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Riscoprire il valore del cinema di qualità con Gian Maria Volontè

18 Luglio 2022

Riscoprire il valore del cinema di qualità con Gian Maria Volontè

In tempi di crisi culturale, politica e di valori, è consolatorio pensare che l’Italia ha espresso le stelle del cinema mondiale. Ne voglio ricordare una, Gian Maria Volontè. Molti giovani oggi si divertono a improvvisare nei social e a fingere di essere attori, senza rendersi conto che la recitazione richiede uno studio approfondito dell’ambiente storico e culturale nel quale si svolge la vicenda e il personaggio che si intende narrare. Volontè entrava sempre nel personaggio che interpretava a 360 gradi, lo viveva in prima persona, tanto che chi gli stava vicino pensava di avere accanto il personaggio interpretato e non più Gian Maria.
Non è stato facile il percorso di Volontè. Nato a Milano il 9 aprile 1933 Volontè è indubbiamente uno dei maggiori attori della storia del cinema italiano. Grazie alle sue particolari interpretazioni nel ruolo del cattivo negli “spaghetti western” di Sergio Leone raggiunse la fama internazionale. Sul grande schermo divenne presto un attore-simbolo del cinema impegnato, in particolare sotto la regia del napoletano Francesco Rosi e del poliedrico Elio Petri. Volonté trascorse la sua infanzia a Torino assieme a suo fratello Claudio, anch’egli attore, conosciuto con il nome d’arte di Claudio Camaso, morto suicida in carcere nel 1977. Suo padre, Mario Volontè, fu un milite fascista originario di Saronno, in provincia di Varese, che nel 1944 fu al Comando della Brigata Nera di Chivasso, mentre la madre, Carolina Bianchi, appartenne ad una benestante famiglia di industriali milanesi. Gian Maria ebbe un’infanzia difficile ed infelice, soprattutto a causa della precarietà economica della famiglia, dovuta all’arresto del padre perché accusato di aver ordinato la fucilazione di alcuni partigiani. La madre disperata, per far fronte alla crisi vendette oggetti di valore e affittò le camere della grande casa di famiglia, e così Gian Maria all’età di 14 anni abbandonò gli studi per trovare un impiego. Dopo aver lavorato per quasi due anni in Francia come raccoglitore di mele ritornò in Italia dove visse di espedienti, e proprio in questo periodo s’appassionò per la letteratura e iniziò a leggere le opere di Camus e di Sartre. Al verde, a soli 16 anni si unì alla compagnia teatrale itinerante “I carri di Tespi”, ricoprendo i ruoli di aiuto-guardarobiere e segretario. Fu allora che scoprì l’amore per la recitazione e così nel 1954 andò a Roma per frequentare l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Qui Volontè si fece notare fin da subito come un giovane di grande talento e così nel 1957, ancora da studente dell’Accademia, recitò sotto la regia di Franco Enriquez, nello sceneggiato televisivo “La Foresta pietrificata”. Nella stagione 1958-1959 recitò nella compagnia del Teatro Stabile di Trieste e successivamente, nello stesso anno, negli sceneggiati televisivi “L’Idiota”, tratto dall’omonimo romanzo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, e “Caravaggio”. Nel 1960 continuò ad esibirsi sul palcoscenico, impressionando il pubblico con “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare e, nel 1963, “La Buona moglie” di Carlo Goldoni, nonché “Sacco e Vanzetti” di Mino Roli e Luciano Vincenzoni in cui interpretò Nicola Sacco. Sempre nel 1963 recitò nel film televisivo “Il taglio del bosco” e un anno dopo tentò senza successo di portare in scena la controversa opera “Il Vicario” di Rolf Hochhuth, ma la rappresentazione fu impedita dalla polizia.
