La diffusione del concetto di “remigrazione” nel dibattito politico italiano e locale viene criticata duramente da George-Ciprian Lungu, segretario del circolo dei Giovani Democratici dell’Alto Adige e delegato esteri per il circolo provinciale dei GD Alto Adige/Südtirol. Ventiquattro anni, di origini rumene, Lungu studia storia all’Università di Trento.
Secondo l’esponente dei Giovani Democratici, la remigrazione non rappresenta una proposta neutra in materia di sicurezza o immigrazione, ma un’idea con precise radici ideologiche. Lungu riconduce il termine all’elaborazione dell’attivista austriaco di estrema destra Martin Sellner, figura di riferimento del movimento identitario europeo. «Non si tratta di legalità o integrazione», sostiene, «ma di una visione che introduce una selezione etnica e culturale della società».
Per Lungu, questa impostazione risulta particolarmente problematica in Alto Adige/Südtirol. Il territorio, sottolinea, è storicamente una terra di confine, caratterizzata dalla convivenza tra gruppi linguistici diversi e da una storia segnata da migrazioni e minoranze. In questo contesto, l’idea di una comunità culturalmente o etnicamente omogenea viene definita una negazione della realtà storica e sociale del territorio.
Un punto centrale della critica riguarda il sostegno che la remigrazione raccoglie anche tra persone con un passato migratorio recente. Lungu richiama in particolare l’attenzione sulla comunità rumena in Italia, una delle più numerose. Secondo il segretario dei GD altoatesini, parte di questo consenso nasce da una rimozione della memoria collettiva.
Prima del 2007, anno dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea, ricorda Lungu, molti cittadini rumeni sono arrivati in Italia in condizioni di irregolarità, accettando lavori precari e vivendo in una situazione di forte insicurezza. Anche negli anni successivi, aggiunge, soprattutto tra i più giovani è rimasta diffusa la percezione di dover dimostrare costantemente di essere “integrati”, al di là del rispetto delle norme.
Dal punto di vista storico, Lungu sottolinea come le categorie oggi utilizzate nel discorso sulla remigrazione — pericolosità, incompatibilità culturale, minaccia sociale — siano le stesse che in passato sono state applicate a minoranze linguistiche, religiose e politiche. Una dinamica che, a suo avviso, rappresenta un segnale tipico dei processi di erosione democratica.
Secondo Lungu, inoltre, la centralità della questione migratoria nel dibattito pubblico rischia di oscurare problemi strutturali più profondi, come la precarietà lavorativa, le disuguaglianze sociali e la crisi del welfare. «Ridurre queste questioni a una contrapposizione etnica», afferma, «significa distorcere il dibattito e spostare l’attenzione dalle vere responsabilità politiche».
Per l’esponente dei Giovani Democratici, la contrapposizione alla remigrazione non è una battaglia identitaria, ma una difesa dei principi democratici. La cittadinanza, sostiene, deve essere intesa come partecipazione e non come appartenenza di sangue, mentre l’Europa va difesa come progetto politico fondato sulla pluralità e sui diritti.
In Alto Adige, conclude Lungu, difendere la convivenza significa anche respingere narrazioni che trasformano la diversità in una minaccia, mettendo in discussione le basi stesse della democrazia sul territorio.
Foto, George Ciprian Lungu