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L’opinione pubblica italiana durante la pandemia. Una ricerca dell’istituto Cattaneo

11 Aprile 2021

L’opinione pubblica italiana durante la pandemia. Una ricerca dell’istituto Cattaneo

La pandemia da Covid-19 ha cambiato drasticamente comportamenti e abitudini dei cittadini europei. Con tutta probabilità avrà anche un impatto duraturo sul giudizio che essi danno delle istituzioni ai vari livelli (locale, nazionale, europeo), sulla loro percezione riguardo ai Paesi che considerano amici, sulla fiducia nella comunità scientifica e in generale della scienza, sulla convinzione che sfide sociali acute possano essere o meno risolte con l’intervento pubblico favorendo una migliore distribuzione del benessere o siano destinate ad aumentare le diseguaglianze. La Foundation for European Progressive Studies (FEPS) e la Friedrich Ebert Stiftung hanno chiesto all’Istituto Cattaneo di progettare e svolgere una ricerca al riguardo. attraverso due sondaggi in sei paesi (Italia, Spagna, Germania, Francia, Polonia, Svezia).

L’indagine ha esaminato una molteplicità di aspetti: l’intensità del rischio percepito per la propria salute personale e l’impatto percepito sulla qualità della propria vita sociale e lavorativa, la fiducia dei cittadini verso le istituzioni (locali, nazionali, europee), l’impatto che a loro avviso la pandemia ha avuto sulle diseguaglianze sociali e sul mantenimento delle garanzie democratiche, le posizioni individuali e quelle attribuite ai partiti riguardo ai “dilemmi politici della pandemia” (tutela della salute contro tutela della libertà individuale; tutela della salute contro tutela dei posti di lavoro), ed infine la fiducia nei confronti della comunità scientifica e la disponibilità a farsi vaccinare.

Per misurare la percezione dell’impatto della pandemia sulla sfera personale degli intervistati, sono stati utilizzati alcuni indicatori tra cui la probabilità di contrarre il virus, la preoccupazione per i possibili effetti del virus sulla propria salute ed un peggioramento/miglioramento della situazione economica familiare nell’anno trascorso.

Il maggiore numero dei decessi attribuiti al Covid-19 in rapporto alla popolazione rende comprensibile che tra gli italiani risulti significativamente più diffusa la preoccupazione per i possibili effetti sulla salute personale della pandemia. Al netto di questo dato, gli italiani non risultano più intimoriti dalla crisi di quanto non lo siano le opinioni pubbliche degli altri paesi, con alcune specificazioni. Con riguardo a 5 indicatori su 6 l’opinione pubblica polacca registra atteggiamenti pessimistici più diffusi rispetto agli altri paesi. Capita esattamente il contrario per la società tedesca, meno colpita fino ad allora dal virus, ma anche tradizionalmente coesa e resiliente. Fra i tre paesi del sud (Francia, Italia e Spagna), che si collocano in posizioni intermedie, le differenze sono ridotte.

Dalla ricerca emerge che le donne risultano lievemente più preoccupate dei maschi, ma con differenziali più bassi rispetto a quelli rilevati da ricerche condotte all’avvio della prima ondata della pandemia, e comunque non in tutti i paesi. Non ci sono grandi differenze neppure tra individui di diverse classi di età o livelli di benessere. L’unica netta regolarità che si registra a questo riguardo chiama in causa fattori culturali profondi. In tutti i paesi europei, i frequentatori assidui di funzioni religiose hanno una propensione a considerare probabile l’eventualità di essere contagiati rispetto a chi le frequenta meno o agli agnostici, con una differenza media tra il primo e il terzo gruppo di 14 punti percentuali. Una regolarità meno netta riguarda le persone che vivono in coppia, tendenzialmente più preoccupate per l’impatto del Covid-19 sulla propria salute rispetto ai single. Differenze assai più significative emergono quando si considerano gli effetti indiretti, sulla qualità della vita e le condizioni di lavoro. La percezione di un deterioramento nella qualità della vita è sistematicamente più diffusa tra le donne e tra coloro che affermano di trovarsi in difficoltà economiche. La percezione di un peggioramento nelle condizioni di lavoro è più ricorrente tra le donne, i giovani e tra le persone in condizioni economiche disagiate.

