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Nasce il Governo Draghi, un astuto intreccio politico di pesi e contrappesi

13 Febbraio 2021

Nasce il Governo Draghi, un astuto intreccio politico di pesi e contrappesi

A mezzogiorno il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi e i suoi 23 ministri hanno giurato nelle mani del Capo dello Stato di essere fedeli alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le loro funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione. Bene, anche questa è fatta! Dopo che ieri pomeriggio l’ormai ex capo del Governo Giuseppe Conte ha allungato le disposizioni che impediscono di transitare da una regione all’altra salvo per motivi comprovati, ora spetta ai nuovi e meno nuovi ministri rimettere in marcia ciò che resta di questo caotico Paese. Non sarà semplice, ma il capitano della nave, Mario Draghi sembra avere le idee più che chiare. Infatti, la composizione del nuovo Governo non è puzzle casuale, ma basato su un accurato bilanciamento di pesi e contrappesi all’insegna della migliore interpretazione del manuale Cencelli. Difatti i ministri non appartenenti a partiti sono 8, mentre gli altri rispecchiano le varie realtà parlamentari che sosterranno il nuovo Governo. Ci sono tutti, tranne Fratelli d’Italia, che fin dal primo momento ha dichiarato per voce di Giorgia Meloni di non essere disposto a sostenere la nascita di questo Governo, ma di valutare di volta in volta in senso “patriotico” i provvedimenti da votare.
Le chiavi di casa del nuovo esecutivo le ha in tasca Roberto Garofoli, grande esperto dei Governi dell’ultimo decennio da Monti a Letta, a Renzi a Gentiloni fino al primo Governo Conte. Infatti, Garofoli, magistrato del Consiglio di Stato, ora riveste la carica di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Luigi Di Maio è stato confermato ministro degli esteri. Ha solo 34 anni, è già stato ministro per le attività produttive nel primo Governo Conte e per gli esteri nel Conte due. Con grande disinvoltura ora si trova a fianco di Draghi. Le malelingue sostengono però che il vero ministro degli esteri si chiami Mario.
Confermata al suo posto anche l’ex prefetta Luciana Lamorgese che dopo aver diretto il Viminale nel Conte 2, ora continuerà a svolgere l’arduo compito di ministro degli interni nel Governo dell’ex Presidente della BCE.
Colpo di scena anche in via Arenula, dove sulla poltrona di Bonafede si siede ora l’ex presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia. Un grande prestigio per il ministero della Giustizia.
Al ministero della Salute si conferma l’esponente di spicco di Liberi e Uguali Roberto Speranza. Resta il dubbio se basterà avere un ministro per mantenere i 18 parlamentari di LEU uniti nel sostegno nuovo Governo.
Un’altra conferma l’abbiamo alla difesa dove il Dem Lorenzo Guerini porterà avanti gli affari ministeriali.
Anche Andrea Orlando, volto noto del PD, entra nel Governo, dopo essere stato già ministro della giustizia in passato, per occuparsi di lavoro.
L’avvocato e scrittore Dario Franceschini, assoluto big del Partito Democratico si riconferma alla cultura.
Del PD neanche una donna. Un messaggio che lascia spazio ad ampie interpretazioni anche maliziose. A proposito di donne ministre, che sono sette in tutto, la parte del leone la fa Forza Italia, che ha ben due ministre nel Governo Draghi, l’avvocato Mariastella Gelmini agli affari regionali e autonomie e Mara Carfagna per il Sud e la coesione territoriale.
Alle Pari opportunità torna la renziana Elena Bonetti, che nel Conte 2 ricopriva il ruolo di ministro della famiglia e pari opportunità. In quota 5 Stelle, invece, per il ministero delle Politiche giovanili entra la giovane Fabiana Dadone e al ministero delle disabilità la leghista Erika Stefani, ex ministra degli affari regionali nel Conte 1.
Interessante la figura di Cristina Messa, rettore dell’Università Bicocca di Milano, che porterà avanti gli affari riguardanti la politica universitaria.
Torna in auge, dopo che era uscito di scena nell’estate scorsa in seguito alla direzione della commissione per la ricostruzione post Covid 19, Vittorio Colao per dirigere il ministero per l’innovazione tecnologica. Forse l’Italia finalmente riuscirà a fare il salto di qualità tecnologica tanto raccomandato e da anni atteso.
I rapporti con il Parlamento saranno portati avanti ancora da Federico d’Incà dei 5 Stelle confermato nel suo posto di ministro.
Dopo l’era Tria e Gualtieri l’economia passa al vice-direttore della Banca d’Italia Daniele Franco, economista di chiara fama.
Giancarlo Giorgetti della Lega prende le redini dello Sviluppo economico, mentre la transizione ecologica tanto voluta dai 5 Stelle, è stata affidata al fisico Roberto Cingolani.
Enrico Giovannini, già ministro del lavoro nel governo Letta nel 2013, guiderà il ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
L’istruzione passa dalla molto criticata ministra Lucia Azzolina a Patrizio Bianchi. Spetterà a lui il difficile compito di interloquire con il complesso mondo dei sindacati, degli inseganti e degli studenti. La pubblica amministrazione torna a Forza Italia, in particolare a Renato Brunetta che già in passato era stato ministro per la Funzione pubblica.
L’agricoltura va a 5 Stelle nella persona di Stefano Patuanelli, ex ministro dello Sviluppo economico nel Conte 2.
La Lega si occuperà ancora di turismo, come nel Conte 1, e sta volta sarà Massimo Garavaglia a guidarne il relativo ministero.
Più di uno si rompe ancora la testa domandandosi perché Matteo Renzi abbia innescato una crisi che ha portato alla caduta libera del Conte due. Sicuramente se ora abbiamo Draghi al Governo è anche merito suo.
In un primo momento, dopo che il Capo dello Stato aveva affidato a Mario Draghi il mandato di formare il Governo che oggi ha giurato, molti hanno garantito che mai avrebbero mollato Giuseppe Conte. “O Conte o morte” erano le parole che abbiamo sentito da più di un esponente del Movimento 5 Stelle. Da oggi però è chiaro che quel ridicolo “uno vale uno”, come qualche anno fa molti pentastellati seguaci di Beppe Grillo urlavano, equivale a “uno vale tutti”. Molti di loro sono diventati filogovernativi, gli altri, i filo-movimentisti legati a Casaleggio e a Di Battista (tra l’altro a suo dire già uscito dal movimento), intraprenderanno un’altra strada. La fine del Movimento 5 stelle? Sicuramente ridimensionato come anche altre realtà parlamentari troppo supponenti e sicuri di poter agire a prescindere dalla realtà delle cose.
Il padre della Nazione Sergio Mattarella ha rimesso tutti in riga. Ora vedremo se e come Mister Draghi saprà guidare la squadra con lo stesso acume con il quale l’ha formata.

Giornalista pubblicista, scrittore.
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