Kompatscher mette l’Alto Adige davanti allo specchio: conti solidi, scelte non più rinviabili

Otto miliardi sul tavolo e un messaggio chiaro: la Provincia non intende restare a guardare mentre il costo della vita erode salari, prospettive e fiducia. Alla conferenza stampa di fine anno del 29 dicembre Arno Kompatscher ha scelto una narrazione netta, quasi muscolare: l’Alto Adige è ricco, solido, senza debiti, e proprio per questo ha il dovere politico di intervenire dove fa più male, cioè nel portafoglio delle famiglie, nelle buste paga e nella possibilità concreta di avere una casa.

Il bilancio più grande della storia provinciale non viene presentato come un trofeo, ma come un’arma. Negli ultimi dieci anni la Provincia ha rinunciato a oltre 2,5 miliardi di entrate fiscali per difendere il potere d’acquisto e sostenere i consumi. Ora rilancia: meno IRAP per le aziende che pagano meglio i dipendenti, più detrazioni IRPEF per chi ha figli, più risorse per i contratti pubblici. È una scelta politica precisa: usare l’autonomia non per accumulare, ma per redistribuire, orientando il mercato del lavoro verso salari più dignitosi e condizioni migliori.

Il messaggio alle imprese è altrettanto esplicito: lo sconto fiscale non è un regalo, ma un patto. Cinquanta milioni di euro l’anno risparmiati grazie alla riduzione dell’IRAP dovranno tradursi in stipendi più alti e lavoro più attrattivo. Perché il paradosso altoatesino è tutto qui: disoccupazione all’1,6%, PIL sopra la media nazionale, eppure mancano lavoratori qualificati e i giovani faticano a immaginare un futuro stabile. Senza case accessibili e salari adeguati, nemmeno l’economia più performante regge.

Ed è proprio la questione abitativa a emergere come la vera mina sociale sotto il modello Alto Adige. Prezzi di acquisto a Bolzano tra i 6.000 e gli 8.000 euro al metro quadro, affitti che divorano metà di uno stipendio medio, migliaia di appartamenti sottratti al mercato residenziale per finire nel circuito turistico degli affitti brevi. Kompatscher non usa giri di parole: così non funziona. Recuperare alloggi, investire nell’affitto a canone calmierato, stringere le maglie sugli affitti turistici non è più ideologia, ma necessità strutturale se si vuole trattenere giovani, famiglie e competenze.

In questo quadro rientra anche il nodo scuola. I 110 milioni stanziati per il 2026 per il personale docente segnano una svolta dopo mesi di tensioni e proteste. La Giunta riapre il dialogo e lo fa con risorse già messe a bilancio, segnale che la valorizzazione dell’istruzione non è solo uno slogan da programma di governo. Resta però una partita delicata: il riconoscimento economico dovrà andare di pari passo con una revisione delle condizioni di lavoro, se si vuole davvero rendere attrattive le professioni educative.

Il racconto che esce dalla fine anno provinciale è quello di un territorio che non può più permettersi l’autocompiacimento. La stabilità economica – PIL in crescita, inflazione in calo, conti in ordine – è una base, non un punto di arrivo. Kompatscher scommette su investimenti mirati, coesione sociale e uso “politico” dell’autonomia per governare transizioni difficili: demografica, abitativa, occupazionale.

Otto miliardi non comprano automaticamente il futuro, ma tolgono ogni alibi. Ora la sfida è trasformare numeri record in risultati tangibili: salari che bastano per vivere, case che non siano un lusso, un’Alto Adige capace di non perdere i suoi giovani migliori. Il tempo delle diagnosi è finito. Con un bilancio così, anche quello delle scelte inevitabili.

Foto, Arno Kompatscher/c – Fabio Brucculeri