
Al termine dell’edizione numero 34 del Merano Wine Festival, è immediato raccontare i numeri da capogiro, gli ingressi, elencare i premi.
Sul tappeto rosso della kermesse dedicata al vino, si sono alternati grandi nomi e bottiglie d’annata, momenti di celebrazioni e mondanità esclusiva.
Il salotto del vino meranese è stato però molto di più: un filo rosso lo ha attraversato, anzi accarezzato come una piuma, la ricerca di leggerezza.
Al centro, l’uomo. Accanto a lui, il vino. La finalità? Il piacere.
Nulla di più terreno, nulla di più astratto.
Un festival che ha riportato al centro il legame viscerale tra uomo e vino, che sente e parla attraverso i sensi, esattamente come chi gli siede a fianco.
Bisogna avere gli occhi giusti per vedere il futuro, in questa edizione più che mai. La visione è chiara: ognuno può trovare quello che vuole nel bicchiere, ma il punto centrale è quello che ti evoca. Leggerezza, di nuovo lei, intesa come possibilità di scegliere e intepretare un vino, senza preclusioni.
Il vino risveglia anche l’armonia, quella che da sempre il mare regala all’uomo e lo fa anche con i vini con affinamento sott’acqua. Il mare che ci dimostra come attraversare i tempi con la stessa tenacia e vigore, anche lui è parte del progetto vino, capace di far fluttuare le idee delle persone come onde, come piume.
Mentre i cardini della produzione enologica italiana restano e devono restare il rigore, il rispetto, la trasparenza, la passione e il lavoro di precisione al limite della maniacalità, questa edizione del Merano Wine Festival vola via con la leggiadria di chi ci vuole ricordare che, da sempre, il vino è una faccenda che riguarda gli uomini.
In fondo, it’s all about people.