Il suo esordio cinematografico avvenne con il film “Sotto dieci bandiere” di Duillo Coletti nel 1960. Ma solo nel 1962, dopo aver ricoperto parti marginali in quattro film di carattere prevalentemente commerciale come: “A cavallo della tigre”, “Antinea, l’amante della città sepolta”, “La ragazza con la valigia” ed “Ercole alla conquista di Atlantide”, ottenne il suo primo ruolo da protagonista ne “Un uomo da bruciare” di Valentino Orsini e dei Fratelli Traviani. Un film spettacolare, di vera denuncia sociale, ispirato dalle gesta del sindacalista Salvatore Carnevale. Nonostante questa interpretazione degna di nota, Volontè rimase nell’ombra e solamente nel 1963 fu protagonista nel film “Il terrorista” di Gianfranco de Bosio. Un anno dopo finalmente Sergio Leone lo volle come co-protagonista in “Per un pugno di dollari”, nel ruolo del letale trafficante di alcolici Ramón Rojo, e nel 1965 nuovamente sempre con il grande regista della “Trilogia del dollaro”, interpretò il sadico bandito tossicodipendente El Indio in “Per qualche dollaro in più”. Seguirono altri film appartenenti al filone degli spaghetti-western come “¿Quién sabe?” di Damiano Damiani, ma a fare di Volontè il grande attore fu la sua magistrale interpretazione da protagonista di uno dei più celebri film italiani a sfondo politico-giudiziario, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con Florinda Bolkan di Elio Petri nel 1970. In quell’anno Gian Maria apparve anche nella pellicola francese “I senza nome” di Jean-Pierre Melville al fianco del celebre Alain Delon. Finalmente noto anche negli ambienti della critica cinematografica, decise di dedicarsi ad un tipo di cinema più politicamente impegnato, recitando sempre negli anni Settanta in film come “Uomini contro”, “Sacco e Vanzetti”, “Il caso Mattei” e “Sbatti il mostro in prima pagina”. Grazie a Francesco Petri ed Elio Rosi, Volontè poté esprimere il suo grande talento in piena libertà e così il grande pubblico poté ammirare le magnifiche pellicole di vero impegno civile che ancora oggi andrebbero viste e riviste, come “Todo Modo”. Dopo un periodo di crisi, negli anni Ottanta riprese l’attività attoriale con altri film notevoli, tra cui “La morte di Mario Ricci”, “Il caso Moro” e “Cronaca di una morte annunciata”. Dopo aver recitato in “Porte aperte” di Gianni Amelio nel 1990 ed in “Una storia semplice” di Emilio Greco nel 1991, per il quale venne premiato con il Leone d’Oro alla carriera al Festival del Cinema di Venezia, abbandonò il cinema italiano. Tormentato da una grave crisi depressiva a causa degli scarsi impegni professionali, Volontè riprese a lavorare seriamente nel 1994 quando fu chiamato per una parte di rilievo in “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos. Gian Maria morì durante le riprese del film, stroncato da un arresto cardiaco a Florina in Grecia il 6 dicembre del 1994. Il film fu dedicato alla sua memoria, al grande attore italiano.
I funerali si svolsero a Velletri in provincia di Roma, mentre le sue spoglie riposano sotto un albero nel piccolo cimitero de La Maddalena, in Sardegna.
Nel 2004, dieci anni dopo la sua scomparsa, la città di Roma gli dedicò una via nel quartiere nuovo Casale di Nei. Molti che oggi rivedono i film in cui Volontè seppe interpretare sia i grandi classici, ma soprattutto cosa significhi essere “onestamente contro”, va ricordato che fu iscritto al PCI, comparendo anche nelle liste elettorali nel 1975 e candidato dal PDS nelle politiche del’92. Gian Maria ottenne innumerevoli riconoscimenti, e citarli tutti è quasi impossibile. Più che premi, vorrei ricordare alcuni film che tutti dovrebbero vedere e rivedere per comprendere quanto un uomo e un artista abbia fatto per il nostro Paese. Questi alcuni titoli: “A ciascuno il suo”; “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”; “Uomini contro”; “Sacco e Vanzetti”; “La classe operaia va in paradiso”; “Il Caso Mattei”; “Sbatti il mostro in prima pagina”; “Lucki Luciano”; “Giordano Bruno”; “Todo modo”; “Io ho paura”; “La morte di Mario Ricci”; “Il caso Moro”; “Cronaca di una morte annunciata”; “Porte aperte” e “Una storia semplice”.
In ogni caso una cosa è certa, Gian Maria Volontè è stato e resta uno dei più grandi attori del cinema mondiale.

Giornalista pubblicista, scrittore.
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