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CARBURANTI, ECCO PERCHÈ I PREZZI IMPAZZANO

16 Novembre 2021

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CARBURANTI, ECCO PERCHÈ I PREZZI IMPAZZANO

Prezzi al listino cresciuti del 21% in pochi mesi sia per la benzina sia per il gasolio. Cifre in impennata che creano notevoli difficoltà sia ai gestori delle stazioni di rifornimento sia, ovviamente, ai clienti finali. È da questo scenario che parte la riflessione di Emanuela Passerini (vicepresidente di Confesercenti Alto Adige e membro nazionale della Faib) e di Claudia Masera, coordinatrice di Faib Alto Adige su un tema molto dibattuto.
“La prima considerazione da fare – spiega Passerini che gestisce un impianto Eni – è che dall’aumento dei prezzi della benzina siamo colpiti duramente pure noi gestori oltre ai cittadini. Assieme alle pompe, inoltre, ci sono ricadute sui prezzi al dettaglio di una moltitudine di prodotti e sui costi logistici in campo alle imprese e alle industrie. Non si tratta, comunque, solo di una questione italiana ma riguarda tutte le principali economie mondiali visto l’enorme indotto”.
Cosa determina i prezzi dei carburanti?
Prima di ogni analisi di merito è utile capire il metodo: comprendere quali siano i fattori che portano all’aumento dei prezzi alla pompa. “Le dinamiche – chiarisce Masera – dipendono strettamente dall’andamento delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati (Platts) più che dal costo del barile di petrolio che siamo abituati a sentire. Benzina e gasolio, infatti, sono solo una parte di quello che si può ottenere dal greggio e sono prodotti che seguono una loro valorizzazione economica e commerciale autonoma ed indipendente. Le aziende produttrici hanno margini operativi molto limitati: se il costo della materia prima Platts determina il 35% del prezzo finale, per esempio, l’incidenza delle aziende petrolifere è del 3-4%”.
A questo punto, però, interessa comprendere cosa abbia portato i carburanti a costare così tanto. “Ci sono due macro motivazioni – riprende Passerini – come la riprese economica post lockdown e il mancato accordo tra i Paesi dell’Opec sull’aumento della produzione del greggio. Nel primo caso abbiamo assistito ad un aumento deciso della domanda non sostenuto da un’uguale crescita dell’offerta: i tanti barili accatastati durante il blocco pandemico sono stati presto consumati senza una produzione allo stesso ritmo”. Il mancato accordo, invece, segue dinamiche più politiche: “C’è un mancato accordo tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sui tagli che i Paesi devono rispettare. In tutto questo dobbiamo aggiungere una fase politica globale che guarda alla transizione ecologica con sempre maggiore interesse, soprattutto in Europa. Ecco che l’aumento dei prezzi può tornare utile all’Opec per foraggiare chi sventola lo spettro di una transizione ecologica insostenibile economicamente per i cittadini a medio e basso reddito”.
Impossibile non fare una considerazione sulla componente fiscale che grava sul costo finale e che, in Italia, è pari al 60%. “Per la benzina siamo secondi solo all’Olanda e per il gasolio siamo i primi in Europa. Su un litro di benzina al prezzo di 1,687 euro ecco che 1,000 euro circa va in accise e Iva”. Pur essendo molto caro, dunque, si innesca un paradosso. “Esattamente perché, in realtà, al netto delle tasse il costo alla pompa della benzina in Italia è tra i più bassi d’Europa. Mediamente siamo 4-5 centesimi sotto la media europea. La differenza del prezzo è tutta nella componente fiscale”.
Il futuro è di nuovi picchi? A questo punto il futuro diventa un orizzonte complicato da sondare. “Nel lungo periodo conclude Masera- c’è da mettere in conto gli effetti della transizione energetica che porteranno a sempre minori investimenti nei nuovi giacimenti. Senza nuovi impianti di produzione c’è il rischio concreto di future crisi energetiche e conseguenti picchi dei prezzi”.

Foto, Emanuela Passerini, vicepresidente Confesercenti Alto Adige

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