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Iniziativa “DNA Vernatsch”: un vino altoatesino con storia e futuro

15 Aprile 2022

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Iniziativa “DNA Vernatsch”: un vino altoatesino con storia e futuro

Venerdì scorso nella Cantina nella Roccia presso il Centro di Sperimentazione Laimburg, ha avuto luogo un evento dedicato al Vernatsch (in italiano Schiava). Venti produttori coinvolti nel progetto “DNA Vernatsch” hanno offerto una degustazione di vini Schiava invecchiati per valutare non solo la firma personale dei viticoltori, ma anche il potenziale d’invecchiamento del vino stesso. L’obiettivo di “DNA Vernatsch” è quello di far conoscere la Schiava, vitigno autoctono, ricco di finezza, come un vino moderno e complesso, nonostante la diminuzione della superficie coltivata in Alto Adige.
“DNA Vernatsch” è il nome dell’associazione che attualmente conta venti viticoltrici e viticoltori, unitisi per dare una nuova spinta al vino Schiava dell’Alto Adige. I viticoltori si dedicano con passione all’uva autoctona Schiava, mettendo a sua disposizione tempo e risorse necessarie per produrre un vino speciale, strutturato e duraturo. L’iniziativa è nata da un’idea di tre appassionati, nonché produttori, di Schiava: Andi Sölva e Luis Oberrauch delle omonime cantine e Urban Piccolruaz della Cantina Laimburg. Il nome del progetto e il logo mostrano che il Vernatsch è profondamente radicato in Alto Adige, proprio nel DNA altoatesino. Lo scorso venerdì, numerosi rappresentanti del mondo del vino e della gastronomia hanno celebrato il lancio dell’iniziativa con una degustazione di vino Schiava all’interno della Cantina nella Roccia, presso il Centro di Sperimentazione Laimburg.
“179 sinonimi per la Schiava grossa, il discendente più diffuso della famiglia Schiava, attestano che questo è un vitigno antico e legato alla tradizione”, spiega Barbara Raifer, Responsabile del Settore Viticoltura del Centro di Sperimentazione Laimburg. Alcune di queste denominazioni fanno uso di nomi di località del nord Italia. Pertanto, si presume che la vite nobile, Vitis vinifera, abbia incontrato viti selvatiche locali resistenti e a maturazione precoce nell’Italia settentrionale durante il suo processo di domesticazione dal Medio Oriente all’Europa occidentale. Lì si è sviluppato un centro di domesticazione storica per la Schiava e i suoi parenti genetici come il Lagrein, la Malvasia blu e l’Uva Tosca. “Alcuni sinonimi sono riferiti alla Schiava come uva da tavola, e alcune viti sono molto note, come quella piantata nel 1768 nel giardino di Hampton Court Palace a Londra o nel giardino del Palazzo di Sanssouci a Potsdam dal 1744″, dice Raifer. Non è chiaro se nei documenti antichi il termine Schiava abbia sempre descritto solo la varietà Schiava o un certo tipo di vino leggero e frizzante. Dopotutto, in passato molti vigneti erano piantati con un “insieme misto” di varietà di uva, e il vino derivava dalla pressatura di queste uve differenti”. La viticoltura varietale pura si è diffusa solo alla fine della pandemia di fillossera all’inizio del XX secolo. Con essa, è diventato centrale il ruolo del vitigno nella commercializzazione dei vini.
Nella conferenza di Walter Speller – degustatore, consulente di vini e corrispondente dei vini italiani per Jancis Robinson Online e Gambero Rosso – è diventato chiaro che l’umore verso la Schiava autoctona dell’Alto Adige è ambivalente. La sua reputazione è stata danneggiata dalla produzione industriale e dalla vinificazione a partire dagli anni ’70. Ma Speller si mostra positivo: “Se un vitigno esiste da centinaia di anni, non può essere cattivo”. Per quanto riguarda il posizionamento e il potenziale della Schiava nel marketing, Speller ha spiegato che questa trasmette senza sforzo la freschezza della regione alpina come nessun’altra varietà, e allo stesso tempo la sua immagine può essere restaurata con un’abile attività di marketing e storytelling. “Il mercato sta mostrando molto interesse per vini freschi, eleganti e con un forte carattere. Il miglior esempio è la grande richiesta di Pinot Nero come reazione alla moltitudine di vini altamente concentrati, profondamente complessi e pesanti che hanno dominato il mercato del vino negli ultimi decenni. La Schiava ha caratteristiche molto simili al Pinot Nero.  Si tratta di un vino rosso fresco ma complesso ed elegante con un potenziale di invecchiamento. È secco, con una fresca acidità e una moderata gradazione alcolica, ed è adatto all’invecchiamento in botti di legno, alla fermentazione sulle bucce e allo stoccaggio con vinacce, possibilmente sommerse”, dice Speller. Solo quando la Schiava verrà riconosciuta per il suo valore, questo potrà riflettersi anche nella politica dei prezzi. La scarsa familiarità della Schiava al di fuori delle regioni di lingua tedesca e italiana offre anche l’opportunità di presentare il vitigno a clienti imparziali.
Venti produttori di Schiava sono ora membri del progetto “DNA Vernatsch”. Tra questi ci sono le cantine Oberstein, Klosterhof Hartmann Donà, Griesbauerhof, Bergmannhof, Pfannenstielhof, Abraham, Erbhof Mayr-Unterganzner, Untermoserhof, Luis Oberrauch, In der Eben, Kandlerhof, Andi Sölva, Glögglhof, Nusserhof, Kränzelhof, le cantine Girlan e Kaltern, la Cantina Fliederhof e la Cantina Laimburg. Il gruppo è aperto a tutti coloro che con entusiasmo producono la Schiava.

Foto, il gruppo di venti viticoltrici e viticoltori dell’iniziativa “DNA Vernatsch” con i loro vini/© Jan Kusstatscher

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