti umani e la salute mentale al centro della comunità.
Secondo il CNDDU, la salute mentale non è un tema settoriale: è un indicatore della qualità democratica del Paese. Garantirla significa rafforzare la coesione sociale, prevenire nuove forme di esclusione e riaffermare il valore della persona come fondamento della convivenza civile.
Foto, prof. Romano Pesavento