La Val Gardena sta diventando il manifesto di ciò che il turismo non dovrebbe mai essere, ovvero un lusso cieco, invasivo, che spezza il legame tra terra e comunità.
La sua bellezza naturale, fragile e millenaria, viene oggi barattata per un flusso incessante di denaro, e il prezzo più alto lo stanno pagando proprio coloro che la chiamano casa.
Il caso Seceda uscito su tutti i media nazionali, e non solo, è emblematico.
Quello che era un luogo libero, accessibile, in armonia con le stagioni e le persone, oggi è un parco giochi dorato per un target di clienti provenienti dall’Asia e dai Paesi Arabi.
Rifugi trasformati in lounge esclusive, pacchetti venduti a cifre esorbitanti, eventi privati che chiudono le porte ai residenti.
È il turismo del privilegio, che ignora i volti della valle per esibirsi su Instagram.
In una terra che viene presa d’assalto da milioni di turisti ogni anno la vita di alcuni gardenesi è stravolta.
I costi per abitare, per lavorare, per vivere sono diventati insostenibili.
Case che non si comprano più, attività locali tipiche trasformati in boutique a cinque stelle e spazi pubblici che si privatizzano.
La cultura ladina viene relegata a decorazione folkloristica, mentre in realtà il tessuto sociale si sfilaccia sotto il peso di un turismo che non ascolta, non rispetta, non costruisce.
Non si può sacrificare l’identità di una valle per soddisfare un turismo che consuma senza restituire, e il denaro non può diventare il fine ultimo se il prezzo da pagare è far diventare le Dolomiti come una bolla speculativa turistica per pochi.
La Val Gardena merita un modello diverso, che non sia basato sull’invasione turistica o sull’esclusività, ma sul rispetto e sulla reciprocità sostenibile.
Serve farlo adesso, altrimenti il rischio è che quel turismo che ha sollevato e arricchito notevolmente l’economia della Val Gardena, prima pressoché agricolo e di allevamento, cancellerà la vera identità di quel luogo e la sua gente, trasformando il tutto in un mero e finto paesaggio di lusso sterile.