Come è noto, dato il modo in cui il coronavirus si diffonde da una persona all’altra, la soluzione più efficace per fermare il contagio è l’isolamento sociale. Ma l’imposizione dell’isolamento sociale implica una compressione di diritti fondamentali di libertà delle persone. Inoltre, numerose attività economiche dipendono strettamente dalla capacità delle persone di riunirsi e muoversi liberamente. Ad esempio, nei settori della ristorazione, dell’intrattenimento, dell’ospitalità, del turismo, dei servizi alla persona, oltre che nelle filiere produttive connesse. I governi sono stati quindi posti di fronte a scelte che vedono in conflitto, almeno nel breve termine, la tutela della salute pubblica da una parte, la tutela delle libertà individuali, la protezione delle attività economiche e dell’occupazione dall’altra. Intorno a questi dilemmi sono state combattute anche aspre battaglie politiche, come nel caso delle elezioni presidenziali americane.

Per quanto riguarda le posizioni individuali, ad eccezione che in Francia, prevale ovunque l’opinione che se si è costretti a scegliere, nel breve termine, la tutela della salute debba venire prima della tutela delle libertà individuali. In Italia (e ancora più nettamente in Polonia) l’equilibrio si inverte quando si pensa all’economia e alla perdita di posti di lavoro.

In Italia, Spagna, e in misura minore in Germania e Francia, c’è un’associazione positiva tra le due dimensioni, il che significa che i partiti di destra tendono a sostenere politiche che favoriscono la protezione del lavoro, mentre i partiti di sinistra tendono a sostenere politiche che danno la priorità alla tutela della salute pubblica. Ma in Polonia la correlazione è inversa: qui il partito più a destra, PiS, sostiene la tutela della salute pubblica, mentre i partiti di sinistra tendono ad essere più a favore della protezione del lavoro. Tuttavia, la correlazione non è così forte come nei due paesi dell’Europa meridionale. In Svezia tutti i partiti sembrano essere leggermente a favore della protezione dei posti di lavoro, a parte i due più estremi a sinistra e a destra (Venstre e i Democratici Svedesi), che comunque sono posizionati intorno alla metà della scala.

Rimanendo all’Italia, troviamo una conferma che la comune esperienza di governo ha reso evidente o anche favorito un avvicinamento tra Pd e M5S delineando un nuovo bipolarismo. Pd e M5S sono collocati su posizioni prossime su tutte e due le dimensioni. Sono «più vicini» tra loro su entrambe le dimensioni di quanto non lo siano rispetto agli altri tre partiti. Sono considerati più vicini sia dai loro elettori che dagli altri. Lo stesso accade per Fi, FdI e Lega.

Ad eccezione che in Spagna e in Svezia, risultano preponderanti le critiche contro le restrizioni a tutela della salute considerate eccessive, a detrimento della libertà individuale o dell’occupazione. Ma in Italia (come in Germania) una larga maggioranza dei rispondenti riconosceva al governo di aver mantenuto un corretto bilanciamento tra i principi in conflitto.

Infine, analizzando i dati abbiamo trovato che alcune caratteristiche individuali (genere, titolo di studio, livello di benessere economico, religiosità) sono spesso associate con la tendenza ad aderire a teorie cospirative o a diffidare della scienza. Tuttavia, l’elemento più ricorrente ha una connotazione politica. Tra le persone che si collocano a destra quegli atteggiamenti sono più frequenti che tra le persone che si collocano a sinistra. Questo si verifica in tutti e sei i paesi esaminati. Tuttavia, l’Italia è il paese nel quale le differenze di atteggiamento riguardo a scienza e verità alternative tra l’elettorato di sinistra e di destra risultano più accentuate. Come mostra la ricerca, la credenza in teorie del complotto e la sfiducia nella scienza sono atteggiamenti fortemente correlati con la indisponibilità a vaccinarsi. Questa sindrome risulta particolarmente diffusa in Francia, dove oltre la metà dei rispondenti considera improbabile o molto improbabile l’eventualità di sottoporsi alla vaccinazione. Il fenomeno è decisamente più contenuto, ma comunque non marginale in Italia, dove ha dichiarato la stessa cosa un terzo del campione.

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